Il Pugilatore: storia di un capolavoro

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Nella città di Roma ogni singolo museo custodisce al suo interno capolavori artistici di straordinaria bellezza, immenso lasciato di quelle che furono le grandiose civiltà del passato. Oggi andremo alla scoperta di uno di questi immensi capolavori.

IL PUGILE DI PALAZZO MASSIMO ALLE TERME

Conosciuto anche come Pugile a riposo, Pugile delle Terme o del Quirinale, è uno dei massimi capolavori esposti nella sede del Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme. Dopo varie peregrinazioni infatti ha finalmente trovato una degna collocazione in una delle sale al pianterreno del museo, accompagnato dall’altra importante statua bronzea conosciuta come il Principe Ellenistico

La scultura in bronzo, alta 128 cm, ritrae un pugile seduto, colto in un momento di riposo dopo un incontro ed è stata attribuita alla cerchia dell’artista greco Lisippo, databile quindi al IV secolo a.C. La scoperta, avvenuta nel 1885 alle pendici del Quirinale (dove forse decorava una residenza privata), fu così commentata da Rodolfo Lanciani: “Sono stato presente, nella mia lunga carriera nell’attivo campo dell’archeologia, a molte scoperte; ho sperimentato una sorpresa dopo l’altra; ho talvolta e per lo più inaspettatamente, incontrato reali capolavori ma non ho mai provato un’impressione straordinaria simile a quella creata dalla vista di questo magnifico esemplare di un atleta semi-barbaro, uscente lentamente dal terreno come se si svegliasse da un lungo sonno dopo i suoi valorosi combattimenti”.

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LA TECNICA DI REALIZZAZIONE

L’opera, realizzata con la tecnica della fusione a cera persa, è un insieme di otto segmenti. Alcune parti come le labbra, le ferite e le cicatrici del volto sono state fuse separatamente in una lega più scura o in rame massiccio, così come le dita centrali dei piedi e la calotta cranica che doveva permettere l’inserimento degli occhi policromi dall’interno.

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A freddo sono state rifinite le unghie, la barba e i capelli.  Interessante è notare come i segni di lesioni sul corpo e sul volto siano stati resi attraverso il ricorso al rame rosso, mettendo in risalto le ferite da cui cadono, sul braccio destro e sulla gamba, piccole gocce di sangue.

Tra i particolari degni di nota, c’è anche la resa del gonfiore di alcune parti del corpo, segni dell’ultimo match combattuto: le piccole orecchie, i denti persi, le cicatrici e il naso rotto. Particolari che risaltano ancor di più grazie alla perfetta resa stilistica della curatissima barba e della folta chioma a riccioli, simboli che esprimono al meglio la dignitas del personaggio e la grande considerazione di cui godevano i pugili nel mondo greco.

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Da notare inoltre i grossi e complessi guantoni visibili in primo piano e costituiti da cinghie con inserti metallici avvolte intorno a un guanto di cuoio, introdotti nel pugilato a partire proprio dal IV secolo a.C. Segno della pratica agonistica e soprattutto di rispettabilità, è la raffigurazione degli effetti di una misura protettiva dei genitali con una sorta di “sospensorio” del membro virile, che doveva essere legato e chiuso in modo da evitare l’esposizione in pubblico.

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IL PUGILE: LA SCULTURA DEI CONTRASTI

Ma il Pugile è la scultura dei contrasti: quello rappresentato nella quiete espressa mediante la posa del corpo, seduto in riposo e con le braccia sulle gambe, e il gesto di movimento istintivo della testa verso destra, nell’atto di guardare qualcosa che però a noi sfugge; o ancora quello tra il torace villoso e muscoloso e il viso dalle fattezze di uomo maturo, a sottolineare un accentuato verismo.

Queste continue opposte dualità su cui si basa l’opera, hanno fatto propendere la maggior parte degli studiosi ad attribuirne la paternità se non allo stesso Lisippo, certamente alla sua scuola. Il successo della statua deve essere stato grandissimo anche in epoche passate, come testimoniano alcune parti molto lucide e consunte probabilmente dal continuo tocco degli ammiratori, così come la volontà di conservare l’opera sotto strati di terra, probabilmente per nasconderla in attesa di tempi migliori, tempi che arrivarono solo molti secoli dopo.

Un vero e proprio capolavoro dell’umanità tutto da scoprire: controlla nel programma mensile quando è prevista la prossima visita guidata a Palazzo Massimo alle Terme!

Santa Maria della Consolazione: Chiesa ed Ospedale

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“Su quella strada corrispondente all’antico Vico Iugario v’erano i granari dei Mattei, patrizi romani. Nel portico di quelli v’era un’immagine della s. Vergine, alla quale raccomandandosi una pia madre il cui figlio innocente era stato carcerato e condannato a morte per malefizi, la Vergine gli disse, consolandola, che il figlio non sarebbe morto, ma miracolosamente salvo dalle forche. Dopo ciò i fedeli offrivano spesso doni a quest’immagine e ne fu data la cura alla confraternita di S. Maria in Portico. Presso quei granari v’era pure un piccolo ospedale, vicino al quale fu poi fabbricata la chiesa alla Vergine della Consolazione. Questi fatti accaddero poco prima del 1460”. (Mariano Armellini).

