Sant’Ignazio da Loyola a Roma: Chiesa del Gesù e Stanze

La prima e più importante chiesa dei Gesuiti nel mondo è proprio la Chiesa del Santissimo Nome di Gesù (questa la titolatura completa), costruita a partire dal 1568 per volere del gran cardinale Alessandro Farnese, protettore del novello ordine fondato da Sant’Ignazio da Loyola nel 1540.

 

Sant’Ignazio da Loyola: chi era?

Nato nel 1491 nella casa torre di Loyola, comprensorio municipale di Azpeitia (nella provincia basca di Guipùzcoa), ultimo di tredici figli, fu presto avviato alla vita del cavaliere. La conversione avvenne invece nel 1521: durante una battaglia un colpo di cannone lo ferì gravemente ad una gamba e durante la convalescenza, si trovò a leggere dei libri cristiani, rimanendo particolarmente affascinato dalla figura di Gesù. Guarito e spogliatosi degli abiti cavallereschi, si spostò nella cittadina di Manresa dove per più di un anno condusse vita di preghiera e penitenza, ricevendo una “grande illuminazione”; si recò quindi nell’abbazia dei benedettini a Monserrat spogliandosi dei propri abiti ed iniziando a vestirsi da pellegrino. Si recò prima a Gerusalemme e poi nel 1523 a Roma, dirigendosi poi a Venezia e salpando infine per la Terra Santa. Nel 1526 tornò in Spagna dedicandosi principalmente allo studio: qui cadde nella rete dell’Inquisizione venendo incarcerato per 17 giorni. Una volta tornato libero decide per approfondire i propri studi di recarsi a Parigi, solo e a piedi, città in cui rimase ben sette anni, fino cioè al 1535: è qui che insieme ad altri studenti nasce la “Compagnia di Gesù”, approvata poi ufficialmente con una bolla da papa Paolo III nel 1540.

 

 

La chiesa: architettura e arte

Il progetto dell’innovativa chiesa si deve al Vignola (uno degli architetti preferiti del card. Alessandro Farnese) a cui subentrò, dopo la morte, Giacomo della Porta, che si occupò sia dell’imponente facciata, sia della cupola. La chiesa riprese fedelmente i rigidi canoni imposti a livello liturgico, architettonico e artistico dalla Controriforma e divenne modello per molti altri edifici sacri, non solo in città, ma anche nel resto d’Italia e d’Europa. Al momento della sua dedicazione nel 1584, la chiesa fu la più grande e la prima completamente nuova costruita a Roma fin dal Sacco del 1527.

Tra il 1670 e il 1683 Giovanni Battista Gaulli, detto il Baciccia, si occupò della decorazione interna e in particolare fu l’artefice del sorprendente dipinto illusionistico nella volta della navata centrale, con l’immagine del Trionfo del Nome di Gesù.

 

 

All’interno è inoltre possibile ammirare le due cappelle in cui sono deposti i corpi dei fondatori dell’ordine: Sant’Ignazio e San Francesco Saverio, il più importante missionario della Compagnia.

 

 

Entrambe le cappelle furono decorate da importanti artisti, quali Pietro da Cortona e il gesuita Andrea Pozzo che, sul finire del Seicento, lavorò anche nella vicina chiesa dedicata proprio al santo fondatore Ignazio, mostrando ancora una volta la sua grande abilità nel creare giochi illusionistici e tridimensionali, cari alla cultura tardo barocca del tempo. Molti altri importanti artisti contribuirono a rendere la chiesa un vero e proprio gioiello, tra questi ricordiamo Federico Zuccheri, Pier Francesco Mola, il Pomarancio e il Gagliardi. Infatti la chiesa, realizzata con uno stile tra il rinascimentale ed il barocco, ebbe un gran influsso sull’architettura sacra delle chiese barocche in Italia e nel mondo, tanto da ispirare il termine – oggi tuttavia contestato – di “stile gesuitico”.

 

Le stanze di Sant’Ignazio da Loyola

Accanto alla chiesa è possibile visitare le stanze in cui visse Sant’Ignazio, un tempo poste all’ultimo piano della residenza costruita per volere del Santo stesso tra il 1543 e il 1544 e che a fine Cinquecento fu danneggiata gravemente da una disastrosa inondazione del Tevere. Le stanze quindi, che si possono visitare, sono tutto ciò che resta di quel primo edificio.

