San Valentino a Roma: cosa fare con la tua dolce metà!

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Pensando alle città più romantiche del mondo, Roma occupa decisamente una posizione nella top ten grazie ai suoi angoli suggestivi, alle terrazze panoramiche e ai suoi vicoli deliziosi! Ma quindi: cosa fare a San Valentino con la tua dolce metà? Ecco i nostri suggerimenti!

 

Passeggiata Romantica…con sorpresa!

Se desideri passeggiare mano nella mano con la tua dolce metà, immersi nella tranquillità e nella natura, molti sono i parchi di Roma in cui andare, ma il nostro consiglio porta al Parco di Villa Borghese! Qui tra vialetti alberati, divertenti giochi d’acqua, terrazze panoramiche da cui godere un bellissimo affaccio – magari al tramonto – sul centro cittadino, sarà possibile organizzare un bel pic nic e concedersi un romantico giro su una barca a remi nel laghetto del parco, proprio davanti al celebre Tempio di Esculapio!

 

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Visita guidata tematica

Se vi appassiona la storia e l’antichità, perché non andare insieme alla scoperta dell’Amore ai tempi degli Antichi Romani? Per farlo basterà prenotare e partecipare alla nostra romantica passeggiata serale: curiosità, aneddoti, racconti…tutto parlerà d’amore al chiaror di luna! Oppure, se vi accomuna la passione per Roma, si può sempre regalare una delle nostre visite guidate (controlla il programma mensile) per trascorrere qualche ora insieme alla scoperta della nostra bellissima città. 

 

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Soggiornare in un hotel con panorama indimenticabile

Quando si viaggia, si cerca spesso la soluzione più pratica ed economica per dormire…ma se si vuole stupire la propria dolce metà, perché non prenotare per San Valentino una notte in uno degli hotel più romantici di Roma? Ovviamente, la scelta dovrà ricadere su quelli con vista, come per esempio Palazzo Manfredi davanti al Colosseo, l’Hotel Forum nel Rione Monti, l’Ethic Borromini su piazza Navona o il classico Albergo al Senato davanti al Pantheon!

 

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Regalarsi un’esperienza

Condividere un momento unico nel suo genere non potrà che rendere San Valentino una giornata veramente indimenticabile! E allora ecco che potrete sorseggiare una deliziosa tazza di té degustando dei golosissimi scones caldi preparati dalle sapienti mani della sala da tè Babington serviti in una straordinaria cornice: la terrazzina privata del museo Keats & Shelley, che affaccia direttamente sulla scalinata di Piazza di Spagna! E se preferite il salato, è possibile richiedere la versione con fingers sandwiches e champagne: il vostro brindisi sarà veramente indimenticabile!

 

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Mini fuga romantica

Se invece l’idea è quella di trascorrere una giornata (o un weekend) al di fuori della città, puoi trovare qui i nostri consigli per una mini fuga romantica nel Lazio andando alla scoperta dei suoi borghi più romantici!

 

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Ne abbiamo inseriti per i tutti i gusti: mare, collina, lago…insomma…buona scelta e soprattutto buon San Valentino!

 

Luoghi insoliti di Roma: il Museo del Teatro Argentina

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La città di Roma, fin dalle sue origini, ha dimostrato un grande interesse per gli spettacoli, da quelli crudi e violenti del Colosseo, fino a quelli più sofisticati nei teatri. Di questi, molto numerosi in antico, oggi restano visibili i più imponenti come per esempio il Teatro di Marcello, quello di Balbo o di Pompeo, poi trasformati notevolmente nei secoli successivi.

 

La nascita del teatro “moderno”

È consuetudine concordare sul fatto che la nascita del teatro moderno avvenne nell’Urbe nel 1513, anno in cui fu eretto, sulla piazza del Campidoglio, un teatro ligneo ad opera di Pietro Rosselli. Si trattava però di una costruzione provvisoria, ideata per festeggiare il conferimento delle cittadinanza romana a Giuliano de’ Medici, fratello dell’allora papa in carica, Leone X.

