Dei e Macchine a confronto. La Centrale Montemartini

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“C’è un luogo a Roma dove passato e presente si incontrano, dove il bianco e placido marmo, che modella capolavori antichi, si fonde con imponenti macchine industriali, che per anni hanno illuminato la città.”

La Centrale Montemartini è infatti oggi la seconda sede dei Musei Capitolini e ospita una ricca collezione di reperti archeologici, esposti tra le sale del desueto impianto elettrico, che fino agli anni 60 del Novecento, grazie prima alle caldaie a vapore e poi ai motori Diesel, forniva energia a gran parte di Roma.

La storia della Centrale Montemartini

Posta lungo la via Ostiense, in quello che un tempo era il quartiere periferico e industriale della città, venne intitolata all’assessore al tecnologico Giovanni Montemartini e inaugurata nel 1912. Ma solo dal 2005, dopo anni di abbandono, è divenuta sede museale permanente esponendo quei capolavori archeologici, che altrimenti sarebbero stati destinati ai magazzini capitolini.

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Il Museo della Centrale Montemartini

Il museo oggi è composto da due piani, corrispondenti alla sala colonne al piano terra; alle sale delle caldaie e delle macchine al primo piano. I reperti esposti narrano con forte impatto la cultura materiale e artistica dell’Antica Roma, dalle sue origini fino alla fine dell’impero. Molte le sezioni da esplorare: dalle tombe e dagli oggetti funebri che svelano interessanti curiosità sul mondo dei morti nel passato, ai preziosi mosaici rinvenuti nelle sontuose domus, immerse nei verdi giardini dei colli romani; dai ritratti del potere di uomini e donne illustri, a quelle di semplici liberti; dalle possenti statue di divinità ai lussuosi arredi delle tenute imperiali.

Le opere più celebri del museo

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Togato Barberini

Tra i più importanti capolavori meritano certamente una menzione i resti rinvenuti nella sepoltura di una fanciulla chiamata Crepereia Tryphaena, tra cui spiccano per raffinatezza i piccoli gioielli e la tenera bambolina in avorio, antenata dell’odierna Barbie. Così come degno di nota è il famoso Togato Barberini, statua di uomo romano ritratto nel costume tipico, mentre sostiene con le braccia le teste dei suoi antenati. Pregevole opera di un intenso verismo, ci fa scoprire non solo il pregiato livello artistico raggiunto in età Repubblicana, ma anche l’importanza che a Roma aveva la devozione per il culto degli antenati. 

Al piano superiore vi sono altre raffinate opere, come per esempio la statua di Agrippina Minore in basanite, materiale assai raffinato utilizzato solo per ritratti illustri o ancora la ricostruzione del frontone del Tempio di Apollo Sosiano, così chiamato dal nome del suo restauratore, Gaio Sosio. I resti delle statue che componevano la scena di Amazzonomachia – cioè la lotta dei Greci contro il mitico popolo femminile delle Amazzoni – sono oggi ritenute veri e propri originali greci, giunti a Roma per decorare il famoso tempio, posto accanto al Teatro di Marcello. E’ inoltre possibile ammirare qui anche la colossale testa e alcuni frammenti (piede e braccio) della statua delle dea Fortuna, rinvenuta nei pressi di uno dei templi repubblicani dell’area sacra di Largo di Torre Argentina. Si trattava molto probabilmente di un acrolito, una statua colossale realizzata in marmo nelle parti nude, in legno nella struttura portante e impreziosita poi con vari materiali nelle vesti e nelle decorazioni.

Sempre al secondo piano, si trova inoltre un enorme mosaico con una scena di caccia per le venationes: i romani catturavano le belve più feroci ed esotiche da tutte le parti del loro vasto impero per condurle poi negli affollati anfiteatri, in attesa dei combattimenti con i gladiatori. Accanto, ecco comparire la dolce statua della musa Polimnia, avvolta romanticamente nel suo lungo mantello, con aria sognante e ritratta con una perfezione stilistica davvero unica.

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Foto storiche della Centrale

Queste sono solo alcune delle splendide opere antiche che si possono ammirare da vicino all’interno della Centrale Montemartini, ma non si può certamente tralasciare la parte industriale del complesso, anch’essa finemente restaurata e straordinaria nel suo genere. Una serie di foto storiche della Centrale e dell’intero quartiere Ostiense, concludono un percorso pieno di fascino! Vieni a visitarla insieme a noi.

I palazzi che “parlano” (I parte)

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Il centro storico di Roma è sicuramente una miniera di preziosità grazie alle sue piazzette nascoste e ai suoi vicoli senza tempo. Ma la nostra fantasia forse non arriva ad immaginare che una volta, molti dei palazzi che a noi oggi sembrano sì imponenti, ma anche molto anonimi, erano dei capolavori d’arte all’aperto, veri e propri palazzi che “parlano”.

Palazzi che parlano: di cosa si tratta?

Infatti, tra 1400 e 1500, molti furono i nobili in città che adottarono la moda di decorare le facciate dei propri palazzi con decorazioni che si rifacevano alle storie ed alle leggende del mondo classico greco e romano, rivelando così l’acuta sensibilità dei committenti.

Alcuni artisti si specializzarono esattamente in questo tipo di rappresentazioni, divenendo a tutti gli effetti i precursori dei contemporanei street artists. E tra questi meritano certamente una particolare menzione Maturino da Firenze e Polidoro da Caravaggio,  che nel 1500 posero la propria “firma” su alcune delle facciate ancora oggi più curiose e affascinanti di tutta la città.

Per andare alla loro scoperta, attraverseremo parte del nostro centro storico per ammirare le facciate di alcuni palazzi comprendendo così pienamente l’importante significato delle loro raffigurazioni: non solo semplici decorazioni, ma importanti messaggi ben più profondi, connessi certamente al committente di turno, ma anche e soprattutto alla situazione sociale e politica attraversata dalla città negli anni in cui furono realizzate. Qualche esempio?

