Gian Lorenzo Bernini e le sculture sacre

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Quando si parla di Gian Lorenzo Bernini tutti noi abbiamo in mente i suoi più grandi capolavori: i gruppi di Galleria Borghese (tra cui il sensuale Apollo e Dafne), la maestosa Fontana dei Quattro Fiumi di piazza Navona, il celebre baldacchino della Basilica di San Pietro realizzato insieme a Francesco Borromini e il grande abbraccio del colonnato che precede l’ingresso al cuore della cristianità. Grandiosità in scultura e immensa maestria in campo architettonico. Ma c’è un Bernini più intimo da (ri)scoprire ammirando le sue sculture sacre, meno note forse, ma sicuramente di elevato impatto. Quali?

 

David (Galleria Borghese) 1623-1624

Forte, potente, imponente: è questo il David che Bernini realizzò da giovanissimo (oggi a Galleria Borghese), rivoluzionando l’iconografia abbinata all’eroe biblico. Non c’è nulla qui del David di Donatello o di Michelangelo, non c’è fierezza, non c’è staticità, non c’è accenno alla vittoria. Tutto è fermo nel momento del massimo sforzo: i muscoli sono in torsione, la corda della fionda è tesa e sul volto del fanciullo i segni della concentrazione e dello sforzo sono nettissimi. Facile è riconoscere una fisionomia nota: è il volto corrugato dello stesso Bernini in preda allo sforzo, mentre modella il duro marmo guardandosi allo specchio sorretto – sembra – dal cardinale Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII! 

 

 

 

Santa Bibiana (Chiesa di Santa Bibiana) 1624-1626

Opera importante per la carriera del Bernini, poiché si trattava della prima committenza pubblicata a soggetto sacro – ottenuta grazie a papa Urbano VIII Barberini – per la realizzazione della statua di una santa a figura intera da collocare nell’altare maggiore della Chiesa di Santa Bibiana. Come di consueto, l’artista rivoluzionò radicalmente le regole del genere: la sua Santa Bibiana è infatti un’eroina che rivolge gli occhi verso l’alto in un momento di rapimento estatico di notevole impatto. Virtuoso il panneggio e non casuale lo studio del suo posizionamento nel sacello dell’altare, dove la luce giocava un ruolo da protagonista, spiovendo da una piccola finestra ricavata nella volta e colpendo il volto della martire, colta nell’attimo di ricevere una visione, come se Bernini volesse attribuire ad una “semplice” statua la capacità di narrare una storia intera.

 

 

 

San Longino (Basilica di San Pietro) 1628-1638

Nei quattro piloni che sorreggono la cupola della Basilica, Bernini fu chiamato a progettare altrettante statue gigantesche: la Veronica, Sant’Elena, Sant’Andrea e San Longino, l’unica quest’ultima realizzata direttamente dall’artista. Il legionario romano che trafisse con la sua lancia il costato di Cristo sulla croce, è ritratto dopo la conversione. E’ infatti colui che, guardando Gesù sulla croce morto, disse: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”. Il Longino del Bernini quindi non ha più la corazza e l’elmo ma è pieno di dinamismo e teatralità, aspetti tipici del Barocco e della mano del suo autore.

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L’estasi (o Transverberazione) di Santa Teresa d’Avila (Chiesa di Santa Maria della Vittoria) 1647-1652

Bernini è chiamato a lavorare in Santa Maria della Vittoria dal cardinale Federico Cornaro il quale, ottenuto nel 1647 il giuspatronato della cappella del transetto sinistro della chiesa, desiderava farne la propria sepoltura, così l’artista realizzò uno dei suoi massimi capolavori. Protagonista assoluta della cappella è Santa Teresa d’Avila (religiosa spagnola canonizzata da Gregorio XV nel 1622) che Bernini cattura in un’estasi mistica nel pieno del suo svolgimento. La santa infatti sta perdendo i sensi e sta per cadere in deliquio: l’espressione del volto, colto nel momento dell’abbandono, non lascia adito a dubbi. L’angelo, serafico, sorridente, sopraggiunge tenendo con delicatezza un dardo dorato rivolto verso il cuore della santa: con la mano sinistra è già pronto a sollevarle lo scapolare, onde poterla raggiungere con la sua freccia.

