Museo Barracco che passione!

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C’era una volta, tanto tempo fa, un ricco studioso di nome Giovanni Barracco che amava moltissimo la storia antica e…

“Un saluto a tutti amici miei, sono proprio io, il senatore Giovanni Barracco al vostro servizio. Sono davvero molto onorato di avervi ospiti nel mio museo, dove è raccolta la mia collezione di reperti antichi, che ho collezionato faticosamente in tutto il corso della mia vita e che poi ho deciso di regalare all’amata città di Roma. Spero che possiate trovare questo luogo di vostro interesse!”

Grazie e lei Senatore! Noi siamo pronti per entrare dentro questo grazioso e antico palazzetto per vedere le meraviglie conservate al suo interno! Pronti via…

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“Ad accogliervi ci sono io, la Sfinge, la più enigmatica di tutte le creature magiche dell’antico Egitto. Il mio corpo è quello di un leone, ma il mio volto è quello di una donna e non una donna qualsiasi. Sono infatti una regina e sono vissuta moltissimi secoli fa, quando il faraone era il potente Thutmosi III. Il mio compito era quello di vegliare che gli spiriti maligni non si avvicinassero a tombe o a sacri templi. Fui poi trasportata a Roma al tempo degli imperatori e fui collocata come guardiano nel grande santuario dedicato alla dea Iside. Voi mi sembrate delle brave persone, quindi potete proseguire nel vostro percorso!”

Grazie Sfinge! Andiamo avanti dove ci aspetta un vero e proprio faraone: Sethi I

 

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“Sono il sovrano dei due Regni, dell’Alto e del Basso Egitto, signore del Nilo e incarnazione di Horus. Indosso la corona azzurra con ureo centrale, uno dei simboli del mio potere in terra. Voi piccoli schiavi dovete inchinarvi sette e sette volte davanti alla mia persona eccellentissima…”

Sua Maestà Altissima Sovranissima la ringraziamo, ma abbiamo da conoscere ancora molti amici. La lasciamo ai suoi inchini…

Ma cosa si intravede nell’altra stanza: sembra un angelo con la barba e gonnellino!

 

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“Benvenuti a voi esseri mortali! Sono il genio alato protettore del palazzo di Nimrud, residenza del re Assurnasirpal II, capo supremo del potente impero assiro. Non indosso un ridicolo gonnellino, ma un perizoma; in testa porto la tiara con molte corna, simbolo nel nostro paese della divinità e in mano porto un oggetto misterioso, chiamato situla, utile nelle cerimonie sacre. Nell’altra mano tengo invece una pigna, non solo perché mi piacciono i pinoli, ma anche perché questa viene utilizzata nelle nostre strane cerimonie sacre. Se posso darvi un consiglio abbassate la testa che ogni tanto qui volano frecce!”

Oh mamma in che senso? 

“Attenzione frecce in arrivoooo!!! Scusateci tanto, ma noi siamo i soldati del re Assurbanipal, vissuto qualche tempo dopo Assurnasirpal e molti secoli fa proteggevamo il Palazzo Reale di Ninive, sempre in Assiria. Noi arcieri eravamo la parte più numerosa dell’esercito e anche la più importante modestamente…”

Meglio andare nella sala accanto dove mi sembra che la situazione sia più tranquilla!

“Chi siete voi!”

Aiuto che paura!!!

 

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“Ahaahahaha! Tranquilli mi piace molto fare gli scherzi! Sono un po’ burlone. Mi presento, sono Bes, molto brutto e spaventoso, ma in realtà sono il protettore della casa e delle mamme! La mia forma mostruosa serve a spaventare gli spiriti maligni, per questo sono raffigurato con armi, strani copricapi di piume, mentre faccio linguacce e brutti gesti, mi dispiace molto avervi spaventato…”

“Ma no Bes non fare così, lo sappiamo tutti qui che hai un grande cuore! Ti meriti un bacio.”

“Oh sono emozionato!!! Un bacio dalla più bella del Barracco, quale onore!”