 

La storia della Chiesa

Poco nota ai più, la Chiesa di Santa Maria della Consolazione nasconde invece una lunga e interessante storia, intrecciata spesso a racconti dal carattere malinconico e di forte pietà popolare.

Sorta, come suggerisce il testo dell’Armellini, lungo l’antico Vico Jugario, alle pendici della rupe Tarpea sul Campidoglio, venne fondata nel novembre del 1470 per ricordare due importanti eventi: il primo risale al 1385 quando un certo Giordanello degli Alberini, condannato a morte, lasciò nel testamento i fondi necessari per far affrescare sul muro esterno dei granai dei Mattei, un’immagine della Vergine, che potesse consolare gli ultimi istanti dei condannati. Questa piazza infatti era tristemente nota per essere uno dei luoghi dove veniva applicata la giustizia cittadina, fino almeno al 1550.

Il secondo evento risale invece al 1470 quando, secondo ciò che riporta la tradizione, un giovane innocente condannato al cappio si salvò grazie all’intervento miracoloso dell’immagine mariana. Quattro mesi più tardi venne edificata la chiesa, con il beneplacito di papa Paolo II, proprio per conservare all’interno l’affresco medievale.

 

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Le trasformazioni nei secoli

La primitiva chiesa, molto più piccola dell’attuale, fu costruita con i soldi del popolo romano dall’architetto Baccio Pontelli e fu affrescata da Antoniazzo Romano, ma venne in seguito riedificata nelle forme attuali su progetto di Martino Longhi il Vecchio, tra il 1583 e il 1606, sebbene la facciata sia stata completata solamente nel 1827, così come la gradinata, ampliata a metà Novecento, durante la sistemazione urbanistica dell’intera area. La dedicata alla Madonna della Consolazione si riferisce proprio al conforto ricevuto non solo dai condannati, ma anche dalle loro famiglie.

 

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L’ospedale annesso

L’arciconfraternita di Santa Maria delle Grazie, che per secoli ha custodito la chiesa, aveva già in gestione anche il piccolo ospedale che sorgeva alle spalle dell’edificio, oggi sede della Polizia Municipale di Roma Capitale. In questo ospedale nel 1591 lavorò come volontario durante una tremenda ondata di tifo, il giovane nobile Luigi Gonzaga, che aveva lasciato ogni bene per entrare nell’ordine gesuita. Contratto il morbo, il futuro santo spirò alcuni giorni dopo nella sua cella in Sant’Andrea al Quirinale.

 

 

In questo ospedale, in cui venivano accettati pazienti di ogni tipo e di ambo i sessi, operarono valenti medici e chirurghi del tempo. Molti furono i benefattori e le benefattrici che sin dai primi anni lasciarono cospicue donazioni alla pia istituzione: tra questi ricordiamo Cesare Borgia e sua madre Vannozza Cattanei! L’ospedale divenne inoltre famoso poiché qui si tenevano lezioni di chirurgia e dimostrazioni anatomiche pubbliche.

A metà Ottocento passò sotto la cura dei benedettini, per poi essere chiuso definitivamente sotto il regime fascista. Nonostante i profondi cambiamenti che quest’area subì soprattutto alla metà del secolo scorso, ancora forti sono le suggestioni che questi luoghi evocano: un ospedale e una chiesa che raccontano tutta la lunga e pietosa storia del popolo romano a partire dagli albori, quando la rupe Tarpea era sinonimo di tradimento, fino ai nostri giorni.

Ed è proprio da qui che è possibile godere di uno degli scorci più suggestivi e nascosti sulle portentose vestigia dell’antica città di Roma! Vi aspettiamo alla nostra visita guidata per scoprire insieme questo piccolo grande capolavoro: controlla il programma mensile per vedere quando!

 

 

Le figlie dei Pontefici: Felice e Costanza (parte II)

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Abbiamo conosciuto nel precedente articolo le due figlie di papa Alessandro VI Borgia (se lo hai perso, puoi leggerlo qui). Ora invece scopriremo altre “figlie dei Pontefici”, meno note forse di Lucrezia, ma non per questo meno importanti!

 

Felice della Rovere

Figlia illegittima del cardinale Giuliano, divenuto poi papa Giulio II, nacque nel 1483 da una relazione del padre con la nobile romana Lucrezia Normanni e crebbe verosimilmente a Savona, giungendo a Roma solo nel 1504, pochi mesi dopo l’elezione di Giuliano al soglio di Pietro.