 

 

La visione di Costantino (Palazzo Apostolico) 1654-1668

La statua equestre realizzata dal Bernini e posizionata alla base della Scala Regia del Palazzo Apostolico di Città del Vaticano, fu inizialmente richiesta all’artista da papa Innocenzo X Pamphilj per essere posta all’interno della Basilica. La scultura fu però concepita nel 1670: dopo che Bernini ebbe a lungo lavorato nel rimaneggiamento della Scala Regia, fu deciso infine di qui porla. Anche in questo caso studiò nei minimi dettagli il suo posizionamento: la luce naturale che illumina l’opera e che proviene dalla finestra, inonda la figura di Costantino, contribuendo ad amplificare l’effetto della “visione”.

 

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Abacuc e l’Angelo + Daniele e il Leone (Basilica di Santa Maria del Popolo) 1656-1661

Bernini fu chiamato a lavorare nella Cappella Chigi di Santa Maria del Popolo nel 1652 e qui creò qualcosa di straordinario: realizzò infatti le due statue raffiguranti i profeti Daniele e Abacuc, collocandole in diagonale, una opposta all’altra, dando vita ad una relazione spaziale che ravvivò l’intera cappella, trasformando le forme classiche di Raffaello in un nuovo utilizzo religioso. Bernini riuscì ad elaborare una composizione animata e drammatica. Abacuc siede su una roccia con la cesta per il pranzo su un lato, puntando il dito nella direzione in cui si vuole dirigere, mentre un bellissimo e giovane angelo si sporge fuori dalla nicchia, sollevando la testa di Abacuc per i capelli ed indicando il lato opposto, dove si trova Daniele. Il profeta è raffigurato come un uomo anziano, barbuto ma si presenta ancora come un uomo vigoroso, nonostante sia stato ormai gettato da giorni nella fossa dei leoni.

 

 

 

Le statue degli Angeli di Ponte Sant’Angelo (Basilica di Sant’Andrea delle Fratte) 1668-1669

Nel 1669 papa Clemente IX fece progettare dal Bernini un nuovo parapetto per Ponte Sant’Angelo, sui cui furono poi collocate dieci statue raffiguranti angeli, che portano gli strumenti della Passione, scolpite da allievi di Bernini sotto la sua direzione. Solo due furono realizzate direttamente dal maestro: l’angelo con il cartiglio INRI e quello con la corona di spine. Le due sculture furono considerate talmente preziose e raffinate da non essere mai state destinate all’esposizione sul ponte, dove furono collocate due copie, mentre le originali furono poi donate nel 1729 dagli eredi del Bernini proprio alla Basilica di Sant’Andrea delle Fratte dove possiamo ammirarle ancora oggi.

 

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Estasi della Beata Ludovica Albertoni (Chiesa di San Francesco a Ripa) 1671-1674

Realizzata nel 1674, fu commissionata al Bernini dagli Altieri per dedicare alla santa della famiglia una scultura da collocare nella cappella privata all’interno della già suggestiva Chiesa di San Francesco a Ripa (Trastevere). Beatificata nel 1671, Ludovica Albertoni viene venerata anche come mistica, proprio perché avrebbe avuto numerose estasi ed episodi di levitazione. Ed è così che Bernini sceglie di ritrarla, nel momento esatto in cui viene invasa dalla Luce Divina, simboleggiata realmente dalla luce che filtra dalla finestra della cappella. La santa è adagiata su un letto finemente ricamato nel marmo e poggiato su di un blocco di diaspro lavorato come fosse un drappeggio, posto in maniera non convenzionale sull’altare della cappella. Il suo corpo è disteso, la schiena è inarcata e il volto leggermente rivolto all’indietro in preda ad un coinvolgimento emotivo fortissimo.

 

 

Salvador Mundi (Basilica di San Sebastiano fuori le Mura) 1679

Il fortunato ritrovamento nel 2001 dello straordinario busto del Salvatore nel convento di San Sebastiano fuori le Mura, ha restituito al grande pubblico l’ultima opera realizzata dal Bernini, portata infatti a compimento a 81 anni nel 1679. Si tratta di un’opera che esemplifica l‘estrema evoluzione del linguaggio dell’artista verso l’astrazione barocca, come si può notare negli arabeschi della barba o nella capigliatura. Anche nella scultura sacra Bernini non ha eguali!