 

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“Sei sempre il solito burlone! Grazie per il complimento, lo accetto di buon grado. Salve a voi amici io sono una testa femminile, creata in terracotta dipinta molti secoli fa dagli abitanti della città di Orvieto, per decorare un sepolcro o un importante tempio. Non per vantarmi, ma vorrei farvi notare la mia raffinata acconciatura e i miei preziosi gioielli, tra cui questa splendida collana chiamata torques e i miei orecchini. Sono passati secoli, ma sono ancora in splendida forma. Non credete?”

Lo crediamo davvero, sei bellissima! Ma qui accanto a te c’è un dolcissima cagnolina. Oh no poverina, è ferita! Speriamo si rimetta presto in forma. Ma ora dobbiamo salire al piano di sopra. Eccoci qui, ancora poche scale… Ma cosa succede? Oh wow siamo capitati nel bel mezzo di una competizione olimpica, perché vediamo tantissimi atleti intenti a gareggiare, a riposare o a ritirare il premio! Ma ci sono proprio tutti: lì vedo un bel gruppetto di filosofi intenti a “filosofare”; poi ci sono delle belle signore con i loro pepli e tuniche; e ancora molti dei ed eroi dell’Olimpo. Che meraviglia e quale onore!

Ma sentite anche voi questa voce? Viene da quella saletta nascosta… Andiamo a vedere!

 

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“Ero io che vi chiamavo! Sono la Ecclesia Romana, cioè rappresento la chiesa di Roma. Sono stata realizzata tutta in mosaico, in testa porto una splendida corona tutta tempestata di gemme preziose, così come la mia spilla. Un tempo decoravo addirittura la Basilica di San Pietro in Vaticano ed ero accompagnata dalla mia cara sorella, la Ecclesia d’Oriente. In realtà vi chiamavo per chiedervi: ma siete matti a dire che la più bella è quella testa matta al piano di sottoooo??? Ma dove avete gli occhi! Sono io la più bella, tutta piena d’oro, con i miei occhioni da cerbiatta…”

Oh no ragazzi, qui mi sembrano tutti un po’ permalosetti. Come facciamo a far capire loro che secondo noi sono tutti splendidi, ognuno a suo modo?

 

 

 

Ara Pacis: l’altare della Pace dedicato ad Augusto

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“Quando tornai a Roma dalla Gallia e dalla Spagna, sotto il consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, portate felicemente a termine le imprese in quelle province, il Senato decretò che si dovesse consacrare un’ara alla Pace augustea nel Campo Marzio e ordinò che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero ogni anno un sacrificio”.

 

E’ con queste parole che Augusto nelle Res Gestae, suo testamento spirituale, ci ha tramandato la volontà del Senato di costruire un altare alla Pace, a seguito delle imprese da lui portate a termine a nord delle Alpi ed in Spagna, a cui si aggiungeva la fondazione di nuove colonie.

 

Il Campo Marzio all’epoca di Ottaviano Augusto

L’altare, inaugurato il 30 gennaio del 9 a.C., fu eretto nel cuore del Campo Marzio proprio davanti alla meridiana innalzata da Augusto e non lontano dal grandioso mausoleo che l’imperatore aveva iniziato a costruire. Veniva così a trovarsi, non a caso, al centro del vasto pianoro sul quale tradizionalmente si svolgevano le manovre dell’esercito, della cavalleria e, in tempi più recenti, le esercitazioni ginniche della gioventù romana. Noi oggi la vediamo invece protetta dalla teca di Meier a ridosso del Tevere, poiché qui venne interamente ricostruita negli anni ‘30 del secolo scorso per volere di Mussolini, ma in origine doveva trovarsi alla spalle di Palazzo Montecitorio, più o meno all’altezza di piazza di San Lorenzo in Lucina.

 

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Il significato delle raffigurazioni sull’Ara Pacis

L’altare diventò importantissimo anche per i potenti messaggi figurativi che furono rappresentati lungo i lati, suddivisi in due registri: quello inferiore vegetale, quello superiore figurato, con scene mitiche ai lati dei due ingressi e con un corteo di personaggi sui lati lunghi. Ai lati dell’ingresso principale, due importantissime raffigurazioni: a destra Enea che sacrifica ai Penati e a sinistra Romolo e Remo allattati dalla Lupa insieme a Marte e al pastore Faustolo. Si presentava così a tutti l’origine mitica della stessa Roma, da Enea a Romolo, facendo riferimento alla città di Alba Longa fondata da Iulo (l’Ascanio greco), capostipite della famiglia che diede i natali a Giulio Cesare e soprattutto Ottaviano Augusto, come raccontato nell’Eneide di Virgilio.