 

La nascita del teatro all’italiana

Fu però il secolo successivo a determinare la nascita del teatro all’italiana: la diffusione del gusto barocco e la nascita del melodramma modificarono profondamente l’architettura teatrale, destinata a sottolineare fortemente la divisione delle classi nel secolo. Non è un caso che, proprio in questo secolo, molti furono i teatri privati ad essere realizzati dalle famiglie nobiliari nei propri palazzi, come per esempio fecero i Capranica, gli Altemps e i Barberini.

 

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Teatro Palazzo Altemps

La storia del Teatro Argentina

Fu solo nel Settecento che avvenne la definitiva apertura al pubblico dei teatri, che fin da subito divennero frequentatissimi perché le rappresentazioni potevano essere fatte solo in limitati periodi dell’anno, complici le severe leggi della Chiesa romana. E tra i primi teatri pubblici, vi fu proprio il Teatro Argentina, di proprietà della famiglia Sforza Cesarini ed inaugurato il 13 gennaio del 1732 con l’opera Berenice di Domenico Sarro.

 

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Pur accogliendo spettacoli di ogni genere – spesso con balli e numeri sulla corda, raramente delle commedie – per tutto il Settecento il Teatro, chiamato a far fronte a una spietata concorrenza, si aprì alle celebri feste del Carnevale, evento molto partecipato e celebrato nella capitale dello Stato Pontificio – come a Venezia – con grande sfarzo e coinvolgimento popolare.

L’Ottocento vede il Teatro divenire protagonista assoluto della città: è qui che nel 1816 Rossini presenta, in prima assoluta, il suo “Barbiere di Siviglia” e nel 1849 qui debutta anche “La battaglia di Legnano” su musica di Giuseppe Verdi. Quando nel 1870 Roma divenne la Capitale del nuovo Regno, il Teatro si trovò proprio al centro della nuova ed importante rete viaria e sociale, dal forte valore simbolico, che univa via Nazionale a Piazza Venezia e a Corso Vittorio Emanuele II.

L’Argentina quindi, fin dalla nascita, seppe quindi conquistarsi durante tutto il corso dei secoli, un ruolo di punta dell’offerta teatrale cittadina che potremmo dire ha mantenuto intatto fino ad oggi.

 

Il Museo del Teatro Argentina

E’ in questo contesto che diventa particolarmente interessante la visita del museo ospitato dal 1973 nel sottotetto del Teatro in grado di documentare tutta la sua interessante storia. Grazie alle opere e agli oggetti esposti è possibile ricostruire tutte le trasformazioni dell’area urbana in cui è sorto il Teatro, ammirare da vicino alcuni resti della struttura antica, come i quattro frammenti del più antico velario (soffitto) conservato con putti e festoni di fiori datato al XVIII-XIX secolo, e delle sue precedenti decorazioni, come i due dipinti murali in stile pompeiano della fine del XIX secolo o ancora gli studi per il sipario raffiguranti la “Ninfa Egeria che consiglia Numa Pompilio” di Cesare Fracassini, famoso pittore romano dell’epoca.

 

 

Ancor più esaltante è la sezione museale dedicata alla vita del Teatro, illustrata con l’esposizione di alcuni costumi di scena de “I Masnadieri” di Friedrich Schiller, di alcune foto di locandine, disegni e ritratti di cantanti, attori e ballerine (fra le quali la famosa danzatrice austriaca Fanny Essler), dalla prima opera qui rappresentata “Berenice” fino agli allestimenti scenici del Novecento.

 

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E completa la visita agli spazi del museo una terrazza panoramica con vista esclusiva sui templi dell’area sacra di Largo Argentina. Controlla subito nel programma mensile quando è prevista la prossima visita guidata al Museo del Teatro Argentina!

 

 

Canova e Paolina Borghese: storia di un capolavoro

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Capolavoro iconico di Galleria Borghese, è certamente il ritratto di Paolina commissionato dal principe Camillo Borghese ad Antonio Canova nel 1804. Ma come è nato questo immenso capolavoro? Scopriamolo insieme!

 

Camillo e Paolina: una storia d’amore?

