I 10 palazzi più curiosi di Roma

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Roma è la città della storia, dell’arte e dell’architettura: durante il corso dei secoli sono infatti stati creati immensi capolavori in grado di raccontare e rappresentare al meglio gusti e idee tipici di ogni epoca. Tra tutte queste meraviglie, ve ne sono però alcune veramente curiose e insolite: quali? Scopriamole insieme!

 

1) La Casa dei Crescenzi

L’edificio in via Petroselli, proprio accanto al Municipio, vanta un vero e proprio primato: è l’unico esempio di abitazione baronale dell’alto Medioevo presente in città! Costruito sulla base di una torre del XII secolo per volere dei Crescenzi, fu appositamente realizzato per meglio controllare gli antichi moli da cui la famiglia romana riscuoteva un pedaggio. Ristrutturato più volte durante il corso dei secoli, presenta ancora oggi ben visibili all’esterno decorazioni straordinarie come i capitelli in cotto sulle semicolonne e le mensole impreziosite da amorini. Oggi ospita il Centro di Studi per la Storia dell’Architettura

 

 

2) La Casa dei Mostri

E’ con questo nome che è conosciuto Palazzo Zuccari (sede della Biblioteca Hertziana) in via Gregoriana, a pochi metri dalla Chiesa della Trinità dei Monti.  La sua inconfondibile facciata infatti è arricchita sia da un portone a forma di bocca di mascherone spalancata, pronta ad “inghiottire” chiunque osi varcare il suo ingresso, sia da strane decorazioni presenti sulle finestre. Il tutto fu costruito da un’idea dell’architetto Federico Zuccari nel 1592, suo primo proprietario.

 

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3) Il palazzo curvo

In via di Grottapinta, alle spalle di Campo de’ Fiori, vi è un palazzo la cui facciata è completamente curva. Frutto dell’estrosità di un geniale architetto? Non proprio! Il palazzo infatti ricalca la forma semicircolare della cavea dell’antico Teatro di Pompeo

 

 

 

4) Galleria Sciarra

A pochi metri di distanza dalla Fontana di Trevi, vi è un passaggio “segreto” straordinario, la Galleria ricavata nel cortile privato di Palazzo Sciarra: un gioiello liberty nascosto ai più, ma decisamente da non perdere! Un capolavoro architettonico che salta agli occhi per la ricchezza delle sue decorazioni. Il progetto si deve all’architetto Giulio De Angelis, mentre il pittore Giuseppe Cellini pensò alle decorazioni, in cui si riconoscono figure che rappresentano le virtù femminili della vita borghese ottocentesca, con donne eleganti: il tutto per rendere omaggio alla madre del committente, il principe Maffeo Colonna Sciarra. Galleria Sciarra infatti, dal 1886, collegava gli spazi appartenenti al principe Maffeo Barberini-Colonna di Sciarra con quelli dell’attività editoriale di cui era proprietario, la redazione del quotidiano la “Tribuna” e della rivista letteraria “Cronaca Bizantina”. 

 

 

 

5) La Casina delle Civette

All’interno del parco di Villa Torlonia, vi è un edificio realizzato all’inizio del 1900, che per la sua estrosità è impossibile definirlo semplicemente Liberty: la Casina delle Civette. Tutto si deve al principe Giovanni Torlonia e alla sua passione per l’esoterismo e per le civette, che si ritrovano ovunque: nei capitelli, nelle decorazioni interne ed esterne, nelle vetrate e in passato perfino nella carta da parati della sua camera da letto! Colore, luce, forme insolite e curiose rendono la Casina assolutamente uno degli edifici più eccentrici di tutta la città.

 

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6) Il Villino delle Fate

Tra le meraviglie del quartiere Coppedé, spicca per originalità e bellezza il villino plurifamiliare, detto delle Fate, che l’architetto impreziosì con decorazioni ispirate alle tre principali città italiane. Firenze, rappresentata dalle immagini di Dante e Petrarca e dall’inconfondibile cupola di Santa Maria del Fiore, che vale alla città anche la dicitura di Fiorenza Bella; Venezia, con i suoi velieri e l’immancabile leone di San Marco; infine Roma, associata alla sua grandezza eterna grazie ai simboli della sua fondazione, i gemelli Romolo e Remo allattati dalla Lupa. Tra torrette, avancoporti, logge e balconcini, il nome del villino non poteva che essere più azzeccato: sembra veramente di vivere nel mondo delle favole!