 

 

Forse contrasse un primo matrimonio all’età di quattordici anni, rimanendo presto vedova e, falliti diversi progetti matrimoniali, fu data in sposa nel 1506 a Gian Giordano Orsini di Bracciano, già vedovo di Maria Cecilia d’Aragona (figlia naturale del re Ferdinando di Napoli) e quindi più anziano, tanto che aveva ben vent’anni più di lei! Il matrimonio fu celebrato nel castello di famiglia senza troppi clamori: Giulio II infatti non amava sbandierare la propria prole come aveva invece fatto il suo predecessore! Il matrimonio durò undici anni e la coppia ebbe ben cinque figli, di cui uno perso però in tenera età. Alla morte del marito, le fu concesso il ruolo di tutrice e curatrice dei figli a patto di mantenere lo stato vedovile.

Iniziò così un lungo conflitto contro Napoleone, il figlio che Gian Giordano ebbe dal precedente matrimonio, conflitto che terminò solo con l’uccisione di Napoleone da parte del fratellastro Girolamo, che divenne così signore di Bracciano. La nostra Felice rimase accanto al figlio durante tutta la sua vita, combinando per questi un vantaggioso matrimonio con Francesca Sforza di Santa Fiore, nipote del futuro papa Paolo III Farnese. Inoltre, anche dopo la morte del padre, riuscì a mantenere prolifici rapporti con i successivi pontefici, riuscendo così a garantirsi un posto di primo piano nella politica internazionale del tempo!

Fu anche accorta castellana, occupandosi del restauro della dimora di famiglia ed acquisendo nuovi possedimenti a Palo, che servirono come base imprenditoriale e produttiva. La sua fama è legata anche alla passione per le lettere e le arti: chiedeva insistentemente copie di libri latini e volgari; fu celebrata nei versi di alcuni poeti contemporanei; commissionò importanti cicli di affreschi nelle sue proprietà e fu probabilmente ritratta anche da Raffaello nelle stanze Vaticane (nella  Messa di Bolsena), commissionate proprio da suo padre. 

 

 

Morì probabilmente intorno al 1536, poco più che cinquantenne, lasciando così ai suoi discendenti ricchezza e potere per intere generazioni.

Costanza Farnese

Altra importante protagonista del tempo fu Costanza Farnese, figlia dell’allora cardinale Alessandro, salito poi al soglio pontificio con il nome di Paolo III. Nata nel 1500 dalla lunga relazione del Farnese con la romana Silvia Ruffini, detta Lola, fu la prima dei quattro figli della coppia, unica femmina e l’unica – sembra – a non essere stata legittimata! Questo però non le impedì di essere in realtà la favorita del padre, il quale decise di farla sposare a soli diciassette anni con Bosio II Sforza, conte di Santa Fiora: il matrimonio fu assai prolifico, visto che Costanza diede alla luce ben dieci figli!

 

 

Visse per alcuni anni a Roma, presso il palazzo che il padre si stava facendo costruire proprio in quegli anni, mentre i suoi figli furono allevati insieme ai cugini fuori città. Dopo l’elezione di Paolo III, Costanza decise di spostarsi in un palazzo lungo via Giulia: è qui che tenne la sua fiorente corte ed è sempre qui che iniziò a tessere la propria rete politica, forte dell’appoggio incondizionato del padre ormai pontefice.

 

 

Ottenne numerosi possedimenti e governi, tra cui quello di Bolsena e una rendita di 300 scudi d’oro al mese; riuscì ad ottenere per i suoi figli e fratellastri l’ambita porpora cardinalizia e per le sue figlie vantaggiosi matrimoni. Sembra che nessuno potesse ottenere favori dal papa se prima non si fosse a lei rivolto e si dice perfino che lo stesso Sant’Ignazio di Loyola abbia più volte ricorso alla sua interessata intercessione!

 

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Tanto potere e spregiudicatezza alimentarono ben presto le male lingue, che finirono per dipingere Costanza come fredda calcolatrice e arrivista, attribuendole perfino rapporti incestuosi con il padre (nulla di nuovo nelle cronache del tempo!). Ma solo la morte prematura di Costanza poté fermare la sua scalata al potere: morì infatti nel 1545 a soli quarantacinque anni, lasciando i suoi genitori in un profondo stato di sconforto e profondo lutto. Anche Costanza, come prima di lei avevano già fatto Lucrezia e Felice, riuscì a garantire ai propri figli e all’intera discendenza ricchezza, sicurezza e prosperità, mantenendo così sempre vivo il suo indelebile ricordo.

 

 

 

Ferragosto a Roma: cosa fare e dove andare?

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Se Roma è la meta scelta per le tue vacanze estive, non avrai che l’imbarazzo della scelta: molte sono infatti le attrattive che l’Urbe è in grado di offrire al visitatore perché la Città Eterna non va mai in vacanza! Ricco è il programma dell’Estate Romana 2024: musei, mostre, passeggiate e soprattutto grandi eventi serali!

E tra tutti gli eventi, ricordiamo ovviamente le nostre bellissime visite guidate e passeggiate: partecipare è facile, basterà consultare il programma mensile e scegliere quella di proprio interesse! Ma ecco anche tutte le altre offerte cittadine. 