 

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Salvador Mundi

 

 

Controlla nel programma mensile per vedere quando è possibile vedere insieme alcuni di questi immensi capolavori artistici!

 

 

 

Le 5 cupole più grandi (e alte) di Roma!

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“La cuppola è un pallone
ancorato sul tetto
chi è che l’ha gonfiato? L’architetto
e lo fa seccardino o burraccione
seconno er fiato che se trova in petto.
Abbotta le ganasse Borromini
soffia – e sorteno tanti cuppolini.
Ce mette drento ‘n’ala de pormone
Michelangelo – e nasce er cuppolone”.

 

Così Mario dell’Arco, poeta romanesco (1905-1996), dedicò questi versi alla cupola, uno dei simboli più significativi di Roma. Ammirando infatti la città dall’alto delle terrazze panoramiche o dalla cima dei colli, sono proprio le cupole le assolute protagoniste! Abbiamo provato a fare una “sorta di classifica”: quali sono le più grandi, alte ed imponenti? Scopriamolo insieme!

 

 

5) Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso (via del Corso)

Dedicata al patrono e all’arcivescovo di Milano, è la chiesa regionale dei Lombardi. La sua cupola, realizzata nel 1678 da Pietro da Cortona, rappresenta un’opera magnifica, anche grazie alla sua vertiginosa altezza di ben 67 metri!  Per poterla ammirare in tutta la sua eleganza e bellezza, consigliamo di recarsi nella retrostante piazza Augusto Imperatore: l’alto tamburo sul quale è impostata la cupola, è scandito da ben otto pilastri in uguali sezioni con finestre rettangolare. Altre otto finestrelle ovali invece si trovano nella fascia intermedia, sopra la quale si innalza la calotta, rivestita di piombo e divisa in spicchi da costoloni. Molto graziosa inoltre la lanterna di coronamento con eleganti e piccole volute che separano le otto finestre ad arco. 

 

 

4) Basilica dei Santi Pietro e Paolo (Eur)

Cupola moderna, realizzata nel 1955 presenta una bella forma emisferica con diametro di 31 metri, sviluppandosi però per ben 75 metri in altezza. Il progetto iniziale prevedeva che la cupola assumesse una colorazione giallo oro affinché avesse maggiore risalto, ma progettisti e costruttori, costretti da alcune difficoltà riscontrate durante i lavori, optarono per una copertura di elementi in ardesia di colore grigio che si adattava maggiormente al resto dell’edificio. 

 

 

3) Basilica di Sant’Andrea della Valle (Corso Vittorio Emanuele II)

Inaspettato forse il terzo gradino del podio occupato dalla cupola di Sant’Andrea, realizzata da Carlo Maderno intorno al 1621 e che si innalza di ben 84 metri con un diametro di 16 metri.! All’esterno il tamburo riprende il tema delle colonne binate della cupola di San Pietro, mentre all’interno risulta essere molto luminosa grazie alla presenza di ben otto finestre intervallate da semi-colonne. 

 

 

 

2) Basilica di San Pietro (Vaticano)

E’ il celebre “cuppolone” ad occupare il secondo posto in classifica! Progettata da Michelangelo e portata a termine (modificando in parte il progetto originario) da Giacomo della Porta e Domenico Fontana nel 1561, si sviluppa per un’altezza esterna (dal piano stradale alla sommità della croce) di 133,30 metri (117,57 metri invece è l’altezza interna dal pavimento alla volta della lanterna) che la consacra quindi come la più alta tra le cupole mai costruite fino ad oggi!

 

 

 

1) Pantheon (piazza della Rotonda)

Ebbene sì, è lei la vincitrice! Con oltre 43 metri di diametro e quasi 22 metri di altezza (essendo perfettamente emisferica), è ancora oggi una delle più grandi cupole del mondo. Eretta abilmente nel II secolo d.C. all’epoca dell’imperatore Adriano, dimostra un’assoluta genialità costruttiva: nonostante le sue oltre 5000 tonnellate di peso, grazie al particolare oculo centrale (un’apertura di ben 9 metri di diametro), riesce a mantenersi forte e salda durante il corso dei secoli, non dimostrando minimamente i suoi ormai quasi 2000 anni di storia!