Per mantenere la memoria di quel luogo in cui Ignazio scrisse le Costituzioni della Compagnia e in cui visse gli ultimi dodici anni della sua vita, qui morendo nel Luglio del 1556, fu deciso nel 1599 di costruire l’attuale Casa Professa. Impresa non facile. Fu realizzato infatti un complicato sistema di volte sotto le stanze già esistenti per sostenere il loro peso, per procedere poi con la costruzione del nuovo palazzo tutto intorno ad esse e del loro congiungimento al tessuto del nuovo edificio. Nelle stanze ancora oggi sono conservati cimeli, suppellettili e una statua di sant’Ignazio che permettono di ricostruire l’avventurosa vita del Santo di Loyola e la sua profonda influenza sulla vita spirituale, sociale e politica della Roma di metà Cinquecento.

Tra le meraviglie artistiche, merita infine particolare menzione il corridoio che precede le camere di Sant’Ignazio, vero capolavoro artistico, impreziosito da una sensazionale decorazione prospettica di Andrea Pozzo e da una serie di affreschi del Bergognone, che rendono ancora più emozionante la visita al complesso del Gesù! 

 

 

 

Ti aspettiamo alla nostra visita guidata per ammirare dal vivo tutta questa bellezza. Consulta il programma mensile per scoprire quando è prevista la prossima visita!

 

 

Santa Maria dell’Orto e le “università” di Trastevere

Tra le importanti e antiche chiese di Trastevere, una delle più insolite ed interessanti è certamente Santa Maria dell’Orto.

 

L’origine del nome e l’immagine miracolosa della Vergine

Il curioso nome deriva dal fatto che, secondo tradizione, dove oggi sorge la chiesa, ci fossero sul finire del Quattrocento vigne e orti e che proprio all’interno di uno di questi, fosse conservata su un vecchio muro, un’immagine della Vergine miracolosa: avrebbe infatti guarito una persona con grave infermità, in cambio del voto di tenere accesa una lampada perpetua davanti all’immagine stessa! La notizia della guarigione si diffuse molto velocemente e così sul luogo stesso, grazie ai proventi di più benefattori, sorse una chiesa con lo scopo di custodire la sacra icona. I numerosi fedeli inoltre si riunirono ben presto in una confraternita, approvata nel 1492 da papa Alessandro VI ed elevata poi da Sisto V, nel 1588, al rango di Arciconfraternita, con diversi privilegi.

 

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L’Ospedale, la Spezieria e le Università

In questi stessi anni sorsero anche il piccolo ospedale, la Spezieria e ben tredici Università (corporazioni di mestieri) che si unirono al pio sodalizio, gareggiando per abbellire e decorare la chiesa, che ancora oggi presenta i segni di tutti questi interventi.

 

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I mestieri più noti erano quelli legati alle attività connesse al vicino Tevere: Molinari e Garzoni; Mercanti e Sensali di Ripa e Ripetta; Ortolani e Garzoni; Barilari di Ripa; Marinari del Regno e ancora Scarpinelli, PollaroliPizzicagnoli, Fruttaroli e molti altri. Tra il Cinquecento e il Seicento l’Arciconfraternita raggiunse il periodo di massimo splendore a cui corrisposero importanti interventi di restauro e nuove decorazioni all’interno della chiesa, oltre all’ampliamento dei locali annessi al complesso.

 

 

La storia della Chiesa in epoca moderna

Alla fine del Settecento ci fu invece una battuta di arresto e la cessazione dell’attività ospedaliera e di spezieria, portata avanti per quasi quattro secoli.

Dopo l’Unità d’Italia, molti dei beni della Confraternita vennero confiscati: nonostante questo il sodalizio continuò a vivere, giungendo fino ai nostri giorni e custodendo ancora la chiesa, con le sue inestimabili opere d’arte.

 

Architetti e artisti: trionfo di marmi e stucchi

Costruita nella sua forma attuale dall’architetto Guidetti, con interventi del Vignola e del Volterra, fu completata nella seconda metà del Cinquecento. All’interno è possibile ammirare una profusione di marmi policromi e stucchi bianchi e dorati che la rendono particolarmente preziosa. Una leggenda vuole che in tali sontuosi ornamenti fosse mescolato il primo oro venuto dall’America con Cristoforo Colombo.

Successivi abbellimenti e restauri si ebbero anche nel Settecento e nell’Ottocento, nonostante le difficoltà anche economiche incontrate dall’Arciconfraternita. Molti gli artisti che vi lavorarono, tra cui ricordiamo Giacomo della Porta, i fratelli Zuccari, Giovanni Baglione, Camillo Rusconi e molti altri.

