Adriano: il terzo imperatore adottivo di Roma

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Andiamo insieme alla scoperta della straordinaria vita di Adriano, terzo imperatore adottivo di Roma. Di cosa parliamo? Scoprilo qui!

 

Chi era Adriano

Publius Aelius Hadrianus, questo il nome ufficiale dell’imperatore Adriano, nato nel 76 d.C probabilmente ad Italica, presso Siviglia, da una famiglia originaria di Hadria, nel Piceno, trasferitasi poi in Spagna.

Rimasto orfano di padre, Adriano venne accolto da Traiano (cugino del padre) e dalla moglie Plotina. La coppia, senza figli, decise di crescere il fanciullo nella propria casa, aiutandolo a compiere l’indispensabile cursus honorum.

 

Il cursus honorum

Adriano fece così una rapida carriera militare dando prova di particolari abilità sia nell’uso delle armi sia nelle operazioni strategiche, fino ad entrare nello stato maggiore dell’esercito intorno al 101-102 d.C.; successivamente fu nominato tribuno della plebe, pretore e governatore, prima della Pannonia nel 107 d.C. e poi della Siria nel 114 o 117 d.C. E fu proprio mentre si trovava ad Antiochia che Adriano ricevette la notizia della morte di Traiano e della sua elezione a imperatore.

Un’ascesa al trono che però non fu senza contrasti, anzi. Nonostante il favore di Plotina, dovette scendere a patti con il Senato e fare elargizioni alle legioni per tenere dalla propria parte l’esercito, legato al suo predecessore. Sicuramente però Adriano si era preparato da tempo alla successione anche se la sua adozione ufficiale fu resa nota dalla vedova solo qualche giorno dopo la morte di Traiano, scatenando così il sospetto che la vicenda fosse stata gestita in maniera poco chiara.

Tuttavia, le qualità indubbie della sua personalità, riconosciute dagli stessi contemporanei, e la brillante intelligenza unita a una notevole forza di volontà, lo favorirono certamente nel raggiungere gli obiettivi prefissati.

 

Ma come era Adriano?

La più ampia fonte di notizie è la biografia attribuita a Elio Sparziano, Vita Hadriani, nella raccolta sulle vite di imperatori nota come Scriptores Historiae Augustae, risalente al IV secolo d.C., in cui confluirono almeno in parte i dati contenuti nell’autobiografia che l’imperatore Adriano aveva scritto personalmente, anche se non aveva voluto divulgarla con il proprio nome, e di altre fonti, non sempre favorevoli…

Viene descritto come alto, robusto ed elegante nel portamento, con i capelli docili al pettine e la barba (a differenza dei suoi predecessori). Aveva uno stile di vita parco, forse per influenza dei molti anni trascorsi in faticose campagne militari, dove aveva dimostrato di avere coraggio, audacia e grandi abilità nel valutare le situazioni; era inoltre appassionato di caccia e di cultura greca, tanto da essere definito graeculus.

Aveva una vasta preparazione sostenuta da una notevole memoria che gli consentiva di spaziare dall’aritmetica alla geometria, alla letteratura e alle arti, nelle quali si dilettava personalmente, dipingendo e componendo poesie come quella in cui si prepara a congedarsi dalla sua anima.

 

Anima vagula blandula
hospes comesque corporis
quae nunc abibis in loca
pallidula, rigida, nudula,
nec ut soles dabis iocos.
“Piccola anima smarrita e soave,
compagna ed ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti.

 

Le fonti letterarie inoltre lo definiscono contemporaneamente prodigo e avaro, tollerante e iroso, alla mano con gli umili, ma anche ombroso e incostante nelle amicizie.

Della vita privata sappiamo che intorno al 100 d.C. sposò Vibia Sabina, figlia della nipote di Traiano, Matidia, probabilmente su suggerimento di Plotina. Il matrimonio non fu certamente sereno e la coppia non ebbe figli, motivo per il quale prima di morire, Adriano aveva adottato Antonino Pio. Una delle figure certamente più care e vicine all’imperatore, fu il bellissimo Antinoo incontrato nel primo viaggio in Oriente, tra il 123 e il 125 d.C. e scomparso tragicamente nel 130 d.C.

 

 

Adriano e l’architettura

E forse una delle sue più grandi passioni era l’architettura, attività a cui si dedicava con entusiasmo progettando edifici di forma insolita, caratterizzati in particolare da ardite coperture a volta. Esplicativi in tal senso gli aneddoti relativi al contrasto con il celebre Apollodoro di Damasco, architetto ufficiale di Traiano, che avrebbe criticato le sue cupole definendole “zucche” e le statue delle dee Venere e Roma del tempio posto di fronte al Colosseo troppo grandi rispetto alle celle che le ospitavano (“Se volessero alzarsi – dai troni – e andarsene, sarebbero impossibilitate a farlo”) e in seguito condannato a morte per il suo incauto giudizio!