Il Colosseo in serale

Per gli appassionati del mondo antico, quando il caldo è opprimente, imperdibile è regalarsi una visita guidata al Colosseo in serale (ogni giovedì) con Una notte al Colosseo! Nella magica atmosfera notturna, una visita guidata che si snoda lungo il I ordine del monumento, il piano dell’arena e i sotterranei, dedicata al racconto del Colosseo dal punto di vista degli spettatori e dei protagonisti, e quindi come edificio destinato agli spettacoli che si svolgevano nell’arco della giornata, tra cacce (venationes) e combattimenti gladiatorii (munera).

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Mostre d’Agosto

Durante il giorno invece, anche per sfuggire un po’ al caldo, basterà visitare qualche interessante mostra. Le imperdibili?

Per gli amanti dell’arte contemporanea difficile scegliere tra “Carla Accardia Palazzo delle Esposizioni fino al 1 settembre e “Emotion. L’arte contemporanea racconta le Emozioni” al Chiostro del Bramante fino al 29 settembre.

Per gli appassionati di archeologia “Teatro. Autori, attori e pubblico nell’antica Roma” al Museo dell’Ara Pacis fino 3 novembre.

Per gli appassionati di storia dell’arte, due gli appuntamenti: “Filippo e Filippino Lippi. Ingegno e bizzarrie nell’arte del Rinascimento” ai Musei Capitolini fino al 25 agosto e “Antonio Donghi. La magia del silenzio” a Palazzo Merulana fino al 20 ottobre.  

Sport sull’Appia Antica: tra storia e natura

I più “sportivi” invece potranno dedicarsi ad una divertente pedalata lungo l’Appia Antica o una bella passeggiata di trekking urbano per andare alla scoperta di tutti gli importanti e antichi monumenti presenti lungo la Regina Viarum dei Romani. Catacombe, ville imperiali e monumenti funerari raccontano ancora oggi secoli di storia, in una cornice d’eccezione, la tanto declamata “campagna romana”. E ciliegina sulla torta: molti monumenti sono ad ingresso gratuito come per esempio il Circo e la Villa di Massenzio!

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Film e spettacoli

Roma in estate offre inoltre infinite proposte per gustarsi film e spettacoli teatri all’aperto.

Numerose sono le arene presenti in città che per tutta l’estate daranno la possibilità di guastarsi un bel film sotto le stelle: qui tutta la programmazione!

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Roma ad Agosto con i bambini

Può sembrare una sfida, ma a Roma non mancano di certo le attività che sapranno divertire e coinvolgere anche i più piccoli! Qualche esempio?

Il museo dei bambini più famoso della città non può certamente chiudere ad agosto: ad Explora! il divertimento è assicurato!

Impossibile non compiere con i più piccoli il “Viaggio nei Fori” raccontato da Piero Angela e accompagnato da ricostruzioni e filmati per andare alla scoperta dell’antica Roma.

Per chi invece preferisce trascorre qualche ora di relax in un bel parco, consigliamo quello di Villa Borghese, qui le attività saranno numerosissime: si potrà infatti noleggiare un bel risciò, fare un giro nel verde sul trenino, scoprire gli animali entrando nel BioParco, fare una bella merenda nell’area del laghetto o ancora dare il via a una piccola caccia al tesoro per andare alla ricerca del curioso orologio ad acqua!

Niente male visitare Roma in estate: è realmente una città che non va mai in vacanza! 

Le figlie dei Pontefici: Lucrezia e Girolama (parte I)

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In passato che il papato non fosse un’istituzione scevra da scandali e comportamenti discutibili era un fatto ben noto, così come erano ben conosciuti i figli nati dalle relazioni che gli allora cardinali intrattenevano con cortigiane, popolane, nobili romane e non.

 

I Papi e i loro figli

Alcuni di questi figli, non solo venivano legittimati ed educati come veri e propri principi, ma riuscivano addirittura a ricoprire incarichi determinanti nella politica del tempo: basti citare tra tutti Cesare Borgia, duca di Valentinois (e per questo detto il Valentino), valente condottiero e figlio di Alessandro VI

Ma non solo figli maschi ovviamente: anche le fanciulle venivano educate nel lusso e nell’agiatezza per essere poi usate come pedine fondamentali nella spietata politica matrimoniale dell’epoca. Alcune di loro, però, non si limitarono semplicemente ad essere etichettate come “figlie di” o “mogli di”, riuscendo così ciascuna a suo modo a ritagliarsi un proprio spazio nella storia.

 

Lucrezia Borgia

Partiamo dalla più famosa figlia di un pontefice, Lucrezia Borgia, vissuta a cavallo tra il XV e XVI secolo.

Terzogenita dell’allora cardinale Rodrigo e della sua più famosa amante, la locandiera Vannozza Cattanei, era sorella di Cesare, Giovanni (Juan) e Goffredo (Josè) e, come questi, venne educata nei raffinati ambienti della nobiltà romana. Fu affidata alle cure della nobile spagnola Adriana de Mila e sua dama di compagnia fu la giovane Giulia Farnese, divenuta poi amante dello stesso pontefice.