 

 

Tutti luoghi straordinari, assolutamente da scoprire con una nostra visita guidata: scopri quando controllando il programma mensile!

 

 

 

Street Art a Roma: dove e chi

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Che Roma sia una città in continua trasformazione è un dato di fatto. Nella Capitale infatti possiamo trovare imponenti vestigia dell’Antica Roma, eleganti costruzioni rinascimentali, articolate progettazioni barocche o ancora innovative soluzioni architettoniche di epoca moderna! Il contemporaneo invece? Beh è più vivo che mai! Come già in molte altre capitali europee, anche i muri di Roma negli ultimi anni hanno cominciato a colorarsi con più di 350 opere di street art realizzate da artisti italiani e di fama mondiale. Scoprire l’arte urbana romana vuol dire quindi intraprendere un interessantissimo itinerario grazie al quale è possibile attraversare tutta la città, dal centro alla periferia, da Testaccio a Tor Marancia, dal Pigneto a Tor Pignattara o ancora dal Quadraro fino a San Basilio. 

 

999Contemporary a Tor Marancia

Il progetto più riuscito, inaugurato nella primavera 2015 e realizzato da 999Contemporary, è quello di Tor Marancia, dove 22 street artist internazionali hanno trasformato altrettante facciate del Lotto 1 della borgata a pochi passi dalla Garbatella, in un vero e proprio museo a cielo aperto. Qualche nome? Diamond con Hic sunt adamantes, Seth e Il bambino redentore, Matteo Basile con Ordine e Disordine o ancora Jerico con Distanza Uomo Natura.

 

 

 

999Contemporary a Tor Bella Monaca

La stessa associazione ha curato anche il progetto Moltitudini a Tor Bella Monaca (inserito nell’ambito del bando dell’Estate Romana del Comune di Roma) con lo scopo di dare il via, grazie all’arte, a un processo di musealizzazione di intere e nuove aree urbane. Importanti le adesioni come per esempio quella di Diamond con No Surrender, di Solo o ancora di Mosa One.

 

 

 

M.U.Ro al Quadraro e Tor Pignattara

Altro interessante progetto cittadino è quello di M.U.Ro (Museo di Urban Art di Roma) al Quadraro e Tor Pignattara. La collezione di opere di Street Art è nata dal 2010 in questi due quartieri per poi diffondersi in tutta Roma, coinvolgendo nel progetto importanti nomi per altrettante straordinarie realizzazioni, come per esempio a Tor Pignattara Etam Cru in via Ludovico Pavoni, Carlos Atoche in via Pietro Rovetti e ancora la straordinaria Anna Magnani di Diavù proprio in via di Tor Pignattara o al Quadraro Lucamaleonte in via del Monte del Grano o Alice Pasquini in via Ludovico Antinori.

 

 

 

Pigneto

Non lontano, ecco che il Pigneto, anno dopo anno, si arricchisce di nuove opere, murales che spuntano ormai ovunque. Temi vari e disparati, ma anche molti murales dedicati a Pier Paolo Pasolini che a questa zona della capitale era molto legato (girò per esempio in via Fanfulla da Lodi il celebre film “Accattone”) e ancora le opere “Io so i nomi” di Omino71, quelle di MauPal, Mr. Klevra o ancora NoArt – Fudo.

 

 

 

 

Testaccio e Ostiense

In zona nettamente più centrale, imperdibili sono le opere di Testaccio e Ostiense. Grazie al progetto Ostiense District, diversi artisti di fama mondiale hanno trovato nell’atmosfera post industriale del quartiere, terreno fertile per la loro creatività! Vince per originalità l’opera di Federico Massa, in arte Iena Cruz che ha realizzato un murale ecologico, il più grande d’Europa, con la tecnologia Airlite, una pittura mangia-smog. Ma certo impossibile è non menzionare Blu con i suoi colori in via del Porto Fluviale o ancora Roa in via Galvani.