 

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Certo è che il lascito architettonico di questo imperatore è immenso: dal Pantheon al Mausoleo (oggi Castel Sant’Angelo) fino alla villa di Tivoli e solo per citare i più famosi! 

 

 

Controlla nel programma mensile per vedere quando è prevista la prossima visita ad uno di questi immensi capolavori! 

L’attività politica di Adriano

Dell’attività politica sappiamo che appena giunto a Roma come imperatore, nel 118 d.C., si dedicò a una serie di riforme finanziarie ed ebbe particolarmente a cuore l’amministrazione giuridica.

Nonostante l’abilità sul campo, la politica di Adriano fu volta essenzialmente a ristabilire la pace, dedicando particolare cura al consolidamento dei confini lungo il Danubio e il Reno, in Britannia ed in Oriente.

Si adoperò molto a dare impulso alle province, migliorando le vie di comunicazione e rendendole più sicure, aumentò il numero di porti e città per incrementare i commerci e favorire la circolazione di persone.

L’impero acquistò così una unitarietà che superava la composizione multietnica, fondandosi su una floridezza economica che veniva sottolineata da una certa autonomia provinciale. Forse spinto dal fatto di essere lui stesso un “provinciale”, si impegnò molto per migliorare l’aspetto e la funzionalità delle città facendo costruire palestre, templi, scuole, officine e tutto ciò che era necessario ad incrementare la loro vivibilità.

Questo quadro così positivo che rispecchia il programma “illuminato” di Adriano, era tuttavia destinato ad avere vita relativamente breve, in quanto incontrò sempre l’opposizione della classe dirigente romana che vedeva minacciati i propri privilegi con l’ascesa di uomini nuovi, soprattutto quelli provenienti dal mondo greco ed orientale, i preferiti di Adriano. 

 

San Crisogono a Trastevere: antica bellezza

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Tra i luoghi di culto più antichi di Roma, vi è certamente da menzionare la straordinaria basilica a Trastevere, dedicata a San Crisogono di Aquileia, la cui prima edificazione sembra risalire al IV secolo d.C., all’epoca di papa Silvestro I.

 

Chi era Crisogono?

Gli Atti della vita del santo sono compresi in un ciclo agiografico diviso in quattro parti comprendenti anche le passioni delle Sante Anastasia, Agape, Chionia, Irene e Teodota. Ciò che sappiamo è che Crisogono, dopo aver predicato a Roma e convertito al Cristianesimo numerose persone, tra cui Anastasia e Rufo, venne fatto arrestare per ordine di Diocleziano e fatto condannare a morte mediante decollazione il 23 novembre del 304 o 305 d.C. ad Aquileia, nel luogo detto Ad Aquas Gradatas.

Il corpo del martire fu raccolto e sepolto dal prete Zoiolo, il quale dopo essere stato scoperto, venne ucciso insieme ad Agape, Chionia e Irene, lo stesso giorno del Natale di Crisogono. Le reliquie del santo, dopo le scorrerie delle popolazioni barbariche, nell’VIII secolo furono trasferite a Zara dall’arcivescovo Massimino, dove furono sottratte dai Veneziani nel 1202, poi riportate in città nel 1240 e solo tra XV e XVI secolo trasferite a Roma, nella chiesa di Trastevere a lui dedicata.

 

La basilica e i suoi capolavori

La basilica oggi si presenta come il risultato di una lunga serie di interventi effettuati durante il corso dei secoli e già dall’esterno, manifesta chiaramente una delle sue fasi più significative, quella Seicentesca, quando Giovanni Battista Soria diede all’edificio un bel tocco barocco come richiesto dal cardinale Scipione Borghese, i cui emblemi araldici (l’aquila e il drago alato) si ripetono ovunque!

Bellissimo il campanile romanico del XII secolo, sormontato da una cuspide piramidale a pianta quadrata e con paramento murario in mattoni, diviso in più ordini da cornicioni che si apre sull’esterno con monofore e bifore. Ma è entrando nella basilica che le sue meraviglie artistiche conquistano il visitatore.