 

 

Da qui era possibile salire le scale e raggiungere la parte più sacra dell’altare, la mensa su cui si offrivano spoglie animali e vino, che occupa quasi totalmente lo spazio interno al recinto, dal quale è separato da uno stretto corridoio il cui pavimento si presenta leggermente inclinato verso l’esterno, in modo tale da favorire la fuoriuscita delle acque, sia piovane che dei lavacri successivi ai sacrifici, attraverso canalette di scolo aperte lungo il perimetro.

 

 

Sul retro, altri due pannelli figurati: da un lato la dea Roma e dall’altro una raffigurazione molto dibattuta tra gli studiosi: secondo alcuni la dea Tellus, la Terra madre; secondo altri Venere, madre divina di Enea e progenitrice della Gens Iulia; secondo altri ancora  la personificazione della Pax Augusta, la Pace, da cui l’altare prende nome.

 

 

 

Il corteo della Gens Iulia

Ben più rivoluzionario il corteo presentato sui due lati lunghi, pieno di uomini, donne e bambini ritratti mentre camminano in processione. Ecco che è così possibile riconoscere – sul lato verso il Mausoleo – lo stesso Augusto seguito dai quattro flamines maiores, sacerdoti dal caratteristico copricapo sormontato da una punta metallica.

 

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Seguono poi Agrippa con il figlio Gaio Cesare e la moglie Giulia, figlia di Ottaviano (o Livia) e dietro Tiberio (figlio di Livia e secondo imperatore). Subito dopo, chiudono il corteo, i gruppi familiari formati il primo da Antonia Minore, nipote di Augusto, da suo marito Druso e dal loro figlioletto Germanico e il secondo da Antonia Maggiore, nipote di Augusto, con il suo sposo, il console Lucio Domizio Enobarbo e i loro figli Domizia e Gneo Domizio Enobarbo, futuro padre di Nerone.

 

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Sull’altro lato, gli altri membri familiari e cioè Lucio Cesare, secondogenito di Agrippa e Giulia, seguito da Livia (o Giulia) e da Ottavia Minore, sorella di Augusto, gli altri personaggi non sono purtroppo riconoscibili.

 

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Molto interessante è però vedere gli atteggiamenti dei personaggi ritratti, molto intimi, semplici, di vita quotidiana: uomini e donne che si guardano, parlano, si voltano, bambini che si aggrappano alle vesti o che stringono le mani dei genitori. L’altare infatti serviva anche a presentare in maniera ufficiale al popolo la nuova famiglia appena salita al potere. E si scelse di farlo presentando Augusto realmente come princeps, e cioè come “primo tra pari”.

E l’altare bianco candido come appare a noi oggi, era molto diverso in antico, così pieno di colori!

 

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Pinacoteca Vaticana: storia e capolavori

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Visitare i Musei Vaticani vuol dire immergersi nella più straordinaria collezione di opere d’arte al mondo…e non mancano di certo le sorprese!

 

La creazione della Pinacoteca

La storia dei Musei Vaticani è infinita poiché è cresciuta durante i secoli grazie al continuo e instancabile impegno dei pontefici per arricchire le proprie collezioni. Tra le ultime realizzate vi è proprio la celebre Pinacoteca inaugurata il 27 Ottobre del 1932 ed allestita nell’edificio espressamente costruito dall’architetto Luca Beltrami per volere di papa Pio XI Ratti, in una parte dell’ottocentesco Giardino Quadrato, isolato e circondato completamente da viali. Fu questo ad essere ritenuto un luogo particolarmente adatto ad assicurare le migliori condizioni di luce in rapporto sia alla corretta conservazione delle opere sia alla loro ottimale valorizzazione estetica. Veniva così risolta l’annosa questione dell’esposizione delle pitture, spostate di continuo nell’ambito dei Palazzi Apostolici in mancanza di una sede adeguata alla sua importanza.

