Tra lusso e sfarzo nelle Ville Imperiali del Lazio

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Che gli imperatori disponessero di una straordinaria residenza nel cuore della città di Roma, sul Palatino e quindi in una posizione dominante, è fatto ben noto. Ma alcuni di loro ci hanno lasciato testimonianze di straordinarie ville fatte costruire anche in tutta la regione: in campagna, al mare o sul lago!

Non solo Villa Adriana

La prima villa al di fuori dell’Urbe a cui tutti noi – giustamente – pensiamo è la stupefacente Villa Adriana a Tivoli, divenuta un simbolo mondiale di bellezza e ingegno costruttivo proprio per le sue innovative forme architettoniche. Ma Adriano non fu l’unico imperatore a costruire delle ville più o meno lontane da Roma, durante il corso dei secoli. 

Villa Adriana Tivoli Pecile
Pecile

Tra le meglio conservate (e visitabili), possiamo citare la Villa di Orazio a Licenza, quella detta “degli imperatori” a Palestrina, la “Spelunca” di Tiberio a Sperlonga e quella di Domiziano a Sabaudia. 

La Villa di Orazio a Licenza

Il poeta Quinto Orazio Flacco possedeva nel territorio di Licenza (non molto lontano da Roma quindi) una villa che gli fu donata nel 33 a.C. da Augusto attraverso Mecenate.  E’ qui che il poeta venne a ritirarsi per godere della semplicità, dedicandosi alla meditazione, alla filosofia, alla lettura ed alla poesia.

L’edificio sorge su di un’area di 40 ettari, tra Mandela e Vicovaro, e di essa facevano parte anche un bosco, frutteti, oliveti e un terreno per il pascolo. L’abitazione era dotata di stanze disposte intorno all’atrio, alcune delle quali presentano una pavimentazione con splendidi mosaici a motivi geometrici in bianco e nero; e un grande quadriportico rettangolare con giardino centrale, analogo a quello della Villa dei Papiri di Ercolano, ne costituiva l’elemento principale. Alla fine del I sec. d.C., la villa venne completamente ristrutturata, con la realizzazione di un peristilio aperto sul panorama dei monti Lucretili e con la trasformazione del piccolo balneum, di cui era già dotata, in un vero e proprio impianto termale.

La Villa “degli imperatori” di Palestrina

La cosiddetta Villa degli imperatori di Palestrina (antica Praeneste) si trovava a meno di 2 km dall’importante Santuario della Fortuna Primigenia e si raggiunge percorrendo Viale Pio XII, la principale via commerciale della città. Certamente frequentata da Augusto, Tiberio e Marco Aurelio, è anche detta Villa di Adriano per via del ritrovamento, al suo interno, alla fine del XVIII secolo, della statua di Antinoo – rappresentato in veste di Bacco – oggi ai Musei Vaticani.

La villa, da un punto di vista panoramico, era collocata in un punto particolarmente privilegiato: da qui era infatti possibile godere tutta la vista su Palestrina e sulla facciata del Tempio. Gli unici resti di questo straordinario complesso monumentale si trovano oggi inglobati nel cimitero di Palestrina, realizzato dopo il 1860, e consistono – al piano inferiore – in circa 20 ambienti paralleli, di diverse dimensioni, tutti a forma rettangolare, con volta a botte e rivestimento in cocciopesto, comunicanti con un lungo corridoio, stanze umili quindi, forse utilizzate come magazzini per attrezzi e derrate oppure cisterne. 

La “Spelunca” di Tiberio a Sperlonga

L’imperatore Tiberio scelse invece il litorale laziale per la realizzazione della propria villa, definita da Tacito e Svetonio “Spelunca”, da cui poi prese il nome la cittadina di Sperlonga. La villa, costituita da diversi ambienti disposti su terrazzamenti, era caratterizzata da un’area residenziale vera e propria con tanto di terme, piscina e caserme con le stalle. Ma la particolarità più grande era certamente la grotta decorata in cui Tiberio, insieme alla sua corte, amava trascorrere le proprie giornate dedicandosi allo svago e ai banchetti. Al suo interno furono rinvenuti dei gruppi scultorei di straordinaria bellezza che avevano come tema principale le gesta dell’eroe omerico Ulisse (oggi al Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga). L’ingresso della grotta era preceduto da una grande vasca con acqua marina, nel cui centro era stata costruita un’isoletta che fungeva da sala da pranzo estiva. Questa vasca era a sua volta collegata all’interno della grotta con una piscina circolare; l’ambiente principale comunicava poi con due vani: uno ospitava un ninfeo con cascate d’acqua, l’altro ospitava il gruppo scultoreo dell’accecamento di Polifemo. 