 

 

Impossibile non rimanere incantati davanti al sofisticato soffitto ligneo a lacunari variamente sagomati con la Gloria di san Crisogono del Guercino (una copia; l’originale fu trafugato nel 1808 e si trova oggi a Londra alla Lancaster House, sede del London Museum); al pavimento musivo cosmatesco, tra i più maestosi di Roma; alla sofisticata tela della Beata Vergine col Bambino nel transetto, opera del Cavalier d’Arpino; o ancora alla Cappella del Sacramento – a destra dell’abside – brillantemente ristrutturata da Gian Lorenzo Bernini ed impreziosita con l’affresco nella volta con la Trinità con una coro di angeli, della scuola di Pietro da Cortona.

 

La Vergine del Carmelo

Ed è proprio nella Cappella del Sacramento che fu posta in venerazione la statua della Vergine del Carmelo salvata, secondo quanto racconta la tradizione, da alcuni marinai al largo di Fiumicino e portata a Roma per essere consegnata ai Carmelitani che la sistemarono a San Crisogono. Statua che divenne poi la protagonista della celebre Festa de’ Noantri.

 

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I sotterranei della Basilica

Ma la sorpresa più grande della visita è tutta nei sotterranei, dove a partire dal 1907 circa furono condotti alcuni scavi che riportarono alla luce i resti della complesso basilicale paleocristiano eretto nel V secolo, quella chiesa ricordata in occasione del Concilio indetto da papa Simmaco nel 499 d.C. e abbandonata poi nel XII secolo quando il cardinale Giovanni da Crema decise di costruirne una nuova, l’attuale, ad un livello superiore (più larga e più lunga, con tre navate, abside semicircolare e portico).

 

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Nei sotterranei è possibile quindi camminare all’interno della basilica più antica, ben riconoscendo il percorso absidale da cui si accede al corridoio rettilineo che conduce alla finestrella confessionis, attraverso la quale i fedeli venivano a contatto con le reliquie del santo e dove si conservano ancora le pitture dell’VIII secolo con i Santi Crisogono, Rufino e Anastasia.

 

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Coevi sono inoltre i notevoli affreschi voluti da papa Gregorio III e conservati lungo la parete superiore dell’abside con decorazione a dischi e losanghe intrecciate, a richiamare il finto marmo.

Dalla pianta, è possibile notare che l’abside si trovava tra due ambienti: un secretarium, e cioè la sacrestia, con pavimento in tessere marmoree con disegno a fioroni ed un vano battesimale in cui è ancora conservata la vasca.

 

 

Sul lato sinistro della basilica, infine, si incontrano altri magnifici affreschi – datati al X secolo – con scene relative alla vita e ai miracoli di San Benedetto, in cui è possibile riconoscere per esempio la guarigione del lebbroso ed il salvataggio di San Placido.

 

 

 

Per visitare questo straordinario complesso, non resta che controllare il programma mensile: ti aspettiamo!

 

Le Terme di Diocleziano nei secoli: trasformazioni e riusi

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Il complesso delle Terme di Diocleziano è il più grande mai realizzato in antichità e ancora oggi occupa un intero isolato nel cuore di Roma, proprio ad un passo da Termini, da cui la stazione ha preso il nome! Nei secoli il monumento ha subito numerose trasformazioni che cercheremo brevemente di ricostruire.

 

Epoca Romana: le terme

Diocleziano portò a compimento la costruzione delle terme tra il 298 e il 306 d.C. su una superficie di 13 ettari, in un quartiere allora molto popolato. Come tutte le terme imperiali, si sviluppa su una pianta canonica con al centro gli spazi riservati al ciclo idroterapico vero e proprio, disposti longitudinalmente e conclusi dalla natatio (la piscina scoperta) mentre ai lati, in maniera assolutamente simmetrica, si aprono gli ambienti accessori, come spogliatoi, palestre, saune, ecc.

 

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Tutto intorno completa la costruzione il grande recinto che presenta su uno dei lati maggiori una terminazione ad esedra (attuale piazza della Repubblica, già piazza Esedra appunto) atta ad ospitare verosimilmente una serie di giochi e spettacoli.

Il tutto era ovviamente funzionante tramite una complessa rete idrica, composta da castelli d’acqua e chilometri di tubature; fognature e un’efficiente rete di riscaldamento, tra cui forni e magazzini per lo stoccaggio del legname. Le Terme di Diocleziano, come le altre terme della città, rimasero in uso fino alle metà del VI secolo d.C., quando il taglio degli acquedotti portò al decadimento di tali strutture e al loro lento ma inesorabile abbandono.