 

 

All’età di dodici anni Lucrezia venne data in sposa al signore di Pesaro, Giovanni Sforza, di quattordici anni più grande: il matrimonio però durò solamente quattro anni, poiché le politiche paterne imponevano nuove e più vantaggiose alleanze.

Fu così che il matrimonio venne giudicato nullo – poiché non consumato – e Lucrezia, virgo intacta, fu pronta per nuove nozze, non prima però di aver intrattenuto una relazione con un giovane cameriere papale spagnolo, tale Perotto, ritrovato annegato nel Tevere qualche tempo dopo!

Il secondo matrimonio fu celebrato nel 1498, quando la diciottenne Lucrezia divenne moglie di Alfonso d’Aragona, il diciassettenne figlio illegittimo del re di Napoli: sembra che tra i due giovani la passione fu immediata e il matrimonio combinato si rivelò un’unione d’amore!

 

 

Ma anche questa volta i piani politici dei Borgia, in particolare di Cesare, non tardarono ad arrivare e fu così che il duca Alfonso fu fatto assassinare senza pietà, rendendo Lucrezia vedova dopo soli due anni di matrimonio. Il trauma della perdita fu grandissimo e questo dolore portò la fanciulla a prendere maggiore consapevolezza della sua persona e della propria famiglia, che non condannò mai apertamente, ma che considerò come un pesante fardello di cui disfarsi nel modo meno traumatico possibile. È forse questo uno dei motivi che la portarono ad accettare la proposta di matrimonio del duca Alfonso d’Este per divenire così nel 1501 signora di Ferrara.

 

Lucrezia alla corte di Ferrara

Sebbene inizialmente fu accolta nella sua nuova città in modo freddo e prevenuto, bastò poco alla bella e intelligente duchessa per conquistare il favore dei suoi sudditi e del novello marito. Sappiamo ormai che ogni qualvolta Alfonso era lontano da casa, era la moglie a tenere le redini del ducato, rivelando ottime doti governative.

Fu anche madre prolifica, cosa che le causò notevoli disagi fisici, fino a portarla alla morte nel Giugno del 1519, a soli trentanove anni di età, lasciando così la sua famiglia e l’intero ducato in forte sconforto. Gli ultimi anni della sua vita infatti, furono bel lontani dagli eccessi e dalle stravaganze della corte romana, tanto da abbracciare una morigerata vita, riscoprendo una profonda fede e devozione, come ben emerge dai suoi ultimi presunti ritratti in cui appare con vesti estremamente caste e sobrie.

 

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A nulla però valsero le sue indiscutibili doti: la leggenda nera che la perseguitò in vita, fu ancora più clamorosa dopo la sua morte e per secoli Lucrezia venne dipinta come donna lasciva e spregiudicata, pronta a tutto pur di ottenere fama e ricchezza, avvelenatrice imperterrita oltre che amante insaziabile e incestuosa con il suo stesso padre e fratello! Fortunatamente però, gli studi più recenti hanno gettato nuova luce su questa straordinaria “figlia di Pontefice”, iniziando un processo di revisione storica ancora non terminato!

 

Girolama Borgia

Ma non vi fu solo Lucrezia. Il cardinale Rodrigo ebbe infatti anche un’altra figlia dalla relazione con una precedente amante, rimasta però ignota: Girolama nacque nel 1469 e a differenza dei fratellastri, non ottenne titoli e beni importanti, ma poté comunque trascorrere la sua vita a Roma in agiatezza economica, sposando nel 1482 il nobile romano Giovanni Andrea Cesarini. La morte però la colse l’anno successivo, spegnendosi così a soli quattordici anni!

Scopri nel prossimo articolo del blog le altre famose “figlie dei Pontefici” e per conoscere altri dettagli sulla vita di Lucrezia Borgia, partecipa alla nostra visita guidata: controlla nel programma mensile quando!

 

Donne e Pittrici. Lavinia Fontana: la Pontificia Pittrice

Tra le straordinarie artiste del passato, oltre alla forse più nota Artemisia Gentileschi, merita di essere ricordata Lavinia Fontana, importante pittrice del tardo manierismo. 

Chi era Lavinia Fontana?

Figlia di Prospero Fontana e Antonia de’ Bonardis, nacque a Bologna il 24 agosto del 1552. Si avvicinò alla pittura fin da piccola frequentando l’importante bottega paterna dove ebbe modo di attingere, oltre agli insegnamenti del padre, anche a quelli di altri importanti artisti della penisola: dagli emiliani come il Parmigianino ai veneti come Veronese e Jacopo Bassano, oltre alla lombarda Sofonisba Anguissola e alla scuola toscana.

Grazie alle frequentazioni paterne, ebbe modo di entrare in contatto con i Carracci (i fratelli Annibale ed Agostino e il cugino Ludovico), poco più giovani di lei, ma che fin da subito seppero distinguersi per l’alta abilità pittorica. Che la nostra Lavinia fosse ferma e risoluta, lo conferma anche ciò che si racconta del suo matrimonio.