Camillo aveva sposato nel 1803 la bella e vivace sorella di Napoleone a Parigi: il Primo Console, che di lì a un anno sarebbe diventato imperatore, fu ben contento di imparentarsi con una famiglia nobile romana! Paolina, che all’epoca aveva 23 anni, seppur giovanissima era già vedova del generale Leclerc (suo primo marito), morto di una malattia tropicale a Santo Domingo dove Napoleone lo aveva spedito insieme alla moglie, ufficialmente per sedare una rivolta indigena, ma in realtà per soffocare lo scandalo provocato a Parigi dalla condotta libertina della stessa Paolina.

Camillo non ci pensò due volte a sposare la fanciulla, tanto che neanche si aspettò la conclusione dell’anno di vedovanza! La coppia si trasferì a Roma e andò a vivere a Palazzo Borghese, dove Paolina poté riprendere la vita di sfarzo e divertimenti che tanto amava, alienandosi però ben presto le simpatie dei romani poiché decise di chiudere una parte del parco della Villa sul Pincio alla fruizione dei cittadini (che invece era sempre stata a loro aperta), visto che amava passeggiarci lei stessa!

 

La nascita dell’opera di Canova

E per meglio celebrare la propria giovane moglie, ecco che Camillo decise di convocare l’artista più illustre del momento proprio per eseguire il suo ritratto. Canova ha espresso in quest’opera altissima una summa della propria cultura figurativa, facendone un’icona del proprio singolare neoclassicismo.

Della scultura esistono numerosi disegni preparatori e il gesso originale canoviano (conservato nella Gipsoteca di Possagno) che mostra ancora i “punti”, i riferimenti utili per il trasferimento della scultura in marmo. Sappiamo che Canova lasciava infatti questa operazione ai suoi assistenti, riservando per sé “l’ultima mano”, ovvero quella levigatura paziente, con abrasivi sempre più sottili, che portava all’effetto della “vera carne” e che si esaltava nella visione a lume di candela. Ciò che qui Canova realizzò lasciò tutti a bocca aperta.

 

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Paolina come Venere

Paolina è rappresentata come Venere vincitrice del giudizio di Paride, come ci indica la mela che tiene nella mano, destinata “alla più bella fra le dee”. Secondo il mito infatti, Paride ebbe il compito di stabilire quale dea tra Era, Atena e Afrodite fosse la più bella, consegnando il simbolo della Vittoria alla prescelta : fu così che il giovanotto consegnò il pomo alla bella Venere, che risultò quindi “vincitrice”.

 

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La posa della principessa, distesa su un’elegante agrippina (una sorta di chaise-longue stile Impero molto in voga all’epoca) e praticamente nuda, generò non pochi pettegolezzi: tutti si chiedevano se la principessa avesse infatti posato svestita per l’artista e si racconta che lei stessa avrebbe affermato maliziosamente: “ogni velo può cadere dinanzi al Canova”!

 

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Si tratta tuttavia di un ritratto ideale, che rientra nel cosiddetto genere “grazioso” della produzione canoviana, in cui anche la posa rimanda al repertorio classico, alle sculture etrusche e romane sdraiate sui sarcofagi, ma anche alla tradizione pittorica veneta del Cinquecento delle Veneri di Tiziano.

Stupefacente è anche la resa del materasso che sembra affondare morbidamente sotto il peso della giovane dea. Un effetto di verosimiglianza che ha un precedente particolarmente illustre: il materasso che Gian Lorenzo Bernini aveva scolpito per l’Ermafrodito appartenuto a Scipione Borghese e che proprio negli anni in cui Paolina veniva ritratta dal Canova prendeva la via di Parigi, venduto da Camillo a Napoleone insieme ad altre centinaia di opere della grandiosa collezione archeologica di famiglia.

 

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Canova, che si era opposto fieramente alla vendita dei marmi Borghese – purtroppo invano – è come se in questo ritratto avesse voluto restituire la sua versione neoclassica, andando a rendere il marmo di Carrara ancor più lucido stendendo, come finitura, l’acqua di rota, proprio per dare alla superficie maggior lucentezza!