 

Epoca Medievale: cava di materiale

Come la gran parte dei monumenti dell’antica Roma, anche le Terme di Diocleziano dopo il loro abbandono subirono profonde manomissioni, dovute in larga parte alle spoliazioni per il recupero del materiale edilizio, in particolare i preziosi marmi policromi che dovevano trovarsi copiosi all’interno del complesso. La zona intorno inoltre subì un importante spopolamento, essendo particolarmente periferica rispetto al nuovo centro della città che si stava delineando in questi secoli e cioè l’ansa del Tevere (zona di Campo Marzio) e San Pietro, che piano piano divenne il nuovo centre non solo religioso ma anche politico.

 

Dal ‘500 al ‘700: la basilica e il convento

Dal XVI secolo in poi, la zona iniziò una nuova fase di sviluppo, complice l’interessamento di alcuni pontefici. Fu così che sui resti di una parte delle terme sorse la Basilica dedicata a Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e l’adiacente Convento dei Certosini. Il progetto fu affidato a Michelangelo ormai molto anziano e portato avanti poi dai suoi collaboratori. Ancora oggi è possibile ammirare parte della certosa e in particolare i due bellissimi chiostri, quello maggiore opera mirabile del maestro e quello minore compiuto da Jacopo del Duca.

 

 

Alla metà del Settecento poi Luigi Vanvitelli si occupò dell’ammodernamento della basilica, che affaccia su piazza della Repubblica e conserva all’interno la famosa meridiana di papa Clemente XI, gioiello di arte e astronomia!

 

XIX e XX secolo: il nuovo quartiere e il Museo Nazionale

Con l’avvento del XIX secolo, la zona cominciò ad ammodernarsi, non solo grazie alla costruzione di una delle prima stazioni ferroviarie italiane, ma anche con la realizzazione di una serie di nuove strade che sconvolsero in parte ciò che restava delle antiche strutture termali. Con l’Unità d’Italia inoltre, il quartiere circostante fu scelto per ospitare alcuni degli edifici pubblici più importanti del nuovo Stato, ma anche alberghi di lusso e il Teatro dell’Opera.

Confiscata la Certosa, si decise di riusare i vecchi locali per ospitare la prima sede del Museo Nazionale Romano, che avrebbe dovuto conservare i più importanti ritrovamenti archeologici emergenti dai nuovi scavi in città e non solo. Un luogo che potesse per importanza e valore, rivaleggiare con i più antichi musei della città!

 

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Il complesso oggi

Oggi, entrando all’interno del Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano, è possibile ammirare uno dei musei più interessanti di Roma. Una visita che permette di spaziare nelle grandi aule ancora conservate delle Terme, ma anche di godere della pace e della tranquillità dei due meravigliosi chiostri certosini e infine di immergersi nel percorso epigrafico allestito in un nuovo contesto, dove antico e contemporaneo si fondono in modo eccelso.

Scopri quando è in programma la prossima visita guidata con noi!

 

Madonna col Bambino – Artemisia Gentileschi: storia di un capolavoro

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Parlare di Artemisia Gentileschi vuol dire ricordare una delle pittrici più celebri e apprezzate del Seicento.

“L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità”.

Così, nel suo saggio del 1916, lo storico dell’arte Roberto Longhi definisce la nostra Artemisia, riconoscendole senza mezzi termini lo status di Artista a pieno titolo, a tre secoli di distanza dall’epoca che l’aveva vista protagonista e interprete attivissima nella vita – portando avanti con coraggio la propria rivendicazione di donna violata nel corpo, ma di certo non piegata nella mente – così come nell’arte del suo tempo. 

 

La Madonna col Bambino

Figlia d’arte, si avvicinò alla pittura fin da piccola, rivelando ben presto al padre – il pittore Orazio – una straordinaria abilità esecutiva, ben maggiore di quella dei tre fratelli minori. E tra le più riuscite opere giovanili, merita una particolare menzione la Madonna col Bambino oggi alla Galleria Spada di Roma. 

 

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Il più classico dei soggetti devozionali viene qui sapientemente trasformato in un’originale scena intima in cui un biondo bambin Gesù sembra voler risvegliare, con una leggera e tenera carezza sul volto, la madre che si era leggermente assopita mentre lo allattava. E’ un’Artemisia che vuole sottolineare il profondo legame tra madre e figlio, fatto di sguardi e di tenere emozioni, un’opera che parla di incondizionato amore.  Il capo della Vergine leggermente reclinato, gli occhi socchiusi e la mano abbandonata sulle gambe infondono dolcezza, ma parlano anche della fatica della maternità: una nuova visione dell’arte che si ispira certamente al vero, senza tuttavia perdere minimamente i suoi densi riferimenti spirituali, dando vita ad una poetica del tutto femminile.