Palazzo Spada

Tra i palazzi che meglio rappresentano ciò di cui stiamo parlando vi è sicuramente Palazzo Spada. Al suo interno ospita una ricca collezione artistica e notissima è la portentosa Galleria Prospettica del Borromini, ma cioè che colpisce il visitatore, appena si giunge in piazza Capo di Ferro, è la sua facciata, senza dubbio una tra le più ricche di tutta Roma. Tra ricche decorazioni con festoni e ghirlande, sono disposte otto statue in stucco bianco che rappresentano altrettanti uomini illustri dell’antica Roma, con tanto di iscrizione riguardante le loro virtù e gesta; il tutto è ovviamente corredato dalla sequenza dello stemma familiare dei Capo di Ferro – i primi proprietari dell’edificio – e al centro di quello degli Spada, che acquisirono il palazzo nel Seicento. Non è dunque difficile capire quale messaggio questi uomini volessero tramandare, ricollegandosi idealmente ai personaggi che fecero grande la gloria di Roma.

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Facciata

Santa Maria in Monserrato e la Casa dei Pupazzi

Procedendo nella passeggiata, si raggiunge via di Monserrato, dove si trova la chiesa spagnola omonima, dedicata alla Vergine che in facciata reca un’immagine alquanto bizzarra: Maria, con in braccio il Bambinello, è rappresentata mentre con una sega da falegname è intenta a tagliare una roccia. La gioviale iconografia è in realtà la trasposizione in immagine del nome della chiesa dedicata appunto a Santa Maria di Monserrato, che in italiano vuol dire “monte segato”, facendo riferimento al famoso santuario spagnolo. Più avanti, su via dei Banchi Vecchi, sorge invece la cosiddetta “Casa dei Pupazzi“, proprietà cinquecentesca di un ricco orafo, il lombardo Pietro Crivelli, che la fece ornare come fosse un gioiello! Tra le numerose decorazioni, spiccano tre tondi con gli stemmi di altrettanti papi: un omaggio che il proprietario fece ai suoi superiori e a se stesso, dato che uno dei pontefici ritratti era forse suo antenato.

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Il palazzetto dei “Re Magi”

Lungo via del Pellegrino, si incontra invece un palazzetto che presenta, dentro tre scudi, tre teste coronate, che gli hanno valso il nome di “palazzetto dei Re Magi” – che forse un tempo era una vera e propria locanda – con subito sopra la narrazione delle vicende di Paride e dei fatti che scatenarono la famosa guerra di Troia.

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Palazzo Milesi

Attraversato Corso Vittorio Emanuele II, si giunge nella graziosa via della Maschera d’Oro, dove si incontra il palazzo di proprietà della famiglia Milesia decorato da scene legate alla mitologia greca, come la Storia di Niobe, da personaggi storici (tra cui Catone Uticense) e da leggende romane come il Ratto delle Sabine e le Leggi di Numa Pompilio.

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Ora tocca a voi scoprire gli altri palazzi che “parlano” nascosti tra le strade della città oppure puoi controllare se è in programma una visita guidata con L’Asino d’Oro!

Se invece si ha voglia di scoprire la storia di altri edifici, ecco l’altro nostro articolo I palazzi che parlano (II parte)!

I luoghi del divertimento nell’antica Roma

Potremmo quasi affermare che gli antichi romani non si dedicassero particolarmente alle attività lavorative (schiavi a parte ovviamente!), dato che la giornata lavorativa media durava 6-7 ore, finendo quindi poco dopo l’ora di pranzo: pertanto il tempo libero a disposizione era veramente molto. Fortuna vuole che il calendario delle festività fosse particolarmente ricco perché ai dies festi, vale a dire i giorni consacrati agli dei, si aggiunsero molte feriae publicae, celebrazioni di ricorrenze pubbliche promulgate a partire da Ottaviano Augusto in poi. Ogni imperatore infatti celebrava le proprie feste in occasione del proprio compleanno, per l’anniversario dell’ascesa al trono o di una vittoria e così via. In pratica quindi nell’Urbe si arrivò ad avere per ogni giorno lavorativo, quasi due di festa!

Celebrazioni religiose, banchetti pubblici e grandiosi spettacoli

Per questi grandi festeggiamenti, erano previste celebrazioni religiose, banchetti pubblici e ovviamente grandiosi spettacoli, preceduti spesso da processioni e sacrifici svolti alla presenza di un grande pubblico. La classe dirigente romana considerava infatti suo compito primario quello di distribuire alimenti una volta al mese al popolo e di distrarlo e regolare il suo tempo libero con spettacoli gratuiti offerti appunto nelle festività religiose o in ricorrenze laiche.

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Ma non tutti concordavano con questa visione, anzi, molti furono gli autori latini che criticarono proprio questa diffusa tradizione. Giovenale per esempio (alla fine del I secolo d.C.) rimpiangeva la sobrietà e la severità repubblicana, sostenendo che ormai il popolo aspirasse solo al “panem et circenses” (al pane e agli spettacoli); mentre Frontone, nel II secolo d.C., descriveva sconsolato la stessa triste ed identica realtà: “il popolo romano ormai si preoccupa soprattutto solo di due cose, le vettovaglie e gli spettacoli”. Ma quali spettacoli e dove si svolgevano queste tanto contestate attività?

I 3 teatri in muratura di Roma

I ludi (cioè i giochi) si svolgevano all’interno di appositi edifici che potevano essere di tre tipologie differenti: scaenici (rappresentazioni teatrali), circenses (che si svolgevano cioè nel circo) e munera gladiatoria (combattimenti tra gladiatori). I primi si svolgevano nei teatri e Roma ne aveva ben tre: il più antico era il Teatro di Pompeo, oggi scomparso; il Teatro di Balbo, inaugurato nel 13 a.C. e di cui oggi rimangono pochi resti in parte visibili nel Museo della Crypta Balbi ed infine il Teatro di Marcello, l’unico ad essere giunto intatto fino ai nostri giorni, iniziato da Giulio Cesare ed inaugurato da Ottaviano Augusto che lo dedicò all’amato nipote. Nei teatri, oltre alla messa in scena di rappresentazioni con attori (solo maschi ovviamente!), si organizzavano anche spettacoli di danza e il tanto amato mimo, sotto forma di imitazione teatrale della vita quotidiana e dei suoi aspetti più grotteschi, accompagnata da musica!