 

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La raccolta dei dipinti

Una prima raccolta di 118 pregevoli dipinti fu creata da papa Pio VI intorno al 1790 ma ebbe vita breve, poiché con l’arrivo dei francesi molte furono le opere che Napoleone portò a Parigi in seguito al Trattato di Tolentino del 1797 (un accordo diplomatico sottoscritto a seguito delle vittorie militari della Francia che vedeva appunto la dipartita di molte opere d’arte). Fortunatamente molti di questi capolavori (tra i quali vi erano per esempio il Laocoonte, l’Apollo del Belvedere, la Trasfigurazione di Raffaello e la Pala Decemviri di Perugino) furono recuperati verso il 1815 grazie allo straordinario intervento diplomatico di Antonio Canova. Papa Pio VII, per questa sua grande opere in difesa dell’arte italiana, gli conferì il titolo di Marchese d’Ischia, con un vitalizio di 3.000 scudi che egli volle elargire a sostegno delle accademie d’arte. La collezione continuò ad essere ingrandita, arrivando a contare circa 460 dipinti, disposti oggi nelle sale della Pinacoteca in base a criteri di cronologia e scuola.

 

I capolavori della Pinacoteca tra Trecento e Quattrocento

Tra le opere più antiche vi è il celebre Trittico Stefaneschi, eseguito da Giotto tra il 1315 e il 1320 per la Basilica di San Pietro: una tavola a tre scomparti dipinta su entrambi i lati poiché doveva essere vista sia dai presbiteri, sia dai fedeli. Importanti le opere esposte del Beato Angelico come le Storie di San Nicola di Bari, scomparti della predella di un grande trittico eseguito nel 1437 circa per la Cappella di San Niccolò nella Chiesa di San Domenico di Perugia (e oggi custodito in buona parte presso la Galleria Nazionale dell’Umbria). Incantano per delicatezza e raffinatezza gli affreschi di Melozzo da Forlì con la serie di angeli musicanti realizzata per la Basilica dei Santi Apostoli a cui si aggiunge l’affresco di papa Sisto IV ritratto insieme ai nipoti (è presente anche Giuliano della Rovere, futuro Giulio II) mentre nomina Bartolomeo Platina Prefetto della Biblioteca Vaticana.

 

 

La sala dedicata a Raffaello

Vi è poi la sala dedicata a Raffaello Sanzio, dove sono esposte le opere dell’Urbinate: dalla celebre Pala Oddi con l’incoronazione della Vergine, alla raffinata Madonna di Foligno fino alla Trasfigurazione, ultima opera realizzata dall’artista prima di morire. Le pareti della sala presentano invece la serie di arazzi realizzata dalla bottega di Pieter van Aelst a Bruxelles su cartoni di Raffaello, appositamente per la Cappella Sistina, con le Storie dei santi Pietro e Paolo, tratti dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli.

 

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I capolavori tra Cinquecento e Seicento

Proseguendo nella visita, si possono poi ammirare il San Girolamo di Leonardo da Vinci, opera  tra le più enigmatiche del pittore, scultore, architetto, ingegnere e filosofo toscano e ancora la grande pala della Madonna col Bambino e Santi dipinta da Tiziano fra il 1533 e il 1535, capolavoro della piena maturità dell’artista veneto.

 

 

Per il Seicento quattro i grandi artisti da menzionare: Domenico Zampieri, detto il Domenichino, con il dipinto della Comunione di San Girolamo; Guido Reni con la Crocifissione di San Pietro; Pietro da Cortona con la Visione di San Francesco replica, di dimensioni leggermente inferiori, della pala d’altare dipinta nel 1640-1641 per la Cappella Montauto nella Chiesa dell’Annunziata ad Arezzo; Caravaggio con la Deposizione commissionata da Girolamo Vittrice per la cappella di famiglia nella Chiesa Nuova, considerata uno dei massimi capolavori del Merisi.