Si narra infatti che, ricevuta dal pittore imolese Giovan Paolo Zappi la richiesta di sposarlo, l’attempata Lavinia (che all’epoca aveva “ben 25 anni”), prima di acconsentire, abbia posto la condizione di poter continuare a dipingere. Zappi accettò, fino a rinunciare in pratica a lavorare in proprio assumendo il ruolo di assistente della moglie!

Lavinia Fontana e i ritratti

Lavinia infatti si distinse fin da subito a Bologna per la straordinaria abilità nella realizzazione dei ritratti, eccellendo nella resa dei dettagli e nell’accuratezza dei particolari (come abbigliamento e acconciature, soprattutto nelle figure femminili). Tra i più riusciti vi sono certamente il Ritratto della famiglia Maselli, quello di Antonietta “Tognina” Gonzalez (affetta da ipertricosi) o ancora il Ritratto di una donna con un cane.

Lavinia Fontana_Ritratto della famiglia Maselli_lasinodoro

Non disdegnò però mai né i soggetti mitologici, biblici e sacri né gli autoritratti e tra questi il più celebre è certamente il primo realizzato (oggi all’Accademia di San Luca a Roma), in cui secondo un topos caratteristico della donna artista, si effigia agli esordi della carriera: all’interno di una stanza, mentre suona la spinetta, aiutata dallo zelo premuroso della fantesca che regge lo spartito musicale; sul fondo, davanti alla finestra, si erge il cavalletto, emblema della pittura.

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Le prime commissioni pubbliche

La prima commissione pubblica non tardò dunque ad arrivare e fu un grandissimo successo. Si trattava dell’Assunta di Ponte Santo, firmata e datata al 1584, richiestale dal Consiglio Comunale di Imola (oggi alla Pinacoteca Civica): era la prima volta che una donna affrontava una pala d’altare nell’Europa cattolica!

E molte altre ne seguirono, tra cui quella firmata e datata 1599: la Visione di San Giacinto per la cappella del santo in Santa Sabina all’Aventino, voluta dal cardinale Girolamo Bemerio. E a Roma fu chiamata, così si racconta, vincendo una certa sua riluttanza e grazie ai maneggi del marito, dal nuovo pontefice Gregorio XIII Boncompagni, suo conterraneo.

Lavinia Fontana a Roma

Fu così che Lavinia si trasferì stabilmente a Roma nel 1603 e grazie ad una così importante e alta protezione (che continuò anche con i pontefici successivi), raggiunse l’apice del successo, eseguendo innumerevoli lavori per l’entourage delle corti papali, tanto da essere soprannominata la Pontificia Pittrice.

Anche se le opere superstiti sono poche, a Roma Lavinia fu oberata di lavoro, come documentano le numerose lettere giunte fino a noi. La sua ultima realizzazione è la Minerva in atto di abbigliarsi, eseguita nel 1613 per Scipione Borghese (oggi a Galleria Borghese), opera che può considerarsi il testamento della pittrice: la dea, longilinea e casta, è accarezzata dalla tenerezza di un colore e di una luce carracceschi che ne esaltano la sottile sensualità.

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La fama e il successo lavorativo diventano ancor più strabilianti se si pensa alle undici gravidanze avute: fu una donna libera, risoluta, caparbia, tenace, una donna modernissima, con un risvolto inaspettato! Nell’ultimo periodo della sua vita, infatti, Lavinia fu colta da una crisi mistica che nel 1613 la portò a ritirarsi in un monastero, assieme al marito, morendo poi a Roma l’11 agosto dell’anno successivo, venendo sepolta nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, ma la lastra tombale è stata successivamente rimossa. Ma ciò non ha impedito il suo divenire “immortale”.

 

Per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

 

Bernini e il Ratto di Proserpina: quando l’arte diventa sublime

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I quattro gruppi scultorei realizzati dal giovanissimo Gian Lorenzo Bernini, custoditi ed esposti oggi a Galleria Borghese, sono tra le opere che meglio illustrano la nascita del barocco romano in tutta la storia dell’arte. Di quali sculture parliamo: Enea, Anchise e Ascanio; il David; Apollo e Dafne e il Ratto di Proserpina. E oggi vogliamo dedicarci proprio a quest’ultima. 

 

 

Sembra incredibile pensare che quando Bernini realizzò questo gruppo scultoreo, aveva solo 23 anni di età, siamo quindi all’inizio della sua carriera ed è così che l’artista si presenta al suo committente, il cardinale Scipione Borghese, che in realtà aveva già ben avuto modo di conoscere e riconoscere la straordinaria mano del giovanotto! Siamo nel 1619 e Gian Lorenzo iniziò a lavorare al gruppo scultoreo qualche mese dopo aver completato l’Enea, Anchise e Ascanio. Il cardinale, rimasto molto soddisfatto del precedente lavoro, chiese quindi al giovane scultore di dedicarsi alla realizzazione di un nuovo gruppo scultoreo, ancora con soggetto mitologico. 