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Teatro di Marcello

I Ludi Circenses

Tra gli spettacoli più amati dal popolo vi erano i ludi circenses e cioè le corse dei cavalli nei circhi. Anche qui al plurale perché in città, durante i secoli, ve ne furono molti! Il Circo Massimo fu l’edificio per spettacoli pubblici più grandioso ad essere mai stato costruito: lungo più di 600 metri e largo 125 metri, aveva ben 125.000 posti a sedere che con la ristrutturazione di Traiano nel II secolo d.C. divennero 250.000! Non vanno però dimenticati gli altri: il Circo Flaminio scomparso già dopo pochi secoli; il Circo di Caligola e Nerone, su cui venne edificata la Basilica di San Pietro; quelli ad uso personale degli imperatori, come il Circo Variano nel Palazzo dei Severi (alle spalle oggi alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme) e il Circo di Massenzio sull’Appia Antica.

Il più celebre anfiteatro di Roma: il Colosseo

Vero è che quando si parla di divertimento nell’antica Roma, l’edificio simbolo è certamente l’Anfiteatro, vera e propria invenzione architettonica romana! Qui si svolgevano i tanto amati munera gladiatoria, i combattimenti tra gladiatori, ma anche le venationes, violente cacce tra animali (selvatici e non) e perfino le esecuzioni e i supplizi pubblici! Il più celebre anfiteatro di Roma è il Colosseo, voluto dalla dinastia dei Flavi. Ma in città vi era anche l’Anfiteatro Castrense, voluto dai Severi per il loro Palazzo e quindi ad uso personale e non aperto al pubblico.

Lo Stadio di Domiziano

Domiziano fece costruire invece lo Stadio – oggi al di sotto di piazza Navona – appositamente per lo svolgimento delle competizioni ginniche (pancrazio, lotta, pugilato, corsa, lancio del giavellotto, del disco e del peso) e delle Olimpiadi, esattamente alla maniera greca. Gli atleti – che gareggiavano nudi – dopo aver svolto la propria competizione fisica, si spostavano nel vicino Odeon (anche questo voluto dall’imperatore) per concorrere in gare “intellettuali” (musica, poesia, arte oratoria, ecc.). Neanche a dirlo, molte furono le voci contrarie come per esempio quella di Tacito che si chiedeva: “Che cosa manca oggi (ai giovani) se non mostrarsi nudi, prendere il cesto dei pugili e pensare a quei combattimenti, invece che al servizio militare?

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Le Terme Romane

Un altro luogo di “divertimento” – e non solo – erano certamente le terme, anche perché oltre ad essere aperte sia agli uomini che alle donne, erano spesso ad ingresso gratuito! Numerosi furono gli impianti realizzati a Roma durante il corso dei secoli: le più antiche furono quelle di Agrippa, alle spalle del Pantheon; poi le Terme di Nerone e quelle di Tito nel I secolo d.C.; poi quelle di Traiano sul Colle Oppio e di Lucio Licinio Sura sull’Aventino nel II secolo d.C., a cui seguirono le più celebri di tutte, quelle di Caracalla e di Diocleziano ( III sec. d.C. e inizio del IV sec.), le due più imponenti mai realizzate nell’Urbe; mentre le ultime ad essere state costruite in città, furono le terme di Costantino sul Quirinale.

Quanto i romani amassero le terme ben lo chiarifica la frase pronunciata da un liberto di Claudio: “balnea vina venus corrumpunt corpora nostra sed vitam faciunt” e cioè “i bagni, il vino e l’amore corrompono i nostri corpi, ma fanno (bella) la vita!”

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

La Casa dei Cavalieri di Rodi al Foro di Augusto

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Chi passeggiando lungo via dei Fori Imperiali non ha mai notato la splendida loggia posta tra le rovine dei grandiosi Fori di Augusto e Traiano? Tutti vero? Ma molti meno forse sono quelli che possono dire di esserci stati. Controlla il programma mensile per vedere se è prevista una nostra visita guidata alla Casa dei Cavalieri di Rodi!

La storia della Casa dei Cavalieri di Rodi

Intanto andiamo a scoprire quando la palazzina iniziò ad essere presente proprio al di sopra del Foro di Augusto. Tutto ebbe inizio in realtà durante il Medioevo quando un gruppo di religiosi, noti in seguito come Cavalieri di Malta o Rodi, decisero di venire ad abitare in questo punto della città, andando ad edificare la propria residenza sui resti del tempio dedicato da Augusto a Marte Ultore, il “vendicatore”. Fu così che il palazzetto iniziò a prendere forma, anche se l’intervento più importante si deve al cardinale Marco Barbo, nipote di papa Paolo II, che qui venne ad abitare verso la metà del 1400. Fu lui a trasformare la casa in una elegante e sontuosa residenza rinascimentale con saloni affrescati, sale di rappresentanza e soprattutto una loggia con un affaccio da far invidia a tutti quanti! Ed effettivamente dopo il Barbo, furono molti gli inquilini, tra cui le monache domenicane della Ss. Annunziata, che vissero qui dal 1600 fino ai primi anni del 1900.

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I saloni di rappresentanza

All’interno la casa fu organizzata intorno ai due principali saloni di rappresentanza, il Salone d’Onore e la Sala della Loggetta: le due stanze furono decorate ad affresco e i soffitti recano ancora oggi il loro antico e pregiato rivestimento in legno. Nel Salone d’Onore due splendide carte geografiche, opera del Professor Di Girolamo, rappresentano l’una i possedimenti dei Cavalieri nel Mediterraneo e l’altra le Isole di Rodi e Malta, luoghi in cui l’Ordine visse più a lungo.

La Sala della Loggetta è detta anche delle Cariatidi perché accoglie la ricostruzione di una parte del fregio marmoreo che doveva decorare il portico del Foro di Augusto: una serie di cariatidi inframezzata da un clipeo – lo scudo greco rotondo – con al centro la grande testa di Giove Ammone. In questa stanza è inoltre possibile ammirare l’affresco della Crocifissione proveniente dalla demolita chiesa delle domenicane e un bel camino con la mappa del porto di Rodi.

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La loggia affrescata

Gioiello assoluto della Palazzina è certamente la straordinaria loggia al piano superiore con affaccio diretto sui Fori Imperiali, un panorama da togliere il fiato! Le sue pareti furono interamente impreziosite da affreschi con splendide vedute di paesaggi che presentano una natura florida e rigogliosa, ancora oggi ammirabili dal visitatore, nonostante le non poche avversità a cui andarono incontro nel corso nei secoli e che portarono in parte alla loro cancellazione.