La Villa di Domiziano a Sabaudia

Anche Domiziano guardò al mare, scegliendo però Sabaudia e andando ad occupare la bella penisola che si affaccia sul Lago di Paola. Composta da numerosi ambienti, alcuni dei quali destinati al relax nella zona giardino, la villa si presenta oggi con un imponente prospetto rettilineo, realizzato lungo la sponda del lago con una grandiosa opera di banchinaggio, interrotta solo da due esedre porticate presso l’area termale, caratterizzata dalla tipica tripartizione calidarium, tepidarium e frigidarium, a cui si aggiungeva una grande palestra porticata. A nord della penisola, si trova l’area del bacino absidato, caratterizzato dalla presenza di strutture di una villa tardo-repubblicana preesistente su cui l’imperatore fece costruire la nuova residenza, abbattendo gli edifici che non rientravano nel suo progetto architettonico e cambiando uso agli altri. Qui gli architetti di Domiziano diedero prova di altissimo ingegno, riuscendo a integrare le strutture monumentali del precedente complesso nella nuova sontuosa abitazione, degna di un imperatore così importante!

Le altre ville imperiali nel Lazio

Tra le ville imperiali presenti nel Lazio, oltre a quelle sopra citate, se ne possono certamente aggiungere molte altre (poco conservate fino ai nostri giorni o note solo dalle fonti) come per esempio la Villa di Anzio abitata da Augusto e da Nerone (ma anche da altri dopo di loro); quella di Nemi riferibile a Caligola; quella a Subiaco collegabile a Nerone; la celebre Albanum Domitiani, la villa a Castel Gandolfo legata al nome di Domiziano (ma con attestazioni, discontinue, da Tiberio a Settimio Severo); o ancora quella di Genzano usata dagli Antonini. Insomma…vi era veramente una villa per ogni gusto! Controlla nel programma mensile quando è prevista una visita guidata ad una di queste meravigliose ville. 

La Follia degli Imperatori. Commodo: il principe gladiatore

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“Che il ricordo dell’assassino e del gladiatore sia cancellato del tutto. Lasciate che le statue dell’assassino e del gladiatore siano rovesciate. Lasciate che la memoria dell’osceno gladiatore sia completamente cancellata. Gettate il gladiatore nell’ossario. Ascolta o Cesare: lascia che l’omicida sia trascinato con un gancio, alla maniera dei nostri padri, lascia che l’assassino del Senato sia trascinato con il gancio. Più feroce di Domiziano, più turpe di Nerone. Ciò che ha fatto agli altri, sia fatto a lui stesso.”

 

Queste sono alcune delle parole dedicate a Commodo nella Historia Augusta: un giudizio feroce che rivela quanto già gli antichi avessero riservato una pessima lettura all’operato del giovane imperatore. Ma andiamo con ordine. 

 

Chi era Commodo?

Figlio dell’imperatore filosofo Marco Aurelio e Faustina Minore, Commodo nacque a Lanuvio nel 161 d.C. Se nell’aspetto somigliava al padre, con capelli biondi e ricci, di certo l’indole era molto diversa, tanto che numerose furono le malelingue che si sparsero fin dall’inizio, come quella che lo voleva nato da una relazione tra la madre e un gladiatore. Fu anche ritenuto colpevole da fanciullo di aver ordinato di gettare nel forno un servo reo di aver riscaldato troppo l’acqua del suo bagno!

 

 

Ricevette inoltre una buona istruzione da “un’abbondanza di buoni maestri” e certamente fu indirizzato al ruolo di comando dal padre che, oltre a volerlo con sé sul campo di battaglia, gli conferì il rango di imperator, e nel 177 d.C., il titolo di Augusto, attribuendo al figlio la sua stessa posizione, condividendone il potere. Ma l’affiancamento non fu lungo a sufficienza poiché Marco Aurelio morì lontano da Roma nel 180 d.C. e si dice che tra le ultime parole pronunciate ad amici e familiari presenti vi fosse anche la richiesta di guidare il figlio e di consigliarlo al meglio poiché “è difficile, per chi ha il potere, moderarsi e porre un limite alle passioni”, soprattutto per un giovane.