 

L’ultima sorpresa

Ma le sorprese non finiscono qui. Canova infatti voleva stupire ancor di più i contemporanei facendo ruotare e muovere la scultura. Come? Andando ad inserire sotto all’agrippina un meccanismo (tuttora funzionante anche se purtroppo non attivo) che permetteva alla scultura di girare e mostrarsi a 360°!

 

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L’arrivo della scultura a Galleria Borghese

In seguito alla consegna della scultura, nel 1808, il principe Camillo trasferì l’opera a Torino, dove operava come Governatore Generale dei Dipartimenti Transalpini per conto dell’impero napoleonico: per inviarla lontano da sguardi indiscreti e per gelosia? Chissà!

L’opera tuttavia tornò a Roma dopo la caduta di Napoleone rimanendo esposto nel palazzo dei Borghese in Campo Marzio fino al 1820 quando Camillo chiuse la scultura in una cassa per non intaccare i rapporti diplomatici con il papa. La scultura continuava infatti a suscitare curiosità morbosa tanto che la servitù la esponeva a pagamento! Fu nel 1838 che l’opera di Canova giunse a Galleria Borghese dove noi, ancora oggi, possiamo ammirarla in tutto il suo eterno splendore. 

Controlla nel programma mensile quando è prevista la prossima visita guidata per ammirare insieme, dal vivo, questo immenso capolavoro artistico!

 

Mostra “Arte Liberata 1937-1947. Capolavori salvati dalla guerra”

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La nuova mostra allestita alle Scuderie del Quirinale risuona in città come un omaggio doveroso alle donne e agli uomini che, nella drammatica contingenza bellica, hanno interpretato la propria professione all’insegna di un interesse comune, coscienti dell’universalità del patrimonio da salvare.

Le opere esposte, oltre cento capolavori salvati durante la Seconda Guerra Mondiale, insieme ad un ampio panorama documentario, fotografico e sonoro (riuniti grazie alla collaborazione di ben quaranta Musei ed Istituti), offrono al visitatore un racconto avvincente ed emozionante di un momento particolarmente drammatico per il nostro Paese, ma lungimirante e fondativo di una nuova coscienza civica.

Operazione salvataggio

Con lo scoppio della guerra infatti, le massime autorità della cultura italiana, per scongiurare il pericolo dei bombardamenti aerei, diedero vita alla cosiddetta “operazione salvataggio”, che prevedeva lo spostamento delle opere d’arte mobili fuori dai centri urbani e la protezione in loco dei beni che non potevano essere movimentati.

Fra questi si annoverano Giulio Carlo Argan, Palma Bucarelli, Emilio Lavagnino, Vincenzo Moschini, Pasquale Rotondi, Fernanda Wittgens, Noemi Gabrielli, Aldo de Rinaldis, Bruno Molajoli, Francesco Arcangeli, Jole Bovio e Rodolfo Siviero, agente segreto e futuro ministro plenipotenziario incaricato delle restituzioni: persone che, senza armi e con mezzi limitati, presero coscienza della minaccia che incombeva sulle opere d’arte, schierandosi in prima linea per evitarla, consapevoli del valore educativo, identitario e comunitario dell’arte.

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I capolavori in mostra

Ad aprire il percorso espositivo è il celebre Discobolo Lancellotti che fu tra le opere cedute per soddisfare la spropositata ambizione di Adolf Hitler, assecondata in primis da Hermann Göring. Con il lasciapassare di Mussolini e Ciano, l’opera lasciò il territorio italiano nonostante fosse vincolata.

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Tra le altre opere esposte spiccano per importanza La Santa Palazia del Guercino, i ritratti di Alessandro Manzoni di Francesco Hayez e di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane, la Crocefissione di Luca Signorelli, l’Immacolata Concezione di Federico Barocci, la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca oltre alla Danae di Tiziano.

Tiziano

Insomma una mostra che presenta la nascita di un nuovo modo di intendere la tutela e la valorizzazione, a partire dalla fondazione dell’attuale Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Un tema nato quindi proprio dall’esperienza della guerra e divenuto in seguito una componente fondamentale alla base della museografia italiana.

Una mostra assolutamente da non perdere: controlla il programma mensile per vedere quando è in programma la nostra visita guidata!