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Sappiamo per esempio che nel ‘600, proprio le monache domenicane, fecero murare la loggia per ricavare alcune stanzette che andarono così a cancellare i preziosi affreschi delle pareti! Chi nel 1400 realizzò queste incantevoli decorazioni fu molto verosimilmente un gruppo di artisti che contemporaneamente lavorava anche nel vicino Palazzo Venezia, sotto la committenza dell’importante zio del cardinale Barbo, papa Paolo II.

La Cappella Palatina e l’insula romana

Ma le sorprese che la Casa è in grado di rivelare al fortunato visitatore non finiscono ovviamente qui. Scendendo infatti nel livello sotterraneo si viene catapultati indietro nel tempo, perché ci si troverà esattamente all’interno di quello che in epoca romana era un cortile a cielo aperto su cui si affacciavano gli ambienti posti a pianterreno di una grande insula, la tipica abitazione a più piani, che conserva ancora oggi parte delle scale che conducevano ai piani superiori e che noi ancora utilizziamo, all’esterno, per raggiungere il piano nobile della palazzina.

E proprio nell’ambiente sotterraneo, le monache realizzarono una lavanderia che però sparì in epoca moderna – subito dopo la Seconda Guerra Mondiale – quando venne realizzata la Cappella Palatina dedicata a San Giovanni Battista, patrono dell’Ordine dei Cavalieri di Malta: le grandi arcate in travertino del cortile di epoca romana dividono oggi la cappella in tre piccole navate.

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Impreziosiscono poi l’ambiente un altare in marmi policromi che reca nel centro il grande stemma dei Cavalieri (una croce bianca ad otto punte su sfondo rosso), ulteriormente abbellito dalle sculture in bronzo realizzate da Alfredo Biagini: un modellino della Casa, una statua del Battista e la serie di candelabri modellati in forma di cavalieri inginocchiati. Nella nicchia dell’altare si possono inoltre ammirare delicati affreschi: non fanno parte della Casa, ma furono qui portati dall’architetto Fiorini che li salvò dalle demolizioni fatte all’epoca di Mussolini all’interno del vicino quartiere Alessandrino. Al termine dei lavori della metà del 1900, l’intera residenza tornò ai Cavalieri di Malta: è questa infatti oggi la sede di rappresentanza dell’associazione dei Cavalieri di lingua Italiana.

Culti orientali: il Mitreo delle Terme di Caracalla

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Le Terme di Caracalla

Tra le costruzioni più sontuose di Roma, vi sono certamente le Thermae Antoninianae fortemente volute dall’imperatore Caracalla, costruite tra l’ingresso monumentale alla città (Porta Appia) e il Circo Massimo, che le inaugurò nel 216 d.C. La pianta rettangolare è tipica delle grandi terme imperiali, un edificio in cui prendersi cura di corpo e mente: nel blocco centrale il calidarium, il tepidarium, il frigidarium e la natatio; ai lati, disposti simmetricamente e raddoppiati, le due palestre e gli spogliatoi. Lungo il recinto esterno le cisterne, le due biblioteche simmetriche, due grandi esedre, gli accessi principali e le numerose tabernae; e poi grandi e rigogliosi giardini adorni di fontane e giochi d’acqua. 

 

I sotterranei

Ma ciò che colpisce maggiormente il visitatore oggi sono forse i sotterranei di questo straordinario edificio, fulcro della vita del complesso, il luogo in cui lavoravano centinaia di schiavi e di operai specializzati in grado di far funzionare l’ingegnosa macchina tecnologica delle Terme. Conservati per circa due chilometri, i sotterranei erano un dedalo di gallerie carrozzabili dove si trovavano oltre ai depositi di legname, l’impianto di riscaldamento, costituito da forni e caldaie, un impianto idrico ed un mulino.

 

Il mitreo

Ma in questi ambienti vi è anche qualcosa in più: un Mitreo, uno dei più grandi conservati nella città di Roma che denota la forte vicinanza della famiglia dei Severi ai culti di origini orientali. Scoperto nel 1912, è databile poco dopo la costruzione delle terme e  si compone di cinque ambienti comunicanti con il piano superiore attraverso una scala accessibile dall’esterno nei pressi dell’esedra di nord/ovest, attraverso una piccola porta.

All’ingresso si distinguono il vestibolo e alcuni ambienti di servizio – uno dei quali forse utilizzato come stalla per gli animali da sacrificio – e poi nella sala principale, un’ampia stanza rettangolare con volte a crociera sorrette da pilastri in mattoni. Qui ben si distinguono ancora lungo i lati i due alti banchi con il piano inclinato verso la parete dove sedevano i fedeli durante le cerimonie.

 

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Nel pavimento inoltre, che conserva ancora la sua copertura originale di mosaico bianco con fasce nere, è interrata una grande olla fittile, chiusa da un anello in marmo, usata verosimilmente per i riti di abluzione.

Poco più avanti, si distingue invece una grande e profonda apertura, solitamente utilizzata nei rituali mitraici per la “tauroctonia” l’uccisione sacrificale del toro sacro – o più verosimilmente un animale surrogato – che secondo un identico schema iconografico, era affrescata al centro di ogni mitreo. Qui però la presenza di un cunicolo sotterraneo che metteva in comunicazione l’apertura alle attigue sale di servizio, ha spinto molti studiosi a supporre l’utilizzo della stessa per i riti del “taurobolio”, riconducibile normalmente al culto della Gran Madre,  in cui il sacerdote, posto in una struttura sotterranea sovrastata da un piano perforato, inondato dal  sangue del toro/animale ucciso sopra di lui, si presentava ai suoi compagni nella fede purificato e rigenerato.

Oltre ad un altare e alcuni frammenti del gruppo statuario di Mitra nell’atto di uccidere il toro, in una delle pareti, unico superstite  dell’intero apparato decorativo, vi è un affresco su cui sono raffigurati il dio Mitra e un personaggio munito di fiaccola che tiene nella mano sinistra un disco solare, e cioè uno dei Dadofori, Cautes e Cautopates.

Visitare il Mitreo oggi non è semplicissimo perché non è sempre aperto al pubblico, ma controlla il programma mensile per vedere se è prevista una visita guidata a questo luogo straordinario! 

 

La Papessa Giovanna: realtà o leggenda?