 

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Eugène Delacroix, Ultime parole dell’imperatore Marco Aurelio

 

Ed effettivamente Commodo, alla morte del padre, si trovò al potere a soli 19 anni, troppo pochi forse per doversi occupare di un impero che aveva raggiunto la sua massima espansione territoriale. A questo si deve certamente aggiungere la personale indole caratteriale, non delle più elevate, soprattutto se paragonate al grande spessore paterno. Commodo dunque, per rientrare a Roma il prima possibile, concluse frettolosamente la pace con i Marcomanni e i Quadi, contro i quali aveva intensamente combattuto lo stesso Marco Aurelio.

 

Commodo imperatore

Iniziò ad esercitare il proprio potere in maniera assai dispotica, infierendo contro l’aristocrazia senatoria e rompendo così un equilibrio politico che aveva avuto tanto successo nell’era degli Antonini. Anche in campo religioso osò forzare la tradizione, assumendo nome e attributi di divinità: si disse figlio di Giove e si identificò con Ercole, tanto da decidere di farsi così ritrarre, con tanto di pelle di leone sulle spalle, clava e pomi delle Esperidi tra le mani!

 

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Circondato da cortigiani corrotti, organizzava a palazzo feste e ricevimenti orgiastici a tema, dedicandosi appassionatamente al suo hobby preferito: gli spettacoli gladiatori. “Commodo combatté 365 volte durante il regno di suo padre, e successivamente allo stesso modo ottenne tante vittorie gladiatorie sia sconfiggendo sia uccidendo i reziari, da arrivare a toccare le mille.” Naturalmente nessuno poteva batterlo.

Cassio Dione racconta perfino che un giorno Commodo in uno dei suoi spettacoli abbia ucciso uno struzzo e si sia avvicinato al palco in cui erano seduti i senatori, tenendo nella mano alzata la testa mozzata dell’animale e nell’altra la spada sanguinante, lasciando così presagire che quella sarebbe stata la sorte a loro riservata. E’ facile intuire come il suo regno non sarebbe divenuto lungo e prosperoso.

 

Le congiure e la morte

La prima congiura sventata fu tramata nel 182 d.C. da un gruppo di membri della famiglia imperiale riuniti intorno alla sorella Lucilla e la punizione fu esemplare: il nipote Quintiliano e l’ex console Marco Numidio Quadrato furono condannati a morte, Lucilla, sua figlia e la moglie dell’ex console furono invece esiliate a Capri, facendole però uccidere l’anno dopo.

Con il passare degli anni, continuò a crescere il malcontento che portò all’organizzazione dell’ennesima congiura, quella fatale. Ironia della sorte, Commodo fu strangolato da Narciso, il gladiatore con cui era solito allenarsi, dopo un primo tentativo di avvelenamento. La congiura era stata organizzata da Marcia, concubina dell’imperatore, ed da Emilio Leto, prefetto del pretorio. Si racconta che un giorno un ragazzino con cui l’imperatore era solito giocare – da lui ribattezzato Filocommodo – abbia trovato un foglietto di carta che consegnò poi a Marcia, su cui era presente una lista di persone che Commodo intendeva far uccidere. La donna impallidì poiché scorse anche il suo nome. La congiura fu quindi organizzata rapidamente: l’idea era avvelenare il vino destinato a Commodo durante il banchetto, “ma poiché questo non si mostrava efficace, lo fecero strangolare da un atleta con il quale era solito allenarsi”. Era il 31 dicembre 192 d.C. 

 

Se vuoi scoprire quali furono le gesta degli altri imperatori folli, basterà leggere i nostri altri articoli dedicati a Caligola, Nerone, Domiziano e Caracalla oppure guardare il nostro “Webinar d’Oro” dedicato proprio a questo tema! 