 

 

San Basilio, via Prenestina, Grande Raccordo Anulare

Altro esempio molto interessante di rigenerazione urbana attraverso la street art è il progetto SanBa, in una delle cosiddette periferie difficili: San Basilio. I primi murales ad essere realizzati, nel 2014, sono stati quelli dello spagnolo Liqen con i mille fiori colorati in via Fiuminati e dell’italiano Agostino Iacurci con il suo Giardinieri in via Cosimo. In via Prenestina n. 913, c’è il Maam (Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz – città meticcia), una tappa fondamentale da visitare per ogni appassionato di arte contemporanea indipendente. Fondato da Giorgio de Finis, lo spazio ospita opere d’arte di vario genere, dal graffito al dipinto d’autore, entrambi però immersi in una scenografia metropolitana. Più stravagante forse il progetto GRAArt promosso da Anas e dal Ministero dei Beni Culturali per valorizzare le infrastrutture di una delle arterie più importanti del Paese e recuperare aree dismesse, riqualificando le periferie. E’ sulle pareti del Grande Raccordo Anulare che rivive la storia e il mito di Roma grazie alle opere di Camilla Falsini, Lucamaleonte o ancora di MauPal.

 

 

Non male per un città solitamente votata e ricordata principalmente per le sue straordinarie antichità, vero? Scopri nel programma mensile quando sono previste nostre visite guidate alla street art di Roma!

 

 

 

Uno Zoo di pietra nel centro di Roma

obelisco minerva bernini

Bambini che ne dite di uscire un po’ all’aria aperta per andare a fare una bella passeggiata nel centro di Roma? E se mentre camminassimo, magari con un bel gelato, scoprissimo anche qualche curiosità riguardo alla storia e ai monumenti della città? Avete mai fatto caso che su alcuni palazzi, chiese o fontane sono spesso raffigurati animali in pietra? A volte sono più riconoscibili, altre meno… Volete qualche esempio? Eccovi serviti!

San Luigi dei Francesi: draghi o salamandre?

Tra piazza Navona e il Pantheon si trova una piazza dedicata a San Luigi dei Francesi, proprio perché qui si trova un’antica chiesa dedicata a questo santo re medievale. Sulla facciata, in basso, sono visibili due “draghi” sputafuoco con una corona sul capo: si tratta in realtà di salamandre – simbolo dei reali francesi (da qui la corona) – che secondo gli antichi avevano il potere, non solo di sputare fuoco, ma anche di spegnere le fiamme. Queste sue caratteristiche (ovviamente non vere!) hanno fatto sì che questo animaletto fosse paragonato alle persone credenti, che in nome di Dio riescono a sopportare ogni tribolazione!

La fontanella rionale con il cervo

Poco distante, vi è una piccola fontanella, su cui sono scolpiti una testa di cervo, dei libri e delle palline: si tratta di un omaggio ad una basilica che sorge a pochi passi e dedicata ad un santo martire romano di nome Eustachio. Secondo la leggenda, Eustachio si convertì al Cristianesimo quando, durante una battuta di caccia, gli apparve tra le corna di un cervo il volto di Gesù. Per quanto riguarda invece la presenza dei libri, bisogna tornare indietro nel tempo, quando il palazzo su cui si appoggia la fontanella era sede della prima Università di Roma, chiamata La Sapienza. E le palline? Beh quello è lo stemma di un’antica e potente famiglia, i Medici, che qui aveva un tempo molti possedimenti.

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La Minerva e l’elefante

Dall’altro lato del Pantheon invece si trova la famosa piazza della Minerva, nel cui centro si trova un elefantino in pietra, sul cui dorso poggia un obelisco. A Roma questa scultura è conosciuta con il nome di Pulcino, non tanto per le sue dimensioni ridotte, ma perché è una storpiatura di un soprannome meno piacevole e cioè Porcino, cioè piccolo maiale!

Come mai? L’opera fu realizzata nel Seicento da un importante artista e architetto di nome Gian Lorenzo Bernini (se vuoi scoprire la storia di Gian Lorenzo clicca qui!), per volere del papa del tempo: l’obiettivo era creare un monumento che simboleggiasse la conoscenza, la virtù e la sapienza. E si sa che da sempre gli elefanti sono sinonimo di buona memoria e di grande intelligenza! Peccato che la proboscide del nostro animale non riuscì benissimo e ben presto i passanti cominciarono a prenderlo in giro definendolo un porco! Piccola curiosità: se guardate il sedere dell’elefante, noterete che la codina è scostata, come se stesse per fare i bisognini. Si dice che fu un dispetto che Bernini volle fare ad un sacerdote che viveva proprio nel palazzo di fronte!