 

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I due protagonisti sono illuminati da una luce intensa che fa emergere le due figure dall’ombra, ma i colori caldi delle vesti e i loro raffinati panneggi giocano un forte contrasto, donando contemporaneamente un’atmosfera particolarmente familiare all’intera scena.

 

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Il confronto con il padre Orazio

Artemisia dimostra quindi di aver appreso l’importante lezione del padre Orazio, ben visibile nell’estremo preziosismo del colore, brillante e sfumato in una serie di trapassi di rosa perla luminosi e cangianti. Impossibile non pensare, per esempio, alla Madonna col Bambino che il padre realizzò qualche anno prima (oggi alla Galleria Corsini di Roma) con cui la tela di Artemisia certamente condivide molto. Anche qui, infatti, né la Vergine né il bambin Gesù guardano verso l’osservatore, tutto rimane trattenuto all’interno dell’opera, la cui essenza è giocata sul reciproco scambio di sguardi e contatti tra madre e figlio.

 

 

Ma nella tela della figlia, ciò che è certamente più potente, è la perfetta resa di quell’amore materno, sentito ed intimo, tipico del sentire femminile, dolce, eterno, immenso.

Non è un caso che nella bottega di famiglia Artemisia non si sia dedicata solo ad apprendere le lezioni paterne sulla resa di un morbido incarnato e di panneggi convincenti, ma abbia sviluppato anche un’abilità notevole nel ritrarre la figura umana, che fu in sostanza il motivo principale per cui guadagnò fama e ammirazione.

Imprescindibile per la sua formazione, fu inoltre certamente l’esperienza diretta di un’arte contemporanea che nella Roma di inizio Seicento andava dal pacato manierismo di artisti quali Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, Cesare Nebbia e Scipione Pulzone al naturalismo impressionante dei capolavori di Caravaggio.  

 

Le altre opere giovanili

Una tela giovanile dicevamo, probabilmente realizzata tra 1610 e 1611, quando Artemisia aveva circa 17-18 anni, coeva quindi alle bellissime tele di Santa Cecilia e di Susanna e i Vecchioni, opera questa che segnò di fatto il suo esordio nel mondo dell’arte romano.

 

 

E se da un lato nella Vergine col Bambino stupisce la straordinaria cura con cui sono dipinti i volti dei protagonisti, vi sono alcuni dettagli nell’esecuzione del disegno che mostrano alcune piccole incertezze della giovane artista, come la postura un po’ goffa della Madonna, il braccio sinistro in posizione incongrua o le dita della mano piuttosto tozze.

Ma di certo le immense potenzialità espresse di questo innovativo pennello lasciano intendere lo straordinario futuro pittorico di una pittrice che di lì a breve avrebbe fatto esplodere tutta la sua passione creativa.

 

 

Le terribili prigioni di Castel Sant’Angelo

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Da mausoleo dell’imperatore Adriano a possente struttura difensiva fino a divenire una sontuosa residenza papale. E’ questa, in breve, la lunga e straordinaria storia di uno dei monumenti simbolo della città di Roma: Castel Sant’Angelo.

Ma è la sua trasformazione in terribile – e temibile – prigione ciò che forse stupisce maggiormente il visitatore! All’interno del Castello infatti, sono assai numerosi gli ambienti che durante il corso dei secoli furono via via destinati a vero e proprio carcere: dalle celle sotterranee fino a quelle ricavate tra le murature o – come vedremo – in spazi assai improbabili! Ma andiamo con ordine. 

 

Prigioni Storiche

Accessibili dal Cortile del Teatro, vi sono le cosiddette Prigioni Storiche, una serie di ambienti sotterranei, la cui realizzazione – o ampliamento – si deve molto probabilmente a papa Alessandro VI Borgia.

Dalla scala di accesso principale nel cortile, si accede a un grande ambiente rettangolare detto Parlatoio (la cui funzione è facilmente immaginabile dato il nome!) che immette in uno uno stretto e scuro corridoio anulare lungo il quale sono disposte le basse porte d’ingresso delle celle.

 

 

L’ultima è nota per aver ospitato, per quasi un anno, il celebre orafo e scultore Benvenuto Cellini, accusato di furto nella tesoreria del papa all’epoca di Paolo III. Egli stesso raccontò nella sua Vita di essere riuscito ad evadere dalla cella nella notte del 1538, calandosi con una corda fatta di lenzuola tagliate e annodate tra loro! Nella caduta si ruppe una gamba, ma riuscì ugualmente a raggiungere la casa del cardinal Cornaro, suo fidato amico. Catturato, venne ricondotto immediatamente al Castello e segregato nella cella più vicina alla grande cisterna per l’acqua, tuttora esistente sotto il pavimento del cortile. E Cellini nei suoi scritti si lamentava molto dell’umidità (vi è qui “dell’acqua assai”), oltre che dell’oscurità (le celle sono infatti prive di finestre) e della continua presenza di tarantole e vermi velenosi! 