 

 

 

 

 

Il Principe Ellenistico: storia di un capolavoro

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Dopo aver scoperto tutta la storia del Pugilatore, ci dedichiamo al cosiddetto Principe Ellenistico, altro immenso capolavoro artistico custodito nella sede del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme

IL PRINCIPE ELLENISTICO

Rinvenuto nel 1885 alle pendici del Quirinale insieme al Pugilatore, come l’altro bronzo venne realizzato con la tecnica della cera persa, ovvero realizzando la scultura vera e propria intagliando e modellando la cera, attorno alla quale venne costruito un calco in gesso, in cui venne poi colato il metallo che, fondendo la cera, la disperse (a cera persa appunto, un metodo usato ancora oggi in oreficeria). Le due sculture però, anche se molto probabilmente vennero seppellite insieme in antichità, non sembrano essere correlate tra loro, appartenendo inoltre a due periodi differenti di esecuzione.

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MA CHI E’ “IL PRINCIPE”?

Ma chi rappresenta questo straordinario bronzo? Abbiamo a che fare con un personaggio maschile, vigoroso, robusto e solenne, ritratto in nudità eroica, stante ma appoggiato alla sua lunga lancia (sprovvista oggi della punta). La mano destra, con il palmo rivolto all’esterno, è poggiata sul gluteo, in posizione di riposo.

Il volto, con barba corta incisa a bulino, è reso con estrema dovizia: bocca piccola e semiaperta, occhi infossati (perduti e inseriti a parte), fronte corrugata e fossetta sul mento. La capigliatura è resa virtuosisticamente con corte ciocche arruffate, mentre il corpo tonico e muscoloso manifesta tutta la sua imponenza (è alto più di 2 metri!).

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E’ proprio l’estremo virtuosismo riconoscibile nella resa del volto così realistico che ha portato gli studiosi a riconoscere nell’uomo il ritratto di un principe che più volte si è provato a identificare, senza però essere riusciti a giungere ad una soluzione definitiva: in assenza di un diadema regale, difficile è scegliere tra un principe pergameno o un importante personaggio romano.

CONFRONTI E ALTRE IDENTIFICAZIONI 

In base alla tecnica di realizzazione di questo straordinario bronzo, si è soliti datare la scultura nella prima metà del II secolo a.C., andando quindi a riconoscervi influenze del lavoro tipico di Lisippo, soprattutto quando si guarda alle dimensioni della testa, più piccola rispetto al corpo, alla pettinatura e alla presenza della lancia, particolarmente adatta all’immagine di un vincitore.

In assenza di un’identificazione certa, alcuni dettagli del bronzo di Palazzo Massimo, secondo alcuni studiosi, sono assimilabili ad almeno due opere del grande artista greco: dell’Alessandro con lancia sembra condividere la posa e la barba leggera che non incide sulla fisionomia giovanile; dell’Ercole Farnese invece la posizione della mano destra. Questa aveva verosimilmente lo scopo di suggerire un parallelo tra il riposo del personaggio qui ritratto e quello dell’eroe alla fine delle sue fatiche.

In un certo senso è forse proprio la così poco marcata allusione ad Ercole rispetto a quanto era norma presso i sovrani ellenici, ciò che porta a ritenere che l’uomo ritratto nel Principe di Palazzo Massimo possa forse essere un generale romano, vista anche la scelta del “riposo”, posizione che potrebbe indicare la conclusione vittoriosa di una campagna militare, avvenuta forse proprio sotto la protezione di Ercole. Secondo altri invece vi si potrebbe riscontrare una somiglianza con i ritratti del re di Pergamo Attalo II, noti in vari esemplari e in questo caso si potrebbe trattare del futuro re rappresentato quando era ancora principe.

Chiunque sia il nostro Principe, ammirando la maestria di esecuzione, ciò che colpisce è la sua fierezza e potenza, innegabili, come anche la sua appartenenza a una sfera soprannaturale: ciò che traspare è infatti proprio l’idea che il personaggio, chiunque fosse, incarni un semidio a tutti gli effetti!

Controlla il nostro programma mensile per vedere quando è prevista la prossima visita guidata a Palazzo Massimo alle Terme per ammirare dal vivo questo immenso capolavoro!

Van Gogh: la mostra evento a Roma

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Alla vigilia dei 170 anni dalla sua nascita, Palazzo Bonaparte celebra la vita di uno dei più grandi artisti del XX secolo: Vincent Van Gogh.