La Dea Iside, un piedone e una gatta!

Continuando a camminare per qualche altro metro, si arriva all’angolo di una strada che presenta un enorme piede in marmo: si tratta del piede di un’antica statua romana, forse di una dea, rinvenuto proprio nei dintorni, dove un tempo sorgeva un grande tempio dedicato a Iside! Poco oltre invece, accanto alla finestra di un nobile palazzo, troverete la statuina di una gatta. Secondo la leggenda, fu fatta costruire dal proprietario della casa per onorare la sua gattina, che miagolando aveva salvato il figlio da un brutto incidente. In realtà è anche questa una statua molto antica, proveniente proprio da quel santuario di Iside di cui abbiamo parlato prima (vi ricordate vero che gli antichi Egizi veneravano i gatti?).

Prima di salutarci però, vogliamo raccontarvi ancora un’altra storia: si dice che la gatta infatti fissi un punto ben preciso della piazza e che proprio lì, molti secoli fa, qualcuno nascose un enorme tesoro… che ancora nessuno ha mai trovato!

Le curiosità più insolite sugli antichi Romani (II parte)

Continua a scoprire le curiosità più insolite sugli antichi Romani! Se hai perso la prima parte dell’articolo sulle “curiosità più insolite sugli antichi Romani” clicca qui!

 

Divinazione e superstizione

Gli antichi romani erano un popolo molto superstizioso a tutti i livelli: si dice ad esempio che l’imperatore Augusto non muovesse un passo senza prima aver consultato tutti gli auspici necessari. Questo spiega, ad esempio, l’uso molto frequente di amuleti contro il malocchio, quasi sempre recanti simboli sessuali, in particolari fallici. Questo perché gli organi genitali richiamavano la procreazione e quindi la fecondità e più in generale l’abbondanza, la miglior arma contro le azioni maligne. Inoltre questi oggetti, spesso sonagli detti tintinnabuli, avevano lo scopo di distrarre lo iettatore, facendo così cadere le male intenzioni.

Se quindi questi amuleti apotropaici erano così diffusi, voleva dire che molte dovevano essere le persone che viceversa ricorrevano all’uso del malocchio e delle fatture! Vi erano infatti dei maghi specializzati in lancio di anatemi di vario tipo: il più diffuso era la defixio. Veniva scritta la maledizione sopra delle piccole e sottili lastre in metallo, che una volta ripiegate su se stesse, venivano trafitte con dei piccoli chiodi e riposte in appositi contenitori in piombo. Era così possibile nascondere questi oggetti all’interno di cavità come grotte, fonti o tombe, dove i defunti o gli dei preposti, potevano scatenare l’anatema contro il mal capitato.

Anche la divinazione era molto in uso a Roma: esisteva una potente casta sacerdotale, conosciuta come gli àuguri, con il compito di interpretare il volo degli uccelli. Altri sacerdoti molto in auge in antichità, anch’essi di derivazione etrusca, erano gli aruspici, capaci di leggere le interiora degli animali sacrificati.

 

 

 

I “piaceri” della vita

Tra i piaceri della vita gli antichi romani annoveravano senza dubbio il sesso. Se i matrimoni erano considerati dei contratti per la procreazione, la passione e il soddisfacimento sessuale lo si cercava in concubine e amanti o nella prostituzione (per le donne però avere un amante non era solo proibito ma anche molto pericoloso, poteva andarne della propria vita!). La prostituzione nell’antica Roma, sia femminile che in minor percentuale anche maschile, era legalizzata e prevedeva il rilascio da parte delle autorità competenti di una licentia stupri. Le fanciulle, spesso giovanissime, si riunivano solitamente sotto un Leno o Lena, cioè un protettore, che procurava i clienti e permetteva la prestazione all’interno della propria locanda o bordello, detto lupanare (le prostitute erano comunemente chiamate “lupe”). Come ancora oggi, oltre alle prostitute comuni, che vivevano una vita misera e breve, vi erano quelle di alto bordo, dette cortigiane: donne molto colte e raffinate che spesso accompagnavano i più illustri personaggi del tempo, compresi gli imperatori, e potevano accumulare enormi ricchezze.