 

Cella Sammalò

La cella più malfamata era però quella detta Sammalò, situata sul retro del bastione angolare San Marco. Il condannato vi veniva calato dall’alto e a malapena aveva spazio per sistemarsi mezzo piegato, non potendo stare né in piedi né sdraiato. La cella era anticamente uno dei quattro sfiatatoi che davano aria alla sala centrale del Mausoleo di Adriano, dove si trovavano le urne imperiali, e che si affacciava sulla rampa di scale. Nel Medioevo fu trasformato in segreta ed è qui che venne realizzato un disegno dell’oscuro “San Marocco”, che poi storpiato divenne “Sammalò” (e da qui il nome della cella). 

 

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La Cagliostra

Ma vi erano anche prigioni di lusso destinate a detenuti di riguardo, come quella posta nell’antica loggia dell’appartamento di Paolo III e detta la Cagliostra, perché nel 1789 vi fu qui tenuto prigioniero il celebre avventuriero Giuseppe Balsamo, detto conte di Cagliostro, accusato di stregoneria. Mentre sul cosiddetto Giretto di Pio IV, accanto alla Loggia di Paolo III, quelle che in origine erano stanze del palazzo costruite per i familiari di papa Gregorio XVI, furono trasformate in undici celle destinate ai prigionieri politici. Nelle celle di Castel Sant’Angelo vennero tenuti prigionieri, oltre ai già citati, anche gli umanisti Platina e Pomponio Leto, Giordano Bruno e alcuni patrioti italiani durante il Risorgimento. E sempre Pio IV fece inoltre costruire, addossata al bastione San Marco, una costruzione su più piani che doveva fungere da prigione, che divenne una caserma, e poi un dormitorio, la cosiddetta Marcia Ronda.

 

Gli illustri prigionieri

Molti furono gli illustri prigionieri ad aver perso la propria vita a Castel Sant’Angelo e molte furono, per esempio, le vittime dei Borgia. Il più noto è forse il cardinale Giovanni Battista Orsini, imprigionato con l’accusa di aver tentato di avvelenare Alessandro VI. Considerata la gravità del fatto, la madre e l’amante del cardinale, temendo per la sorte del loro congiunto, si presentarono al pontefice con un’offerta: una perla rara e preziosissima in cambio del cardinale! Nota era la debolezza dei Borgia per le perle (sembra che Lucrezia ne possedesse da sola più di 3.000) e il papa accettò infatti la proposta: prese la perla e, mantenendo fede alla parola data, restituì il cardinale, però…dopo averlo comunque fatto uccidere!

 

Sala della Giustizia

Ma come si decretava la sentenza dell’accusato? I processi venivano svolti nella Sala della Giustizia, il tribunale dove venivano lette le atroci sentenze di morte ai prigionieri. Di qui passarono i cardinali rei di congiure antipapali ed in questo temuto luogo Clemente VIII mandò al patibolo la giovane Beatrice Cenci e ordinò il supplizio di Giordano Bruno.

 

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Le esecuzioni capitali

Le esecuzioni capitali invece erano generalmente organizzate al di fuori del castello, nella piazzetta al di là di Ponte Sant’Angelo, anche se numerose furono le esecuzioni sommarie eseguite all’interno del castello e perfino nelle stesse carceri! Ad ogni esecuzione di una condanna capitale, suonava a morto la Campana della Misericordia, sulla terrazza ai piedi della statua dell’Angelo.

Nell’Ottocento inoltre la zona del cortile antistante la Cappella dei Condannati o del Crocifisso, divenne luogo di esecuzione per le condanne a morte mediante fucilazione. E celebre in questo senso divennero le prigioni del Castello usate come scenario del terzo atto della Tosca di Giacomo Puccini, in cui si racconta come il pittore Cavaradossi, qui imprigionato, fu condannato a morte per fucilazione proprio nel cortile e di come la sua amante, Tosca, per la disperazione, si sia uccisa gettandosi dagli spalti del Castello!

 

 

 

Controlla nel programma mensile quando è prevista la prossima visita guidata a Castel Sant’Angelo per visitare insieme alcuni di questi luoghi!

 

 

I capolavori di Villa Poniatowski

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Da alcuni anni ha riaperto al pubblico, dopo lunghi e complessi restauri, Villa Poniatowski, seconda sede del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Per scoprire tutta la storia della villa, puoi leggere il nostro articolo dedicato qui nel nostro blog!