 

 

Ultime opere assolutamente da ammirare sono i dipinti di Wenzel Peter, pittore austriaco noto per la minuzia negli studi anatomici e che si fece notare soprattutto come “animalista”, un genere molto singolare, che lo portò a riprodurre con straordinario naturalismo animali delle specie più diverse, immortalati nei loro atteggiamenti di stasi o di lotta. Straordinario in questo senso il suo Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, prova del suo più alto virtuosismo. Qui infatti l’artista ha radunato intorno alle figure di Adamo ed Eva quelle di oltre 200 animali di tutto il mondo, riprodotti non solo con abilità pittorica, ma anche con approfondita conoscenza e precisione scientifica.

 

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Visitare la Pinacoteca Vaticana vuol dire poter ammirare dal vivo questi immensi capolavori d’arte: controlla qui quando è in programma la nostra visita guidata!

 

 

L’area sacra di Largo di Torre Argentina

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Quando si pensa alle imponenti vestigia dell’Antica Roma, l’area a cui subito si pensa, è quella compresa tra il Campidoglio e il Colosseo, lungo tutta via dei Fori Imperiali. Passeggiando però nel centro storico, ci si rende subito conto di come l’Urbe fosse ben più estesa: basta pensare per esempio al Foro Boario e Olitorio o appunto all’area sacra al centro di Largo di Torre Argentina.

 

La scoperta dell’Area Sacra di Largo di Torre Argentina

Non è sempre stata visibile, anzi, la sua “scoperta” avvenne tra 1926 e 1929 durante i lavori di demolizione del vecchio quartiere compreso tra via del Teatro Argentina, via Florida, via San Nicola de’ Cesarini e corso Vittorio Emanuele per la costruzione di nuovi edifici. Fu in questa occasione che si mise in luce una vasta piazza lastricata su cui sorgevano quattro templi, comunemente indicati con le prime quattro lettere dell’alfabeto (A-B-C-D), poiché la loro identificazione ancora oggi non è del tutto certa. La scoperta fu sensazionale poiché ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi è il complesso più importante di edifici sacri di età repubblicana (media e tarda), collocati nel Campo Marzio. Vediamo di ripercorrere insieme la loro storia.

 

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Pianta dell’area sacra
A, B, C, D: i quattro templi
1: porticus Minucia
2: Hecatostylum
3: Curia di Pompeo
4 e 5: latrine di epoca imperiale
6: uffici e depositi di epoca imperiale

I quattro templi e le dediche

Tutto ha avuto inizio tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. quando, proprio in questo punto della città, venne costruito il Tempio C su alto podio e preceduto da una scalinata. Il tempio fu verosimilmente dedicato alla dea Feronia, il cui culto venne introdotto a Roma in seguito alla conquista della Sabina effettuata da Manio Curio Dentato nel 290 a.C. Verso la metà del III secolo a.C., proprio accanto, venne innalzato il Tempio A, molto più piccolo nelle dimensioni, che secondo alcuni studiosi si sarebbe da identificare con il tempio che Quinto Lutazio Catulo, console del 242 a.C., fece costruire in Campo Marzio in onore di Giuturna. Davanti ai due edifici furono inoltre messe in luce due piattaforme precedute da quattro gradini su cui erano posti altrettanti altari.

 

 

Qualche tempo dopo, e cioè all’inizio del II secolo a.C. venne costruito il Tempio D dedicato secondo alcuni ai Lari Permarini (protettori della navigazione) o secondo altri alle Ninfe. La prima pavimentazione della piazza, realizzata in lastre di tufo, fu stesa invece sopra uno spesso strato di macerie da riferirsi probabilmente al devastante incendio scoppiato nel 111 a.C. che comportò anche un innalzamento del piano di calpestio di circa 1,4 metri.

 

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E’ a questa fase che risale la costruzione dell’ultimo edificio di culto, il Tempio B sempre su alto podio ma a pianta circolare (l’unico dei quattro), identificato solitamente con il tempio della Fortuna Huiusce Diei, fondato da Quinto Lutazio Catulo, collega di Mario, dopo la battaglia di Vercelli del 101 a.C., che pose fine alla guerra contro i Cimbri.