 

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7) Casino Massimo Lancellotti

Non lontano dalla Basilica di San Giovanni in Laterano e precisamente in via Matteo Boiardo, si nota un casino elegante e raffinato, impreziosito nelle sue facciate da rilievi di sarcofagi e busti di epoca romana: si tratta del Casino Massimo Lancellotti. All’interno, le tre piccole ma straordinarie sale, sono tutte interamente affrescate con soggetti particolari: la prima sala è dedicata alla Divina Commedia di Dante, la seconda all’Orlando Furioso dell’Ariosto e la terza alla Gerusalemme Liberata del Tasso. Tutto si deve all’estrosità del committente, il principe Massimo che chiamò nella sua residenza un gruppo di pittori molto particolari, i Nazareni: artisti del nord Europa convertiti al Cristianesimo, talmente religiosi da essere soprannominati “nazareni” per il loro taglio di capelli, dalla chiara ispirazione!

 

 

 

8) La Casa dei Cavalieri di Rodi

Impossibile è non rimanere incantati guardando l’edificio rinascimentale situato nel cuore dei Fori Imperiali, proprio a lato dei Mercati di Traiano ed esattamente al di sopra del Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto: la Casa dei Cavalieri di Rodi. Sede oggi dell’ordine dei Cavalieri di Malta di lingua italiana, fu trasformato in residenza nobiliare verso la metà del 1400 dal cardinale Marco Balbo, nipote di papa Paolo II. Con i suoi saloni affrescati e la cappella dedicata a San Giovanni Battista ricavata all’interno di preesistenti strutture romane, ha come protagonista assoluta la loggia con affaccio sui Fori che lascerà senza fiato il suo fortunato visitatore!

 

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9) La Casa di Lorenzo Manilio

Lungo via del Portico d’Ottavia, nel cuore del ghetto, il mercante romano Lorenzo Manilio fece costruire nel 1468, come propria dimora, un edificio interamente decorato da elementi ad imitazione di quelli della Roma antica. Fece inoltre incidere sulla sua facciata un’iscrizione in latino che così recita: “Mentre Roma rinasce all’antico splendore, Lorenzo Manilio, in segno di amore verso la sua città, costruì dalle fondamenta sulla piazza Giudea, in proporzione con le sue modeste possibilità, questa casa che dal suo cognome prende l’appellativo di Manliana, per sé e per i suoi discendenti, nell’anno 2221 dalla fondazione di Roma, all’età di 50 anni, 3 mesi e 2 giorni; fondò la casa il giorno undicesimo prima delle calende di agosto”.

 

 

10) Palazzo Mattei di Giove

Edificato da Carlo Maderno tra il 1598 e il 1611 per Asdrubale Mattei, duca di Giove, in occasione delle sue seconde nozze con Costanza Gonzaga, l’edificio è l’ultimo in ordine di tempo dei cinque palazzi Mattei, un unico complesso architettonico noto come “Isola dei Mattei”, situato tra via Caetani, via delle Botteghe Oscure, piazza e via Paganica, piazza Mattei e via dei Funari. E’ unico nel suo genere grazie allo straordinario cortile interno (in netto contrasto con la sobrietà dell’esterno), con scenografici effetti prospettici e una notevole ricchezza di decorazioni: statue, busti, sarcofagi e frammenti architettonici dell’antichità si fondono con gli stucchi barocchi che li incorniciano in una perfetta unità di concezione pittorica. Il palazzo oggi ospita al suo interno, tra gli altri, l’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi e la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea.

 

 

 

 

 

 

Le curiosità più insolite sugli antichi Romani (I parte)

Tutti noi conosciamo, almeno a grandi linee, il mondo dell’antica Roma. Cerchiamo allora di scoprire insieme qualche curiosità più insolita che ci permetta di trovare differenze e similitudini con i nostri antenati!