I capolavori di Villa Poniatowski

In realtà all’interno di questo nuovo e affascinante spazio espositivo, hanno trovato posto alcune opere relative alle antiche civiltà italiche pre romane, gettando così nuova luce sui contesti che hanno caratterizzato la Penisola, in particolar modo la zona centrale, agli albori della civiltà romana. Tra questi, troviamo alcuni veri e proprio capolavori che vale la pena citare.

Testa maschile da Forte Antenne

Rappresenta un giovane uomo e faceva parte probabilmente della decorazione frontonale di un edificio di culto (III-II sec. a. C.), insieme con una figura seduta di Minerva, conservata a Villa Giulia. La testa presenta stilisticamente i classici caratteri “patetici”, come la rotazione del collo, le labbra carnose semi dischiuse, i grandi occhi profondamente incavati, i capelli a folte ciocche. Il tipo di lavorazione inoltre permette di creare profondi contrasti di luci e ombre, che caratterizzano ancor di più questa tipica corrente iconografica. 

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Antefissa a testa di Menade

Decorava l’antico santuario dedicato a Giunone Sospita a Lanuvio, nel contesto quindi del Latium Vetus. Fu rinvenuta nell’800 in un deposito votivo, insieme ad altri elementi architettonici in terracotta tra cui altre antefisse per la decorazione del tetto del tempio tardo arcaico (IV sec. a.C.). Una gemella della nostra antefissa si trova oggi al British Museum di Londra! La bellezza della testa sta in particolare nella ricercata lavorazione a traforo del nimbo che la circonda e le tracce ancora visibili della sua policromia. 

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Affibbiaglio in oro

L’affibbiaglio in oro dalla tomba Bernardini di Palestrina è un prezioso oggetto di ornamento, utilizzato per fissare il mantello sulla spalla, lavorato con un motivo di sfingi in rilievo ed è datato al VII secolo a.C. E’ caratterizzato da una lamina d’argento rivestita in oro e lavorata con la tecnica della granulazione, che consiste nel decorare una superficie metallica con minuti grani d’oro. Le stesse figure sono collocate su piccole piastre rettangolari collegate tra loro attraverso un sistema di ganci a catena, che assicura il raccordo tra le parti decorative centrali e quelle laterali.

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Cista con gara tra Apollo e Marsia

Proviene dalla necropoli della Colombella, sempre nella zona di Palestrina, antica Praeneste ed è datata tra il VI e il III secolo a.C. Lavorato in bronzo, questo oggetto era un sorta di beauty case, in cui era possibile conservare tutti gli oggetti da toletta, legati alla bellezza e cura del corpo. Spesso infatti le ciste, soprattutto quelle lavorate in modo così raffinato, venivano regalate come dono di nozze dalle madri alle proprie figlie, andando a costituire parte importante della dote. Non stupisce quindi ritrovarle anche in contesti funebri, proprio per sottolineare la levatura sociale del defunto. Solitamente sulle ciste venivano incise scene legate al mito, come nel caso della famosa gara musicale tra il dio del Sole e il sileno ambizioso. I manici, così come i piedini, erano spesso modellati a tutto tondo separatamente e fusi sul cilindro della cista o sul coperchio in un secondo momento. 

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Questi sono solo alcuni dei capolavori che è possibile ammirare all’interno di Villa Poniatowski: controlla nel programma mensile quando è prevista la prossima visita guidata!

Area Sacra di Torre Argentina: nuova apertura!

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Dopo anni di chiusura e lavori, ha finalmente riaperto al pubblico – grazie a un’opera di mecenatismo della Maison Bulgari –  l’area sacra di Torre Argentina! Grazie a un sistema di passerelle sarà dunque possibile passeggiare all’interno di uno dei fori più importanti della città e ammirare da vicino le vestigia dei  templi di epoca repubblicana, oltre ai resti di altri monumenti presenti nel cuore di quello che un tempo era conosciuto come Campo Marzio.

 

La storia dell’area archeologica

La storia dell’area archeologica ha inizio nel secolo scorso, quando nel 1926 l’area fu sventrata per accogliere i nuovi edifici che si sarebbero dovuti insediare in questo angolo strategico della città: dopo accese discussioni se proseguire con l’ammodernamento del quartiere o ridare lustro alle testimonianze del passato, fu lo stesso Benito Mussolini ha inaugurare l’area con una cerimonia che si tenne simbolicamente il 21 aprile del 1929.