 

 

Il mito di Proserpina

L’opera raffigura il rapimento di Proserpina, figlia di Cerere (dea delle messi), per mano di Plutone, dio degli Inferi, che desiderava a tutti costi farla sua per sempre. Il mito, presente nelle Metamorfosi di Ovidio, racconta che mentre la fanciulla era intenta a cogliere dei fiori da un prato, il signore dell’oltretomba l’abbia rapita, portandola con sé nelle viscere della terra e lasciando così la madre, disperata, a vagare per nove giorni e nove notti alla ricerca dell’amata figlia. Dopo aver conosciuto la sorte della fanciulla, Giove, re dell’Olimpo, cercò di convincere il fratello Plutone a restituire Proserpina alla madre. Tuttavia, la fanciulla aveva già mangiato alcuni chicchi di melograno, il cibo dei morti, e per questo non poté fare definitivamente ritorno nel mondo dei vivi. Giove però riuscì a stipulare un accordo: Proserpina sarebbe tornata in vita, sulla terra, per sei mesi all’anno, mentre avrebbe dovuto trascorrere i restanti sei nell’oltretomba con Plutone, divenendone la sua sposa. Gli antichi si servivano di questo mito per spiegare l’alternarsi delle stagioni: l’arrivo di Proserpina sulla terra corrispondeva alla primavera e all’estate, mentre la sua discesa negli inferi dava origine all’autunno e all’inverno.

 

Cosa rappresenta il Ratto di Proserpina del Bernini?

Bernini rappresenta il momento culminante dell’azione, quello più concitato e violento, il momento del rapimento. Plutone, fiero e insensibile, possente e muscoloso, vuole trascinare Proserpina negli Inferi e l’afferra con forza. I muscoli del dio sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo della fanciulla che, seppur minuto, cerca di scappare e di divincolarsi dalla presa stretta di Plutone, la cui mano affonda nella morbida carne della coscia della fanciulla, con le dita che esercitano la loro pressione sulla carne della giovane, tutto pur di bloccare il suo contorcersi! 

 

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E’ questo indubbiamente uno dei dettagli – giustamente – più famosi e celebrati di tutta la storia dell’arte. Lei si dimena, scalcia, con le gambe tenta di sollevarsi per trovare una via di fuga, le mani si agitano, una colpisce il volto barbuto di Ade; ma nulla può. Plutone infatti ha ai suoi piedi Cerbero, il mostruoso cane a tre teste, guardiano degli inferi. Il destino di Proserpina è dunque segnato. 

Le innovazioni della scultura di Bernini

L’impianto della scultura a Galleria Borghese è spinto fino ai limiti della stabilità dalle due figure che si ritraggono l’una dall’altra pur rimanendo frontali rispetto allo spettatore. L’avvitamento della fanciulla richiama il virtuosismo ancora forse di gusto manierista, ma la potenza della scultura, la tensione dei muscoli di Plutone, la tenerezza sensuale delle carni e in generale l’intensità del sentimento esprimono tutto un nuovo linguaggio espressivo, fondato su un naturalismo evidente nella straordinaria resa materica delle superfici.

 

 

Attraverso lo studio costante della statuaria classica e il recupero degli strumenti antichi Bernini traduce nel marmo la poetica del racconto mitologico, confrontandosi con le potenzialità della stessa pittura. E Bernini inoltre concepisce un gruppo scultoreo non più da ammirare frontalmente (come era stato fatto per secoli, dagli antichi romani a Michelangelo), ma un’opera da posizionare al centro di una stanza, da osservare quindi girandoci intorno, in modo da avere davanti a sé l’intera narrazione del mito: il rapimento raccontato prima dal punto di vista del possente Plutone, poi attraverso il dolore di Proserpina (struggente la lacrima che scende sulla sua guancia) ed infine il tragico epilogo, la discesa negli Inferi.

 

 

 

La follia degli imperatori. Caracalla il “sanguinario”

Caracalla_lasinodoro

Dopo aver parlato di Caligola, Nerone, Domiziano e Commodo, arriviamo a Caracalla, l’imperatore più celebre dalla dinastia dei Severi, forse anche per l’aspetto così violento dei suoi anni al potere. Ma andiamo con ordine. 

A cosa si deve il nome “Caracalla”?

Figlio di Settimio Severo e Giulia Domna, Lucio Settimio Bassiano (questo il nome ufficiale) nacque a Lione nel 186 d.C. Ma come mai tutti noi lo chiamiamo semplicemente “Caracalla”? Il soprannome è legato ad un particolare tipo di mantello militare lungo fino ai piedi con cappuccio (di origine celtica) che era solito indossare e che introdusse egli stesso a Roma, rendendolo popolare distribuendolo a popolo e soldati.

Aveva un fratello, Geta, con il quale condivideva la passione per i giochi gladiatori, le corse dei cocchi e i piaceri della vita, ma nulla più, anzi, tra i due non correva proprio buon sangue! Settimio Severo introdusse i due fratelli al campo e alla battaglia fin dai giovanissimi, ma non riuscì ad inculcare loro alcun valore paterno.