 

 

Anche il cibo e il buon vino erano piaceri a cui i Romani difficilmente rinunciavano! Se in epoca arcaica la morigeratezza era comune anche a tavola, dalla tarda Repubblica in poi, grazie alle importazioni di nuovi prodotti dalle province dell’impero, i banchetti divennero momenti fondamentali di socializzazione ma anche di lustro per il proprio casato. Ovviamente solo una piccola percentuale di Romani aveva la possibilità di permettersi cibi come carne, pesce, spezie, frutta esotica: la restante parte si nutriva soprattutto di prodotti derivanti dalla farina di grano o di farro e di verdure. Anche il vino era venduto in abbondanza nelle numerose locande dell’epoca: era più che altro una sorta di mosto che veniva filtrato con un colino e arricchito con miele e spezie. Un bicchiere di vino costava spesso quanto la prestazione di una prostituta!

 

 

Per gli strati sociali più elevati un piacere della vita divenne anche la moda: la toga per gli uomini e la palla per le donne, furono capi di abbigliamento irrinunciabili, anche perché erano il segno distintivo dell’appartenenza a Roma! I cittadini romani erano obbligati infatti, in determinate occasioni e nei luoghi pubblici, ad indossare, sopra una o più tuniche, la toga che, a seconda del colore, identificava la carica pubblica o religiosa oppure un momento particolare della vita. Le matrone invece, sopra la tunica, indossavano questo ampio mantello che poteva coprire anche la nuca, solitamente adornata con capigliature dalle più semplici di epoca repubblicana, alle più complesse dei secoli successivi.

 

 

 

I “problemi” della vita

Non solo gioie ma anche dolori contraddistinguevano la vita dei nostri antenati: alcuni purtroppo ancora molto attuali, come ad esempio il traffico. Essendo Roma una vera e propria metropoli, con oltre un milione di abitanti, è facile immaginare che fosse molto chiassosa e caotica e che in alcuni quartieri, così come in alcune ore del giorno, il caos fosse davvero insostenibile! Ecco allora che Giulio Cesare decise di emanare una legge per regolamentare il transito dei carri, creando formalmente la prima ZTL della storia! 

 

Ma non solo. Anche il decoro urbano era un serio problema per le città dell’impero: a Pompei sono stati ritrovati numerosi graffiti murari, a testimonianza che gli atti vandalici sono nati insieme all’uomo! Se è vero che queste scritte deturparono allora come oggi la città, è anche vero che sono state per gli studiosi una miniera inesauribile di conoscenza, soprattutto degli strati più bassi della popolazione. Si poté infatti capire quali etnie coabitavano in città, qual era il grado di istruzione, i fatti di cronaca più importanti, le tifoserie dei gladiatori o degli aurighi, l’amore e le passioni, ecc.

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Ma forse tra i problemi principali, oggi per fortuna quasi del tutto scongiurati, vi erano gli incendi, talmente tanto frequenti che portarono Augusto a fondare, nel 6 a.C., il corpo dei vigili urbani, con il compito non solo di monitorare la sicurezza delle strade di notte, ma soprattutto di intervenire in caso di fuoco. Ricordiamo infatti che la maggior parte delle abitazioni prevedevano parti in legno, nessun impianto idrico e l’illuminazione, così come il riscaldamento, erano affidati a fiamme libere.

Le abitazioni, escluse le domus, non avevano i servizi igienici, per cui altro annoso problema era quello dello smaltimento dei rifiuti organici, oltre che di quelli non organici. Sebbene infatti Roma sin dal VI sec. a.C. avesse una straordinaria rete di fognature, le cloache, non riuscì mai del tutto a garantire la pulizia della città. Vi erano varie discariche nei dintorni dell’Urbe, ma spesso troppo scomode da raggiungere e inefficaci per una popolazione sempre in aumento e molto variegata.

Roma però era dotata di un gran numero di latrine pubbliche: bagni in comune che, come ricordano alcuni autori antichi, potevano divenire dei veri e propri incubi! Si narra infatti che non era raro incontrare qualche conoscente pronto a lamentarsi o a farsi invitare a pranzo mentre si cercava di espletare le proprie necessità, così come qualche bambino in vena di scherzi, era pronto a far schizzare l’acqua sporca in faccia ai presenti!

 

 

 

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