 

 

La dedica a una divinità femminile sembra confermata dal ritrovamento di un grandioso acrolito (una colossale statua realizzata con testa e parti nude in marmo, e il resto del corpo in bronzo o altro materiale) di cui sono stati rinvenuti testa, un braccio e un piede, oggi esposti alla Centrale Montemartini.

 

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La storia dell’Area Sacra nei secoli

La storia dell’area però non si esaurì qui, anzi, rimase importante anche durante la fase imperiale. Sappiamo infatti che nell’80 d.C. vi fu un altro grave incendio che devastò l’intero Campo Marzio, motivo per il quale Domiziano si occupò poi di una generale sistemazione dell’area sacra. Le macerie furono nuovamente spianate e subito al di sopra fu costruito il pavimento in lastre di travertino, ancora oggi visibile. E l’area così rimase in uso e in vita fino almeno al V secolo d.C. quando iniziò il lento ma inesorabile e progressivo processo di abbandono.

E’ probabile che l’area venne occupata prima da un grande complesso monastico e poi tra l’VIII e il IX secolo d.C. vennero realizzate imponenti strutture in grandi blocchi di tufo, sacrificate dalle demolizioni di inizio ‘900. Sempre al IX risalgono i resti della chiesa impiantata nel Tempio A che nel 1132 fu dedicata a San Nicola di cui oggi ben si riconoscono gli affreschi con santi nell’abside, parte del pavimento cosmatesco e l’altare a cippo.

 

Una curiosità

La denominazione “Argentina” con cui è nota l’area archeologica, deriva da Argentoratum (attuale Strasburgo), città di origine di Johannes Burckardt (Giovanni Burcardo), cerimoniere di papa Alessandro VI Borgia, anche noto come il vescovo Argentinensis. Egli infatti chiamò “Argentina” la torre inclusa nel proprio palazzo sito in via del Sudario, oggi sede del Museo Teatrale! La torre invece ben visibile in piazza è la Torre del Papito, così chiamata secondo alcuni dal nome dell’antipapa Anacleto II Pierleoni, soprannominato “Papetto” per la sua bassa statura; secondo altri invece dal nome della famiglia Papareschi, coloro che fecero costruire la torre nel XIV secolo.

 

 

Tutta la storia del Battistero Lateranense

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Secondo tradizione fu lo stesso imperatore Costantino, tra 320 e 325 d.C., a volere la realizzazione di un battistero da innalzare non all’interno della Basilica cristiana, ma subito accanto.

 

Il Battistero di Costantino

L’edificio, dedicato a San Giovanni in Fonte, sorse al posto di un impianto termale di II secolo d.C. parte probabilmente della Domus Faustae appartenuta alla famiglia di Fausta, moglie di Costantino. Per la sua costruzione, fu utilizzata una grande sala a pianta rotonda trasformata in una struttura a pianta centrale della stessa tipologia del Mausoleo di Santa Costanza e del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Difficile stabilire se il battistero fosse già, fin da principio, a pianta ottagonale, forma che risale con certezza al V secolo, dalla  forte valenza simbolica: sette furono i giorni della Creazione, l’ottavo quello della Resurrezione, e cioè la Pasqua.

 

 

 

Le prime trasformazioni del Battistero

L’interno presenta un anello scandito da otto colonne di porfido – qui poste da papa Sisto III – che sorreggono un architrave sormontato da tiburio, che lo isolano dal deambulatorio, il corridoio circolare più esterno. Un recinto circolare fa da corona al fonte battesimale, un sarcofago di basalto verde egiziano già usato per battesimi ad immersione. L’antica vasca che occupava un’abside del frigidarium termale dell’edificio precedente, fu trasformato probabilmente nella piscina battesimale del battistero costantiniano. L’acqua che alimentava la piscina sgorgava dalle bocche di sette cervi in argento, rubati dai Vandali di Gensenico nel 455 e sostituiti dagli attuali nel 1967 da Paolo VI Montini, pontefice che promosse grandi restauri grazie ai quali vennero riportate alla luce le terme sottostanti e le varie fasi della storia dell’edificio.