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Nel 198 d.C. venne associato nell’Impero (a soli 18 anni di età) e due anni dopo il padre organizzò il matrimonio con Fulvia Plautilla, figlia del prefetto del pretorio Gaio Fulvio Plauziano. L’uomo diede alla figlia una dote bastante per cinquanta donne di rango reale e il banchetto, come testimonia Cassio Dione (che partecipò in prima persona alle celebrazioni), fu in “stile imperiale e barbarico”, in quanto agli invitati furono serviti cibi crudi e vivi! Ma tra i due non scoppiò mai l’amore, anzi.

Nel 205 d.C. Caracalla divorziò dalla moglie – con la quale tra l’altro si era sempre rifiutato di mangiare o dormire – mandandola poi in esilio a Lipari col fratello, dove venne infine fatta giustiziare. 

Il fraticidio e le altre uccisioni

Alla morte di Settimio Severo nel 212 d.C., iniziarono i problemi poiché i due fratelli che già non andavano d’accordo, certamente non avevano intenzione di condividere il potere. La madre, Giulia Domna, tentò invano di riconciliarli: si racconta infatti che un giorno abbia fatto chiamare Geta per rappacificarsi con il fratello, quando gli piombarono addosso i sicari di Caracalla che lo pugnalarono a morte!

L’arma dell’assassinio fu da Caracalla consacrata nel Tempio di Serapide pronunciando la celebre esclamazione: Sit divus dummodo non vivus e cioè “Sarai un Dio, ma non sei vivo”! E’ così che riuscì a divenire l’unico imperatore al comando. Secondo alcuni, per sedare gli animi ed evitare sommosse, ordinò l’uccisione di più di 20.000 persone, tra cui vi era anche il suocero, e spense nel sangue i tumulti dei soldati e le proteste dei fautori di Geta, tra cui il giurista Papiniano.

Le imprese di Caracalla oltre alle Terme

Celebre fu – e lo sappiamo bene – la straordinaria costruzione di un nuovo complesso termale che portano ancora oggi il suo nome, il più grande e mai visto in città.

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Per guadagnarsi la simpatia dell’esercito aumentò gli stipendi, alzando la paga anche dei legionari; dovette di conseguenza inasprire le tasse e mentre la moneta si svalutava, ne coniò una nuova.

Nel campo del diritto, emanò l’importante Constitutio Antoniniana, per cui diventavano cittadini (e quindi nuovi contribuenti) tutti gli abitanti liberi dell’Impero.

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Cercò inoltre la gloria militare, sognando di essere un secondo Alessandro Magno, senza tuttavia riuscirci.

Nel 213 d.C., nella Rezia (regione che in antico comprendeva tutti i territori alpini e subalpini degli odierni Alto Adige e parte della Baviera, della Svizzera e dell’Austria), vinse gli Alemanni; passò poi in Oriente, cercando di assoggettare la Parzia (non ci riuscì ma il suo intervento portò a grandi contrasti interni) salvo poi dirigersi verso il Danubio dove concluse un accordo coi Daci e poi in Asia, stanziandosi a Nicomedia per preparare la guerra. Qui fece prigioniero, a tradimento, Abgare, principe dell’Osroene, impadronendosi nel 216 d.C. del suo Stato e facendo di Edessa una colonia romana.

Stesso comportamento attuò anche ad Alessandria d’Egitto: invitò i primi cittadini a un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sparse le soldatesche per le vie a fare un vero e proprio massacro di cittadini! Alessandria venne abbandonata al saccheggio e poi divisa con un muro in due quartieri non più comunicanti. E per finire, fece ritorno in Antiochia muovendo guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutato la mano della figlia: devastò la Media, occupò la città di Arbela e distrusse i sepolcri degli antichi re.

Mentre si trovava sulla via del ritorno, Caracalla morì sotto i colpi di una congiura organizzata da Opellio Macrino, prefetto del pretorio: l’esecutore fu Marziale, guardia imperiale, che odiava – si dice – Caracalla per la mancata promozione. Giulia Domna apprese ad Antiochia l’uccisione del figlio, ma mentre per Geta non aveva versato una lacrima (almeno secondo quanto sempre raccontato), per Caracalla si disperò al punto di lasciarsi morire di fame! 

I problemi di successione: cosa accadde dopo Caracalla?

A Caracalla succedette, quindi, per breve tempo proprio Macrino, che governò però solo fino al 218 d.C. I membri restanti della famiglia dei Severi avevano nel frattempo ricevuto l’ordine di lasciare il palazzo imperiale di Roma e di tornare nel luogo di origine della loro famiglia, in Siria: si trattava di Giulia Mesa, sorella di Giulia Domna, e delle figlie Giulia Soemia Bassiana e Giulia Mamea.

Mentre le donne cominciarono a complottare in favore del figlio di Giulia Bassiana, Eliogabalo, spargendo la voce che si trattasse di un figlio naturale di Caracalla, Macrino non riuscì a consolidare il suo potere.

Eligabalo infatti fu acclamato imperatore dalle truppe orientali, all’età di quattordici anni e Macrino fu giustiziato come un qualsiasi usurpatore.

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