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Roma e i suoi vicoli raccontano da sempre le storie più affascinanti, testimonianze del passato e dei costumi di una città leggendaria e millenaria. E tra queste, una ha fin da principio incuriosito e appassionato autori e illustri personaggi, quella della papessa Giovanna. Ma andiamo con ordine.

Gli antefatti e il trasferimento a Roma

Verso la metà del Duecento si svilupparono a Metz, in Francia, delle accese dispute tra i sostenitori del potere imperiale e i fautori della supremazia del papa e tra questi, peraltro, non mancavano i religiosi. E fu proprio il domenicano Giovanni de Mailly a redigere la prima versione scritta di una storiella che tra la gente circolava già da alcuni decenni.

Si raccontava infatti che, verso la metà del IX secolo, una giovane fanciulla ancora adolescente, di origini umili, cresciuta a Magonza, ma di natali inglesi, si innamorò di un coetaneo dedito agli studi decidendo per questo di travestirsi da uomo per seguire ad Atene il suo amore. Entrata in un mondo esclusivamente maschile, Giovanna si trovò a suo agio, divenne una studiosa di successo in dialettica, grammatica e retorica e si distinse fra tutti per erudizione, saggezza e oratoria.

Elezione e morte

Fu così che si trasferì a Roma dove, grazie al suo sapere, riuscì a scalare la gerarchia ecclesiastica, acquistando grandi simpatie anche come specchio di virtù al punto che, alla morte di Leone IV, nell’855, fu eletta papa con il nome di Giovanni l’inglese!

Il suo pontificato però sarebbe durato solo 2 anni: anche da papa, infatti, la donna non riuscì a rinunciare al suo amore e fu così che rimase incinta. Un giorno, durante una processione da San Pietro a San Giovanni, il corteo superato il Colosseo e all’altezza della Basilica di San Clemente, tra la sorpresa generale, vide colui che avevano creduto e osannato come papa partorire in mezzo alla strada, dando alla luce un bambino!

Una volta scoperto il segreto la papessa Giovanna fu fatta trascinare per i piedi da un cavallo, attraverso le strade di Roma, e lapidata fino alla morte dalla folla inferocita nei pressi di Ripa Grande.

L’edicola votiva al Celio

Nel punto in cui avvenne il “fattaccio”, tra Via Ss. Quattro e Via dei Querceti, fu eretta un’edicola votiva – ancora oggi esistente – dedicata alla Madonna con il bambino. In altre versioni della leggenda (ad esempio in quella riportata nella cronaca del frate domenicano Martino Polono) la papessa Giovanna sarebbe morta subito al momento del parto, oppure, una volta scoperta, rinchiusa in un convento.

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I successori

Sempre secondo la leggenda, a Giovanna succedette Benedetto III, che regnò per breve tempo, ma si assicurò che il suo predecessore venisse omesso dalle registrazioni storiche! Benedetto III si considera abbia regnato dall’855 al 7 aprile 858, mentre il nome papale che Giovanna assunse venne in seguito utilizzato da un altro Giovanni VIII che fu pontefice dal 14 dicembre 872 al 16 dicembre 882. La vicenda, tuttavia, sembrò talmente incredibile che a lungo Roma nessuno si preoccupò di confutarla.

Nei secoli successivi, però, la storia di Giovanna venne ripresa prima da Boccaccio che la inserì nel suo De mulieribus claris (“Le donne celebri”) e poi dai luterani che la utilizzarono come la prova più evidente della corruzione del papato, una Roma prostituta al pari dell’antica Babilonia!

Giovanna e le sedie porthyreticae

E da qui anche la convinzione che le sedie porthyreticae su cui venivano incoronati i nuovi papi (come quella nel chiostro del Laterano), mentre si recitava il salmo 112 “Suscitans a terra inopem, de stercore erigens pauperem” DE STERCORE ERIGENS PAUPEREM”, (il Signore) “Alza il bisognoso da terra e spinge i poveri lontano dalla sporcizia“, dopo la vicenda della papessa Giovanna, servissero in realtà ad accertare che il nuovo papa fosse un uomo!

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A tal proposito memorabile è il sonetto che il Belli scrisse il 26 novembre 1831:

La papessa Ggiuvanna

Fu ppropio donna. Bbuttò vvia ’r zinale
prima de tutto e ss’ingaggiò ssordato;
doppo se fesce prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e arfine Cardinale.

E cquanno er Papa maschio stiede male,
e mmorze,c’è cchi ddisce, avvelenato,
fu ffatto Papa lei, e straportato
a Ssan Giuvanni su in zedia papale.

Ma cquà sse ssciorze er nodo a la Commedia;
ché ssanbruto je preseno le dojje,
e sficò un pupo llí ssopra la ssedia.

D’allora st’antra ssedia sce fu mmessa
pe ttastà ssotto ar zito de le vojje
si er pontescife sii Papa o Ppapessa.

Realtà o leggenda?

E dopo aver affascinato così tanti e diversi personaggi durante il corso dei secoli, cosa pensano oggi gli studiosi di tutto questo? Gli storici concordano in generale sul fatto che la storia della papessa Giovanna sia una satira anti-papale, ideata per collegarsi allo scontro del papato col Sacro Romano Impero, facendo leva su alcune delle più ricorrenti e forti paure cattoliche medioevali: avere un papa sessualmente attivo, una donna in posizione di autorità dominante e l’inganno portato nel cuore stesso della Chiesa. 

Guido Reni – Salomè con la testa del Battista: storia di un capolavoro

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Tra le meraviglie di Galleria Corsini, merita una particolare menzione la Salomè con la testa del Battista realizzata da Guido Reni nel 1638-1639.

L’opera fu verosimilmente acquistata dal cardinale Francesco Barberini il 13 dicembre 1639, entrando poi nella collezione Corsini come dono di monsignor Bardi a papa Clemente XII, divenendo subito uno dei dipinti più apprezzati, come testimoniano le numerose copie e le lodi che le sono dedicate nelle guide di Roma tra Settecento e Ottocento. 