Dopo anni di scavi e restauri, alternati a periodi di abbandono, finalmente la Sovraintendenza Capitolina ha dato vita ad un interessante progetto, teso a far rivivere le testimonianze di un passato, quello repubblicano, spesso non molto noto. Le fasi imperiali infatti – così come quelle successive – celano spesso al di sotto le testimonianze dei lunghi secoli in cui Roma fu una potente Repubblica e in cui sì andarono delineando le caratteristiche che con il tempo la portarono a dominare tutto il Mediterraneo e non solo. 

 

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Quattro templi e gli altri resti

La vasta piazza lastricata ospita infatti una serie di resti tra cui i quattro templi indicati con le lettere dell’alfabeto A, B, C e D; una piccola porzione del portico adiacente al Teatro di Pompeo, dove alle Idi di Marzo del 44 a.C. venne pugnalato Giulio Cesare; una latrina pubblica facente parte sempre dello stesso complesso; resti del portico di Minucia, che dopo la sua ricostruzione venne ad inglobare i quattro suddetti templi. Per maggiori dettagli sull’area archeologica di Torre Argentina, puoi leggere anche il nostro precedente articolo.

 

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Le divinità venerate nei quattro templi

Soffermiamoci ora sulle divinità a cui i quattro templi erano dedicati: 

  • il più antico, il tempio C, era preposto al culto della dea Feronia; 
  • il secondo in ordine cronologico, il tempio A, era consacrato alla dea Giuturna; 
  • il terzo, il tempio D, era intitolato ai Lari Permarini;
  • infine il tempio B, il più recente era votato alla dea Fortuna.

 

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Feronia (Tempio C)

Era un’antica dea italica, il cui luogo di culto più importante si trovava presso il Monte Soratte, nei pressi di Capena ma era venerata anche nelle zone di Terracina, Palestrina e nell’Etruria. Era una divinità della fertilità, di tutto ciò che da sottoterra esce alla luce del sole, delle acque sorgive, dei boschi, delle selve e delle belve. Era però protettrice anche degli schiavi liberati, oltre ad avere anche proprietà guaritrici e magiche, come testimonierebbero, presso i suoi luoghi di culto, i numerosi ritrovamenti di ex voto sotto forma di parti anatomiche umane.

 

 

 

Giuturna (Tempio A)

Anch’essa di origine italica, era una ninfa protettrice delle fonti e delle sorgenti. Venerata in origine forse nei pressi di Lavinio, aveva anche all’interno del Foro Romano un luogo di culto, il lacus Iuturnae. Su di lei ci sono due differenti versioni del mito: in una è rappresentata come moglie del dio Giano e madre del dio Fons, che via via la soppianterà come protettore delle fonti. Nella seconda versione invece, compare come sorella di Turno re dei Rutuli, amata da Giove che le concesse il dominio sulle acque dolci del Lazio e l’immortalità. Nell’Eneide, Virgilio ci racconta la disperazione di Giuturna dopo la tragica morte dell’amato fratello per mano di Enea.

 

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Tempio A

 

Lari Permarini (Tempio D)

Rientrano nella categoria dei Lari, divinità protettrici di origine etrusca. Inizialmente la loro sfera di influenza era legata soprattutto alla protezione della casa e più in generale della proprietà agraria. Successivamente dalla campagna e dall’ambito privato. Il culto giunse in città e si sviluppò anche nella vita pubblica. In particolare i Lari Permarini avevano il compito di proteggere le vie marittime e fluviali, divenendo divinità marinaresche. Erano solitamente rappresentati come giovani ricciuti con corta tunica cinta e alti calzari, in atto di danza, levando nella mano destra un rhytòn e protendendo nella sinistra la patera.

 

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Tempio D

 

Dea Fortuna (Tempio B)

Nell’area sacra di Torre Argentina si venerava in particolare la Fortunae Huiusce Diei, cioè “La Fortuna del Giorno Presente”. Dea primigenia, aveva il dominio sulla nascita, vita e morte e per questo era considerata anche una dea della fertilità e della crescita (da qui l’attributo della cornucopia) ma anche guaritrice. Come dea della morte aveva un carattere bellico ma anche di garante della giustizia e della certezza delle punizioni. Era una dea oracolare, determinando così il destino degli individui. Secondo la tradizione, fu il re Servio Tullio, suo amante, a portare a Roma il suo culto. Numerosi sono i suoi titoli ed epiteti. 

 

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Tempio B

 

Per approfondire queste ed altre curiosità, non ti resta che visitare con noi l’area sacra di Largo di Torre Argentina, con la nuova apertura. Scopri le prossime date nel programma mensile!