 

 

 

La Macchina delle Quarant’Ore

Ed è proprio in questa chiesa che la sera del Giovedì Santo viene allestita la monumentale Macchina delle Quarant’Ore, struttura ottocentesca (su disegno però seicentesco, a motivi floreali) di legno intagliato e dorato sulla quale vengono collocate 213 candele che illuminano tutta l’abside e che sono da base per il Santissimo Sacramento. È probabilmente l’ultima del genere che ancora venga allestita in Italia! L’archivista Nino Becchetti scrive “… Superbo ed artistico lavoro di intaglio in legno dovuto allo scalpello di maestro Luigi Clementi che lo costruì nell’anno 1848 tanto nell’intaglio quanto nel disegno” e che “comportò all’Arciconfraternita la spesa di ‘500 scudi più altri 50 per l’indoratura in oro zecchino”.

 

 

Un viaggio tra tradizione, devozione e arte assolutamente da non perdere: scopri nel programma mensile quando poter visitare insieme a noi la Chiesa di Santa Maria dell’Orto!

 

 

 

I “segreti” dell’Esquilino: la Chiesa di Sant’Eusebio

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In piazza Vittorio Emanuele II, comunemente nota tra i romani come piazza Vittorio, cuore dell’Esquilino, si cela in un angolo una chiesa antichissima, nonostante il suo attuale aspetto rispecchi i numerosi restauri avvenuti in secoli più recenti.

 

La storia della Chiesa

Salvata dalle distruzioni che interessarono l’intera zona a partire dalla fine del XIX secolo, quando vennero demolite preziose ville seicentesche per la creazione del nuovo rione sabaudo, la chiesa racconta tutta la storia di questo angolo di Roma, a partire dai primi secoli di fondazione della città, fino ai giorni nostri.

Il titolo (cioè il primitivo luogo di culto cristiano) fu fondato tra il IV e il V secolo d.C. su una preesistente insula romana (palazzo di abitazione in affitto a più piani) di II secolo d.C., a sua volta impiantata sull’antica necropoli e sulle ancor più antiche cave di pozzolana.

Tutta l’area infatti in epoca arcaica fu interessata da aperture per l’estrazione di materiale da costruzione e in epoca repubblicana qui si estese una vasto sepolcreto, fino a quando, tra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C., l’area non venne bonificata per volere di alcuni illustri personaggi del tempo, come Mecenate e Lamia, che occuparono la zona con i loro sontuosi horti, passati poi al demanio imperiale. A partire poi dal IV-V secolo, il colle si andò via via spopolando e sulle antiche rovine sorsero alcuni luoghi di culto.

 

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Sant’Eusebio: chi era?

Secondo la tradizione infatti, la chiesa sorse proprio sul luogo dove visse e morì il martire Eusebio, prendendone il nome: Eusebio fu presbitero romano, vissuto sotto l’imperatore Costanzo II, che lo condannò alla reclusione e alla morte di stenti nella propria casa, per aver contraddetto la sua decisione di compromesso nei confronti dell’eresia ariana, in quei tempi particolarmente diffusa in tutto l’impero e in contrasto con il credo ufficiale, detto niceno.

Purtroppo le prove archeologiche non consentono di stabilire con precisione il luogo di abitazione e il successivo titolo di Eusebio, nonostante abbiano messo in luce informazioni interessanti sulla continuità di vita del luogo nel corso dei secoli. La chiesa fu comunque riedificata e restaurata più volte e fu officiata da diversi ordini tra cui i Celestini, i Gesuiti e infine il Clero Romano.

 

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I capolavori artistici

L’aspetto attuale è quello settecentesco – con rimaneggiamenti più recenti – voluto dal cardinale Enrico Enriquez: all’interno è possibile ammirare, tra le altre opere, uno dei massimi capolavori di Anton Raphael Mengs La gloria di Sant’Eusebio, splendido affresco nella volta centrale della chiesa, prima opera pubblica dell’artista boemo a Roma. Il capolavoro di arte neoclassica incarna i primi dettami dall’estetica sancita da Winckelmann, con cui Mengs intrattenne stretti rapporti. Tra le altre particolarità, spicca il mirabile coro ligneo seicentesco, formato da stalli e leggio in noce intarsiato, uno dei più belli conservati in città! Altre opere degne di nota sono La Madonna col Bambino presso altare maggiore, attribuita a Pompeo Batoni e alcune tele del Solimena, che conferiscono una straordinaria eleganza e maestosità a tutto il complesso.