Il Castello di Giulio II ad Ostia

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Per chi decidesse di recarsi ad Ostia, assolutamente da non perdere è la visita dello straordinario parco archeologico per assaporare tutta la magnificenza dell’antica città di epoca romana.

Ma la storia di questa importante cittadina, sorta a circa 40 metri di distanza dall’Urbe, non si esaurisce con la caduta dell’Impero Romano, anche se pian piano iniziò a svuotarsi, ad allontanarsi dalla foce del Tevere e da Portus (l’antico porto di Roma, oggi a Fiumicino), centro che ormai non svolgeva più il suo importante ruolo economico.

Gregoriopoli: la prima cittadella fortificata

Fu così che i pochi abitanti rimasti iniziarono ad addensarsi presso l’ansa del Tevere, dando così vita a un piccolo Borgo, divenuto con papa Gregorio IV – nel IX secolo – una vera cittadella fortificata, detta Gregoriopoli, per proteggere l’esigua popolazione ostiense minacciata dalle scorrerie saracene.

Si deve invece a papa Martino V, nel 1400, la costruzione di un torrione cinto da un fossato a guardia del Tevere. Il sito rivestiva infatti un ruolo di primaria importanza nel controllo dei traffici doganali per la presenza delle saline, il cui monopolio spettava alla Curia.

Fu questo il motivo per il quale il cardinale Guglielmo d’Estoutville, – vescovo di Ostia dal 1461 al 1483 – andò a ripristinare la cinta muraria dell’antica Gregoriopoli, facendo inoltre erigere al suo interno tre file di case a schiera, tuttora ben visibili e ancora abitate.

Ed è proprio qui che è anche possibile ammirare la piccola ma antica Cattedrale di Santa Aurea dedicata ad una nobile fanciulla vissuta e perseguitata nel III secolo d.C. perché cristiana e sorta dove secondo tradizione si trovava una vasta necropoli in cui fu sepolta anche Santa Monica, presente ad Ostia nel 387 d.C. insieme a Sant’Agostino, suo figlio. L’edificio attuale fu però completato nel 1483 dall’architetto fiorentino Baccio Pontelli su richiesta del cardinale Giuliano della Rovere (futuro papa Giulio II), anche se chi l’aveva voluta era il suo predecessore, il cardinale d’Estouteville appunto.

Il Castello di Giulio II

Ma il monumento certamente più significativo del Borgo è l’imponente castello, la cui costruzione inizia sempre nel 1483 e vede protagonisti nuovamente i nostri della Rovere e Pontelli.

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Alto esempio di architettura militare rinascimentale, il complesso presenta un circuito perimetrale di casematte (e cioè camere da sparo), tre torrioni (uno dei quali inglobò la torre di Martino V), un ampio fossato circostante e un “rivellino”, un elemento in muratura eretto dinanzi alle porte per difenderle dal fuoco e dai proiettili nemici, facilitando così le sortite dei difensori.

Negli anni successivi, la valenza strategico-militare del castello fu parzialmente attenuata dalla costruzione di ambienti residenziali e di uno scalone monumentale, decorato da affreschi policromi con eleganti grottesche alternate a pannelli con scene del mito di Ercole, attribuiti alla scuola di Baldassarre Peruzzi.

Il castello non ebbe tuttavia vita semplice: dopo meno di un secolo dalla sua costruzione, nel 1557 un’alluvione senza precedenti comportò lo spostamento del letto del fiume Tevere e l’ansa su cui il castello sorgeva sparì!

Ostia e il castello di Giulio II prima della piena del 1557_lasinodoro

Questo ovviamente segnò la fine della funzione del castello come luogo di controllo e di dogana lungo il fiume, decretandone il progressivo abbandono, tanto da divenire prima ricovero per il bestiame e poi, nel momento più buio della sua storia, alla fine dell’Ottocento, alloggio per i prigionieri destinati ai lavori forzati con i quali Pio VII e Pio IX intrapresero i primi scavi archeologici di Ostia Antica!

Può dunque mancare la visita al Castello di Giulio II? Certo che no! Controlla nel programma mensile quando è prevista la prossima visita guidata!