 

Salomè e Giovanni Battista

La vicenda di Salomè si collega direttamente alla storia di Giovanni Battista e, in particolare, all’episodio della sua decapitazione. Il Battista aveva infatti pubblicamente disapprovato il comportamento del re Erode Antipa, figlio del famoso Erode che ordinò la strage degli innocenti. Il sovrano aveva infatti sposato Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. A causa di queste accuse, Giovanni fu messo in prigione. Durante un banchetto Salomè, figlia di Erodiade, si esibì in una danza sensuale, incantando Erode. L’entusiasmo del re fu tale che egli promise alla fanciulla di esaudire ogni suo desiderio. Fu così che Salomè, istigata dalla madre, chiese in dono la testa del Battista e di fronte alla promessa fatta, per quanto spaventato, Erode dovette cedere, facendo quindi decapitare Giovanni. 

La Salomè descritta nel Vangelo risulta priva di motivazioni e di volontà propria, appare più come uno strumento della perfida volontà della madre. Solo nel porre la richiesta a Erode, sembrerebbe prendere tuttavia un’iniziativa tutta sua, chiedendo di avere la testa del Battista su di un piatto, per non sporcarsi le mani forse o perché solo l’idea di toccare il macabro oggetto con le mani le suscitava orrore! Ma come tutto questo si riflette nell’arte?

 

Salomè nell’arte

Nell’iconografia questo soggetto è spesso reso con il tema del banchetto di Erode: la scena mostra Salomè, a volte ancora impegnata nella danza con alcuni suonatori di flauto o tamburello, mentre sopraggiunge il carnefice con un vassoio sul quale è poggiata la testa del Battista, come nell’affresco di Masolino da Panicale nel Battistero di Castiglione Olona realizzato nel 1435.

 

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Ma nel corso dei secoli è proprio il piatto a divenire l’attributo distintivo di Salomè come ben dimostra anche il capolavoro del Reni. Qui la figura di Salomè si staglia su un fondo grigio e indistinto, dal quale emerge portando su un piatto la testa recisa del Battista, da consegnare alla madre Erodiade. La versione di Guido Reni si concentra sulla messa in scena del contrasto tra l’episodio narrativo – una fanciulla che porta una testa mozzata su un piatto – e il volto di Salomè, che punta gli occhi sullo spettatore, mantenendo allo stesso tempo una gelida e impersonale distanza, accentuata dalla sapiente tecnica pittorica utilizzata dall’artista, che fa emergere dalla tela le sue ricche vesti e il copricapo, attraverso pennellate lunghe e corpose.

 

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Impossibile non vedere qui un richiamo alla Salomè con la testa del Battista realizzata da Tiziano nel 1515 o ad altre opere cinquecentesche come quelle di Bernardino Luini e Sebastiano del Piombo.

 

 

Ma la Salomè del Reni è lontanissima dalle ben più cupe e macabre realizzazioni di Caravaggio, l’una a Madrid e l’altra a Londra, con la testa del Battista sul piatto o ancora dalla Decapitazione di Giovanni Battista nella Concattedrale di San Giovanni a La Valletta, Malta.

 

 

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Malta

 

 

Non resta che partecipare alla nostra visita a Galleria Corsini per ammirare dal vivo questo piccolo grande capolavoro: controlla il programma mensile!

 

 

Anita Garibaldi e Colomba Antonietti: eroine al Gianicolo

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In cima al colle più panoramico della Città Eterna, immortalato in celebri film come La Grande Bellezza, il Gianicolo offre al visitatore più curioso una distesa infinita di busti che ricordano i caduti della gloriosa – ma alquanto breve – Repubblica Romana.

E’ qui infatti che i combattimenti del 1849 tra i garibaldini e le truppe francesi chiamate dal Pio IX a ripristinare il potere temporale su Roma si fecero particolarmente cruenti. E nel punto più alto del colle, al centro di un grande piazzale, è situato infatti il monumento equestre di Giuseppe Garibaldi, opera dello scultore Emilio Gallori ed inaugurato nel 1895.

 

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Garibaldi

 

Il monumento ad Anita

Meno conosciuta – se non addirittura ignorata – l’esistenza di un altro monumento prossimo a quello di Garibaldi. In un piccolo slargo poco distante, infatti, circondato da piante di alto fusto e situato a sinistra della strada che dal piazzale scende verso il Vaticano, si trova un gruppo statuario di una donna a cavallo che stringe al petto un neonato. Si tratta del monumento equestre eretto in onore di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, universalmente nota come Anita, rivoluzionaria brasiliana, moglie di Garibaldi e sua compagna di tante battaglie.

Qui è ritratta insieme al figlio neonato Menotti mentre cerca di sottrarsi alla cattura nell’accampamento di São Luís accerchiato dalle truppe imperiali durante la Guerra dei Farrapos. Il dado del piedistallo del monumento è inoltre ornato, sui quattro lati, da pannelli bronzei che raffigurano, in altorilievo, alcuni episodi in cui la donna fu assoluta protagonista. E’ così possibile riconoscere Anita a cavallo a capo dei garibaldini, durante la battaglia di Curitibanos (18 gennaio 1840); quando fatta prigioniera dopo la battaglia, riuscì a fuggire e a cercare il corpo di Garibaldi; o ancora Garibaldi, inseguito dagli austriaci, durante la fuga nella pineta ravennate, qui presente mentre trasporta Anita morente verso la fattoria dove poi morirà.

 

 

 

Anita Garibaldi

Anita_Garibaldi_foto_lasinodoroNel 1836 Garibaldi, rivoluzionario nizzardo, era fuggito in America Latina per evitare una condanna a morte per aver partecipato ai moti carbonari ed essersi iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, e si era unito alle insurrezioni locali. Lei, emancipata e amante della natura, del nuoto e dei cavalli, guardava con ammirazione i ribelli farroupilha che nel 1835 portarono la rivoluzione a Laguna.

L’occasione di unirsi a loro arrivò il 27 luglio 1839, quando un guerrigliero corsaro al servizio della repubblica di Santa Caterina puntò il suo cannocchiale su un gruppo di ragazze sul molo di Laguna e s’innamorò di lei a prima vista: era Giuseppe Garibaldi e il colpo di fulmine fu reciproco. I due combattenti trascorsero ancora qualche anno in Sud America fino a quando nel 1848 la coppia fu raggiunta dalle notizie delle prime rivoluzioni europee e Garibaldi decise di tornare in Europa, mandando intanto avanti Anita e i loro bambini che si stabilirono a Nizza dalla suocera.