 

VAN GOGH: L’UOMO E L’ARTISTA

Nato a Zundert, in Olanda, il 30 marzo 1853, fu un artista particolarmente sensibile, geniale ed innovativo, dalla vita però assai tormentata e complicata. Tra l’esperienza da missionario a quella da minatore continuò a dipingere nonostante la costante mancanza di interesse e di riscontro commerciale dei suoi tempi. Ebbe per tutta la vita attacchi episodi psicotici e d’ira (come quando litigo’ ferocemente con l’amico Paul Gauguin fino a tagliarsi una parte dell’orecchio sinistro con un rasoio), soffrì di una severa depressione e fu a lungo ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul in Provenza.

Tutto questo però non fermò mai la vena creativa, anzi, in un solo decennio realizzò circa 2.100 opere, tra cui 860 dipinti ad olio. I suoi paesaggi, le nature morte, i ritratti e gli autoritratti sono caratterizzati da colori audaci e pennellate impulsive ed espressive, che hanno contribuito a gettare le basi dell’arte moderna. Ma l’epilogo arrivò. E fu anche questo drammatico: la sua vita terminò il 29 luglio 1890, con un suicidio, un colpo di pistola al petto nei campi di Auvers. Moriva così Van Gogh, a soli 37 anni. Ma la sua arte non si è dissolta, anzi, si è presentata al mondo in tutta la sua straordinarietà.

 

I CAPOLAVORI IN MOSTRA

La mostra di Roma, attraverso 50 opere provenienti dal prestigioso Museo Kröller Müller di Otterlo (che custodisce uno dei più grandi patrimoni delle opere di Van Gogh), vuole ricostruire quindi la vicenda umana e la genialità creativa dell’artista.

Un percorso espositivo che si snoda cronologicamente per ripercorrere le tappe della sua vita, facendo riferimento ai periodi e ai luoghi in cui il pittore visse: dal periodo olandese a quello parigino, da quello ad Arles fino ai periodi all’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence e a Auvers-Sur-Oise, dove morì. Tutta la sua straordinaria produzione artistica è quindi presente in mostra.

 

Sarà così possibile ammirare dal vivo i suoi vertiginosi paesaggi, le sue straordinarie rappresentazioni della quotidianità più severa e stringente, in cui un Seminatore (1888), i tessitori, i boscaioli o ancora le donne intente a mansioni domestiche e duri lavori sono personaggi vinti dalla fatica, sconfitti dal loro inevitabile destino di lavoratori come ne il Vecchio disperato (1890).

 

 

E’ poi nel periodo parigino che Van Gogh si dedica alla ricerca del colore sulla scia impressionista e ad una nuova libertà nella scelta dei soggetti, con la conquista di un linguaggio più immediato e un rinnovato interesse per la fisionomia umana: è di questo periodo lo stupefacente Autoritratto a fondo azzurro con tocchi verdi (1887), in cui l’immagine dell’artista si staglia di tre quarti e lo sguardo penetrante rivolto allo spettatore mostra un’insolita fierezza.

 

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COLORI E PENNELLATE RAPIDE

Ma cosa contraddistingue così radicalmente la pittura di Van Gogh? Certamente i suoi rapidi colpi di pennello: i tratti di colore steso l’uno accanto all’altro rendono visibile la capacità di penetrare attraverso l’immagine un’idea di sé tumultuosa e complessa. E fu poi l’immersione nella luce e nel calore del sud, a partire dal 1887, a generare aperture ancora maggiori verso eccessi cromatici in cui il cromatismo e la forza stessa del tratto si riflettono nella resa della natura.

Ma quali sono gli altri capolavori in mostra? Da menzionare sono Il giardino dell’ospedale a Saint-Rémy e il Burrone di Peiroulets (entrambi del 1889) o ancora Sulla soglia dell’eternità (1890).

 

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Il giardino dell’ospedale a Saint-Rémy

 

Insomma una visita assolutamente da non perdere: vieni a visitare la mostra di Van Gogh insieme a noi! Controlla nel programma mensile quando è prevista la prossima visita guidata.

Il Sacro Bosco di Bomarzo: il Parco dei Mostri più famoso d’Italia!