Soltanto in questo edificio sacro, che faceva parte integrante della residenza pontificia, ogni anno, alla vigilia di Pasqua, i papi somministravano il battesimo ai catacumeni. E un luogo di così fondamentale importanza, non poteva non essere stato modificato più volte durante il corso dei secoli.

 

Il Battistero all’interno

Varcando infatti oggi la soglia dell’ingresso sulla piazza antistante, l’interno del battistero appare subito nel suo insieme barocco, mostrando in terra il grande stemma con le api di Urbano VIII Barberini, papa a cui si deve il ciclo di affreschi che corre lungo le pareti con episodi della vita di Costantino (realizzati da diversi artisti tra i quali anche Carlo Maratta). Fu Paolo III Farnese a sostituire invece i mosaici scomparsi durante il Sacco di Roma del 1527 nella volta anulare con un soffitto ligneo dorato, con i simboli, fregi e figure intagliate policrome: la Vergine Assunta, Gesù Salvatore, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista.

 

 

Grazie ai restauri del 1967, è stato possibile comprendere pienamente la lunga storia del battistero. Sappiamo per esempio che fu rimaneggiato già nel V secolo con gli interventi di papa Sisto III che aggiunse il pronao di ingresso con due colonne di porfido e di papa Ilaro, al quale si deve l’aggiunta delle tre cappelle che si aprivano, come un trifoglio sui lati del battistero.

 

Le Cappelle del Battistero

La cappella dedicata a San Giovanni Evangelista, oggi usata come sacrestia, conserva la sua forma originaria a croce greca con mosaico centrale in cui è raffigurato l’Agnello – Cristo circondato da una ghirlanda di fiori con all’interno i simboli eucaristici (uva e spighe di grano). Nella cappella dedicata a San Giovanni Battista sull’altare vi è una statua in bronzo che lo ritrae opera settecentesca di Luigi Valadier, padre di Giuseppe, copia di quella lignea cinquecentesca scolpita da Donatello. Ma è qui che si trovano anche le famose porte “melodiose” (provenienti dalle Terme di Caracalla) che emettono nel muoversi un suono di organo dovuto alla vibrazione del cardine nel pesante bronzo. Le due cappelle vennero edificate da papa Ilaro come ringraziamento ai due santi per lo scampato pericolo corso durante il II° Concilio di Efeso del 449, manovrato dal monaco monofisita Eutiche che negava la duplice natura del Cristo (umana e divina). La terza cappella, dedicata alla Santa Croce, fu eliminata invece nel 1586 da Domenico Fontana per volere di papa Sisto V Peretti per creare il nuovo ingresso al battistero aperto così sulla piazza antistante.

 

 

Nelle absidi dell’ingresso originario del battistero (dove vi è il pronao di Sisto III) furono ricavate due cappelle per volere di papa Anastasio IV intorno al 1054: la Cappella dei Santi Martiri Cipriano e Giustina impreziosita da un mosaico del secolo V a racemi con un emiciclo con l’Agnello, quattro colombe e piccole croci gemmate, e la Cappella delle Sante vergini Rufina e Seconda martirizzate durante la persecuzione di Valeriano nel III secolo d.C.

Collegato da un breve corridoio all’ambulacro del battistero, tra la Cappella di San Giovanni Evangelista e l’atrio, vi è la Cappella di San Venanzio ricavata direttamente in un altro ambiente delle antiche terme romane in origine porticato e con pavimentazione a mosaico in tessere bianche e nere. La cappella fu voluta da papa Giovanni IV Dalmata nel VII secolo per accogliere le reliquie dei martiri Venanzio (vescovo di Dumno) e Domnione (vescovo di Salona). Straordinario il mosaico dell’abside con Cristo benedicente tra santi e vescovi in cui compare anche il papa che offre il modellino della chiesa.

 

 

Il Battistero di San Giovanni in Fonte è quindi un edificio importantissimo che rimase sempre operante e con un ruolo centrale nella vita della Roma cristiana, tanto da essere parte integrante del complesso del Laterano e della residenza stessa dei Pontefici.

 

Una curiosità

Nel 1347, durante il periodo avignonese, proprio nel Battistero, il giovane Cola di Rienzo si pose a capo del popolo di Roma!