 

 

Vieni a scoprire con noi tutti i segreti della chiesa di Sant’Eusebio e di questo angolo di Roma: controlla quando nel programma mensile!

 

 

Guido Reni a Galleria Borghese: tra Sacro e Natura

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Una mostra imperdibile ha appena aperto i battenti a Galleria Borghese: Guido Reni a Roma. Il sacro e la natura. Dal 1 marzo al 22 maggio 2022, oltre ai noti e sorprendenti capolavori dell’esposizione permanente, sarà possibile approfondire la pittura e la personalità dello straordinario artista bolognese, che con i suoi modi raffinati ha dominato la prima metà del Seicento.

 

“La Danza Campestre” di Guido Reni

La mostra ruota attorno al ritrovato dipinto del Reni, la Danza Campestre (1605 circa), acquistato dalla Galleria Borghese nel 2020. Citato negli antichi inventari sin dall’inizio del Seicento già quindi all’epoca di Scipione Borghese, il dipinto rimase in collezione fino alla fine del XIX secolo, quando fu probabilmente alienato. Da qui la sua “scomparsa” fino al 2008 quando ricomparve in un’asta a Londra come opera di “anonimo artista bolognese” salvo poi essere stato riconosciuto dagli studiosi come un’opera di Guido Reni. Il quadro mette così ulteriormente in luce non solo l’importanza che la committenza Borghese ebbe per l’artista, ma anche il rapporto tra il Reni e la pittura di paesaggio e campestre, non estranea alla sua produzione, come ritenuto per molto tempo.

 

Guido Reni_Danza campestre_lasinodoro

 

 

Guido Reni e il Sacro

Le oltre 30 opere in mostra, approfondiscono il primo soggiorno romano del Maestro e i suoi legami con gli altri artisti del tempo, la sua predilezione per lo studio dell’antico e del mondo rinascimentale, ma anche il confronto/scontro con le innovative opere di Caravaggio.

Sarà così possibile ammirare da vicino quattro monumentali pale d’altare – la Crocifissione di San Pietro (1604-5), la Trinità con la Madonna di Loreto e il committente cardinale Antonio Maria Gallo (1603-4 c.a), il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria (1606 c.a) e il Martirio di Santa Cecilia (1601) – in grado di evidenziare e presentare al pubblico la straordinaria abilità dell’artista nella resa solenne delle figure sacre, perfette e potenti. 

 

Guido-Reni-a-Roma_lasinodoro

 

Ma Reni non fu certamente l’artista del solo tema sacro/religioso. Molte infatti sono le opere in mostra tra cui per esempio Lot e le figlie o Atalanta e Ippomene (1615-20) che indagano la grande attrazione che l’artista ebbe verso il mondo della scultura, ben visibile nel modo in cui plasmò i corpi nello spazio, nell’espressione dei volti e nella concretezza dei gesti di queste eleganti figure.

 

Guido Reni_Atalanta e Ippomene_lasinodoro

 

 

Guido Reni e la Natura

Nella seconda parte della mostra, si entra invece nel vivo del tema del paesaggio e della natura, non solo grazie alle opere del Reni, ma anche ai dipinti realizzati da altri importanti artisti più o meno contemporanei, vissuti cioè poco prima o immediatamente dopo.

E’ così possibile ammirare, tra gli altri, alcuni dipinti di Paul Bril, Carlo Saraceni oltre a la Festa campestre (1584) di Agostino Carracci; i quattro tondi di Francesco Albani eseguiti nel 1621 per Scipione Borghese, il Paesaggio con Silvia e il Satiro (1615) del Domenichino proveniente dalla Pinacoteca di Bologna, testimonianze tarde dell’interesse per la pittura di paesaggio, che proseguirà con fasi alterne per tutto il Seicento.

La mostra quindi esprime la forte volontà di riabilitare definitivamente la figura di Guido Reni, non solo come uno dei più importanti artisti del Seicento italiano, ma anche come un instancabile studioso delle arti e della natura, del disegno e dei paesaggi, in grado di unire nelle proprie opere un intenso classicismo alle diverse spinte innovative contemporanee, che proprio in quegli anni si diffusero da Bologna in tutta Italia e non solo. Per scoprire tutti i segreti di Guido Reni e gli altri capolavori di Galleria Borghese non ti resta che venire alla nostra visita guidata!