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Tra le meraviglie del Lazio, impossibile è non menzionare il Sacro Bosco di Bomarzo, noto anche come Parco dei Mostri! Ma iniziamo dal principio.

Gli Orsini a Bomarzo

Siamo in provincia di Viterbo, nell’alto Lazio e precisamente nella Valle del Tevere tra Lazio e Umbria. E’ qui che, a partire dal 1550 circa, Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo, dopo aver apportato modifiche al borgo di e in seguito alla costruzione del suo palazzo nella parte più alta dell’abitato, iniziò a lavorare al cosiddetto Parco dei Mostri, impiegando ben più di 20 anni per realizzarlo!

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Un’immensa area verde di circa 3 ettari, una foresta di conifere e latifoglie che, pur inserendosi nella tipica cultura architettonico-naturalistica dei giardini rinascimentali all’italiana, divenne un complesso monumentale di sculture e fontane dalle caratteristiche così peculiari da differire profondamente dai giardini coevi e realizzare nei dintorni da altri signori, come per esempio Villa d’Este a Tivoli, Villa Lante a Bagnaia o Palazzo Farnese a Caprarola. E’ infatti un giardino che costituisce un unicum, un qualcosa di mai visto prima, tanta è l’originalità e la straordinarietà di tutto quello che l’Orsini fece qui realizzare. Ma non da solo. Il parco, infatti, molto probabilmente fu ideato dalla geniale mente dell’architetto Pirro Ligorio e venne dedicato alla moglie del principe, Giulia Farnese (da non confondere con la bella e giovane amante di Alessandro VI Borgia!).

Il Parco dei Mostri

Semplicemente chiamato dall’Orsini “boschetto”, è qui che il genere del grotesque fu elevato a sistema, disponendo al suo interno un gran numero di sculture di varia grandezza che ritraggono personaggi e animali mitologici, ma anche edifici che riprendono il mondo classico, ignorando però – volutamente – le regole prospettiche o estetiche, allo scopo di confondere continuamente il visitatore. Le sculture furono realizzate in basalto, materiale disponibile in quantità massicce nella zona, e molte di esse sono contrassegnate da iscrizioni enigmatiche e misteriose, sopravvissute solo in piccola parte.

Voi che pel mondo gite errando, vaghi di veder meraviglie alte e stupende, venite qua, dove son faccie horrende, elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi

Si legge per esempio inciso sulla panca etrusca, una delle opere collocata lungo l’itinerario!

Il significato del Parco dei Mostri

Ma perché tutto questo? Per anni gli studiosi si sono interrogati sul significato di questa così particolare realizzazione e solo recentemente è stato finalmente svelato il progetto di Vicino Orsini, grazie al quale oggi siamo in grado di capirne il profondo significato. Il principe volle infatti creare un luogo in cui rappresentare la concezione della vita, della filosofia, della religione e del momento storico in cui egli viveva.

Attraverso un percorso preciso, ascensionale, che dal basso sale verso l’alto – di dantesca memoria – il visitatore compie una sorta di purificazione dell’anima all’interno di quello che quindi, non a caso, è il Sacro Bosco, una sorta di riassunto visivo di tutto l’Universo.

La storia del Parco nei secoli

Alla morte di Vicino – avvenuta nel 1585 – il giardino entrò in un lungo periodo di oblio e conobbe diversi passaggi di proprietà fino al 1954, quando venne acquistato dalla famiglia Bettini.

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Sin dal primo Novecento numerosi intellettuali riscoprirono il Sacro Bosco e tra questi vi furono Michelangelo Antonioni, Paolo Portoghesi, Marcel Duchamp e perfino Salvador Dalì, che qui trovò ispirazione per i suoi quadri surrealisti, proprio come ci testimonia questo video.

E che questo sia stato un luogo in grado di suscitare un interesse straordinario fin dalla sua realizzazione, lo dimostra il fatto che numerosi giardini d’arte siano stati costruiti, anche in seguito, in maniera dichiaratamente ispirata a Bomarzo e, tra questi, possiamo ricordare la Scarzuola di Tomaso Buzzi in Umbria, il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle a Capalbio o ancora il Giardino di Daniel Spoerri in provincia di Grosseto.

Voglia di visitare questa meraviglia del Lazio? Controlla il nostro programma mensile per vedere quando è prevista la prossima visita guidata!