Il 9 febbraio 1849 Garibaldi raggiunse Roma con un corpo di volontari per difenderla dall’attacco congiunto delle truppe francesi, spagnole e borboniche. In queste circostanze disperate Anita, incinta di quattro mesi, decise di lasciare i figli alle cure della suocera e di raggiungere il marito. Arrivò a Roma il 26 giugno, poco prima della capitolazione. Un generale garibaldino racconta che nel vedersi apparire di fronte la moglie Garibaldi l’avrebbe presentata con queste parole: “Questa è Anita, ora avremo un soldato in più!” Ma i combattimenti precipitarono velocemente: il 4 luglio Garibaldi insieme ai suoi e ad Anita cedettero e fuggirono da Roma; l’idea era dirigersi a Venezia, ultimo baluardo repubblicano in Italia.

La fuga fu rocambolesca e Anita era ormai preda delle febbri malariche, e tra la gravidanza e gli stenti del viaggio le sue condizioni erano gravissime. Il 4 agosto venne trasportata nella fattoria Guiccioli, in località Mandriole di Ravenna, dove poche ore dopo morì, a soli 28 anni. Il marito non poté trattenersi nemmeno per seppellirla, ma dovette riprendere immediatamente la fuga per riparare in territorio piemontese. Anita fu seppellita nel cimitero di Mandriole, dove rimase fino a quando, nel 1859, Garibaldi e i figli poterono tornare a riesumarla, scegliendo di trasferirla a Nizza, nel cimitero di famiglia. Ma neanche questa sarebbe stata la tappa finale del viaggio di Anita. Nel 1932, infatti, a seguito di una richiesta ufficiosa del Vaticano di rimuovere la statua di Garibaldi dal Gianicolo, Mussolini accettò di sostituirla con quella della moglie. Fu così che i suoi resti vennero traslati definitivamente a Roma, per essere deposti nel basamento del monumento equestre eretto in suo onore: alla cerimonia parteciparono decine di migliaia di persone, oltre alle delegazioni di molti Paesi, tra cui Brasile e Uruguay.

 

Gianicolo_monumento Anita Garibaldi_targa_lasinodoro

 

 

Colomba Antonietti

busto Colomba Antonietti_Gianicolo_lasinodoroMa il Gianicolo vuole celebrare con un busto anche un’altra eroina: Colomba Antonietti. Paragonata dallo stesso Garibaldi alla sua Anita, la giovane – altra intrepida combattente – non esitò a tagliarsi i capelli e vestirsi da soldato per affiancare il marito Luigi Porzi nella strenua difesa della Repubblica Romana. Nata a Bastia Umbra, si era già distinta per il suo valore nella battaglia di Velletri e di Palestrina contro le truppe borboniche, dimostrando intelligenza, coraggio e valore. Tornata a Roma, si impegnò nel soccorso dei feriti pur continuando a combattere, morendo però a 20 anni, nell’assedio di Porta San Pancrazio sotto il fuoco dell’artiglieria francese. Colpita in pieno da una palla di cannone il 13 giugno 1849, spirò pochi istanti dopo tra le braccia del marito, pronunciando – secondo quanto racconta la tradizione – “Viva l’Italia”. Fu sepolta dapprima nella Chiesa di San Carlo ai Catinari e poi, nel 1941, le sue spoglie mortali fecero ritorno proprio su quel colle che difese fino all’ultimo respiro poiché furono traslate al Mausoleo Ossario Garibaldino, trovando eterno riposo insieme a quelle degli altri martiri morti dal 1849 al 1870 per l’ideale di un’Italia libera ed unita.

 

 

Santa Maria in Via e la Madonna del Pozzo: Roma e i miracoli

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La storia della chiesa

Nel cuore del Rione Trevi, tra largo Chigi e via del Tritone, sorge la splendida Chiesa di Santa Maria in Via, la cui storia inizia già nel X secolo d.C., come risulta nella menzione di una bolla del 955 di Papa Agapito II.

L’origine del nome in via è invece alquanto incerto: alcuni ritengono possa derivare dalla sua vicinanza alla via Lata (l’odierna via del Corso), nodo cruciale della zona; altri dalla sua posizione in quanto, come ancora oggi è ben visibile, la chiesa era situata in via, ovvero “in mezzo alla strada”. Quel che è certo è che nel XII secolo, il suo destino cambiò radicalmente.

 

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Il miracolo dell’acqua

La chiesa, infatti, nel frattempo si era venuta a trovare accanto alla stalla del palazzo del cardinale Pietro Capocci e si racconta che nella notte tra il 26 e il 27 settembre 1254, dal pozzo della stalla, improvvisamente, l’acqua abbia cominciato a risalire inondando tutto l’ambiente! I servi, allarmati dallo strepito dei cavalli, accorsero in fretta e notarono, stupiti, che sulle acque galleggiava una pesante tegola sulla quale era dipinta un’immagine mariana – forse gettata nel pozzo per incuria o per disprezzo – che subito tentarono di afferrare, purtroppo però inutilmente!

Avvisarono il Capocci che, vestiti gli abiti cardinalizi, in fretta e furia si recò nella stalla con tutta la sua nobile corte e, fatta una breve e fervente preghiera alla Vergine, entrò nell’acqua e al primo tentativo riuscì ad afferrare la preziosa effige di Maria, portandola in salvo nel suo appartamento dove rimase tutta la notte in preghiera. Al mattino, il Cardinale corse a riferire l’accaduto a papa Alessandro IV, che stupito chiese un’indagine accurata sul prodigio per accertatane la veridicità, dando il permesso al Cardinale di costruire un santuario inglobando la stalla con il pozzo in una preziosa cappella.

 

La costruzione della chiesa attuale

Certo è che la chiesa attuale è il frutto del contributo di diversi artisti che vi lavorarono nell’arco di circa un secolo, da Giacomo Della Porta nel 1594 a Carlo Rainaldi, che nel 1681 ultimò i lavori. Papa Leone X de’ Medici nel 1513 affidò la custodia della chiesa ai Padri Servi di Maria, che ancora oggi offrono il loro servizio in questo luogo sacro.

La Chiesa di Santa Maria in Via si presenta oggi con un’alta facciata in travertino, distribuita su due ordini orizzontali, con un notevole fregio con cui si conclude il primo ordine, impreziosito da angioletti e ghirlande vegetali, al centro del quale è situata una targa che così recita: “FRONS ERECTA A D MDXCVI RESTITUTA MDCCCC“, ovvero “Facciata eretta nell’anno del Signore 1596 (e) restaurata nel 1900”.

Sopra il fregio, a separare i due ordini, corre invece la lunga iscrizione: “DEO IN HON(OREM) MARIAE VIRGINIS MATRIS DEI DD A MCCLVI”, ovvero “Dedicata a Dio in onore della Vergine Maria Madre di Dio nell’anno 1256”, l’anno che conferì alla chiesa grande fama e notorietà.

 

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La Cappella della Madonna del Pozzo

Una volta entrati, accoglie subito il visitatore la Cappella della Madonna del Pozzo, la prima sulla destra, che custodisce gelosamente, ancora oggi, il piccolo affresco del XIII secolo opera di un ignoto pittore della Scuola romana, realizzato su di un frammento di tegola o lavagna. La Vergine Maria è rappresentata a mezzo busto con il capo leggermente inclinato, circondato dall’aureola dorata e ammantato d’azzurro. L’icona è contenuta in un tabernacolo seicentesco di marmi policromi fra due colonne di pavonazzetto e il 17 gennaio 1646 fu solennemente incoronata dal Capitolo Vaticano. Incluso nella parete della cappella, si vede il pozzo circolare dalle cui acque emerse l’effige miracolosa e dove i fedeli – ancora oggi – continuano ad attingere, attraverso un rubinetto, l’acqua miracolosa.

 

 

Tra i capolavori artistici della chiesa, meritano una particolare menzione la Cappella Aldobrandini in cui si trovano la pala d’altare raffigurante L’Annunciazione e le due tele – Adorazione dei Magi e Natività – del Cavalier D’Arpino oltre al dipinto della volta con la Prima messa di San Filippo Benizi realizzato nel 1723-24 da Gian Domenico Piastrini.

 

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Insomma non resta che controllare il programma mensile per vedere quando è prevista la prossima visita alla Chiesa di Santa Maria in Via! 

 

 

Madonna dell’Archetto: il santuario più piccolo di Roma!

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Tra le curiosità di Roma, merita una particolare menzione il Santuario della Madonna dell’Archetto, il più piccolo della città. Si trova nel Rione Trevi, in via di San Marcello, la strada che unisce piazza Santi Apostoli a piazza dell’Oratorio. Passeggiando in questo punto del centro, si rischia quasi di non accorgersi della presenza di questo piccolo edificio poiché è incastonato fra due palazzi alla fine di un vicoletto. Ma cosa racconta la sua curiosa storia? Scopriamolo insieme.

 

Il prodigio della Mater Misericardiae

Il santuario dominato dall’Immacolata Concezione di Brumidi, ma conosciuto come Cappella della Madonna dell’Archetto, fu costruito a partire dalla metà dell’Ottocento per ospitare una effigie di Maria risalente a più di un secolo e mezzo prima.

La marchesa Alessandra Mellini Muti Papazzurri aveva infatti commissionato nel 1690 al pittore bolognese Domenico Maria Muratori l’immagine della Vergine “Causa Nostrae Laetitiae”, ovvero “Causa della nostra Letizia”, perché fosse offerta alla venerazione pubblica.

La Vergine Maria, raffigurata nel dipinto a olio su pietra e murata sotto un archetto – da qui appunto il nome – che univa due edifici, fu subito invocata col titolo di “Mater Misericordiae” dalla gente che transitava da quelle parti. E poi accadde il prodigio: si racconta infatti che alcuni passanti, il 9 luglio 1796, videro muoversi gli occhi della Vergine!

 

 

La costruzione del santuario

Da allora le visite dei fedeli all’Archetto andarono moltiplicandosi, così come gli ex voto deposti ai piedi della Madonnella. Un afflusso talmente intenso che le autorità cittadine per un certo periodo dovettero chiudere con un cancello la stradina nelle ore notturne per evitare confusione e per proteggere gli oggetti, anche preziosi, testimoni delle grazie ricevute.

A memoria del celebre prodigio, ma anche per porre l’icona (alla quale furono devoti vari santi, come Vincenzo Pallotti, Gaspare del Bufalo e Benedetto Giuseppe Labre) in un luogo più adeguato, nel 1851 il marchese Alessandro Savorelli Muti Papazzurri, proprietario dell’adiacente palazzo, oggi conosciuto come Palazzo Balestra, incaricò l’architetto Virginio Vespignani di costruire un piccolo tempio, vero gioiello di arte neorinascimentale.

 

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All’interno, nella navata, lo scultore Luigi Simonetti ha realizzato una serie di statue in gesso di angeli in forma di cariatidi che sorreggono vasi per fiori, mentre il pittore Costantino Brumidi si occupò della decorazione della cupoletta (9 m di altezza e 4 m di diametro) con al centro l’immagine dell’Immacolata Concezione.

 

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Curiosità nella curiosità. Il pittore, terminata l’attività nel santuario, trascorse qualche tempo nelle carceri pontificie a causa di una sospettata adesione alla Repubblica Romana del 1849, poi abbandonò definitivamente l’Urbe nel 1852 trasferendosi con moglie e figli negli Usa. Là si dedicò alla divinizzazione iconografica del padre fondatore dell’America, un’occupazione che durò almeno quindici anni e che gli meritò l’altisonante appellativo di “Michelangelo degli Stati Uniti”, grazie al quale ottenne anche un’altra importante committenza: l’affresco della cupola nella Rotonda di Capitol Hill con l’Apoteosi di George Washington!

 

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Ma tornando a noi. Nell’immediato dopoguerra, quando i bombardamenti su Roma avevano determinato una ripresa della devozione mariana, la Società Primaria Promotrice di Buone Opere fondata da Pio IX nel 1871 e che dal 1918 officiava la cappella, richiese e ottenne dal Capitolo Vaticano l’Incoronazione della Vergine che fu celebrata nel 1946 in occasione del centocinquantesimo anniversario del miracolo che decretò la fortuna dell’edicola di vicolo dell’Archetto e per la circostanza la cappella fu dotata di un nuovo altare marmoreo.

Non resta quindi che partecipare alla nostra visita guidata per entrare in questo curioso Santuario della Madonna dell’Archetto: controlla il programma mensile per vedere quando!