 

Il potere del “Pater Familias”

Come riporta Cicerone, è “[…] nella prole, e quindi nell’unità della casa e nella comunanza di tutti i beni […] il primo principio della città e, direi quasi, il semenzaio dello Stato”. Dunque la famiglia è alla base della società romana e a capo della famiglia vi è il Pater Familias, l’uomo che ha potere di vita e di morte su tutti gli altri membri, almeno in epoca più arcaica.

Con il passare dei secoli infatti, lo strapotere di questa figura viene meno, a vantaggio dei diritti della donna e della prole. Resta comunque tra le sue facoltà, l’infame pratica di poter abbandonare i figli indesiderati – soprattutto se malati o femmine – in una delle discariche presenti in città; così come quella di ripudiare la moglie e di poter avere più di una concubina nella sua casa. Non dimentichiamo inoltre che gli strati più alti della società romana annoverano tra i propri possedimenti anche gli schiavi, equiparati ad animali e ad oggetti, e privi di ogni dignità umana. Oltre a queste figure all’interno della dimora del Pater Familias potevano trovarsi anche i cosiddetti clienti, persone che vivevano nel raggio di influenza del loro protettore e che per esso lavoravano a vario titolo.

 

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Il matrimonio

Il matrimonio era un contratto tra due famiglie, che decidevano in questo modo di unire parte dei loro beni. Scopo ultimo di questa unione, per la maggior parte dei casi combinata, era la procreazione di una discendenza legittima. Le fanciulle venivano date in sposa in età giovanissima, spesso senza aspettare il primo menarca. Gli uomini erano di solito molto più grandi di loro.

Nel mondo romano vi erano due tipi di matrimonio: quello cum manu, dove cioè la donna passava da essere proprietà del padre o del proprio tutore ad essere proprietà del marito; quello sine manu (molto più frequente in epoca imperiale), in cui la proprietà della donna rimaneva al tutore – spesso scelto proprio dalla donna – lasciandole così maggiore libertà, soprattutto in caso di divorzio (in epoca più tarda fu concesso anche alle donne, soprattutto di rango elevato, di poter richiedere il divorzio).

Prima delle nozze vi era l’usanza di celebrare il fidanzamento, in cui le due parti si scambiavano le promesse davanti a testimoni e veniva regalato alla ragazza un anello da indossare all’anulare sinistro. Il giorno delle nozze vere e proprie invece era possibile suggellare l’unione tramite diversi riti, il più frequente dei quali prevedeva il sacrificio di un animale e la lettura delle interiora da parte dell’aruspice; l’unione delle due mani destre – come ancora oggi – e la frase pronunciata dalla sposa: “Ubi tu Gaius, Ego Gaia” (Dove tu sei Gaio, io sono Gaia). Subito dopo, un corteo festoso accompagnava la giovane nella sua nuova casa, dove ad aspettarla c’era il marito, per consumare così la prima “notte di nozze”.

 

 

 

I figli

Scopo ultimo del matrimonio era la procreazione e quindi compito della donna era dare alla luce figli sani e possibilmente maschi. Il momento del parto era ovviamente molto traumatico al tempo, data anche l’età giovanissima delle ragazze, che avevano spesso solo 12/13 anni. Dopo aver rivolto le preghiere alla dea Lucina, un’ostetrica aiutava le madri nel parto, che solitamente avveniva sedute su una sedia detta gestatoria. Appena nato il bambino veniva lavato e fasciato e venivano rivolte preghiere di ringraziamento agli dei.

Al nono giorni di vita ai maschietti veniva posto al collo un amuleto contro il malocchio di nome bulla, mentre alla femminuccia uno a forma di luna, detto lunula. Queste collane avrebbero accompagnato la vita dei bambini fino al raggiungimento dell’età adulta. Fino ai 7 anni i bambini vivevano sotto l’ala protettiva della madre (o del personale di servizio), dopo di che potevano iniziare ad avere un’istruzione o con precettori privati (spesso schiavi o liberti) o in scuole “pubbliche”, dove i maestri, spesso a suon di botte, insegnavano a leggere, scrivere e far di conto. Il magister non era un mestiere rispettato e la paga era davvero molto misera!

 

 

Abitare a Roma

Roma in epoca imperiale sembra avesse oltre un milione di abitanti, la maggior parte dei quali vivevano all’interno delle insulae, caseggiati in affitto, che potevano raggiungere anche i 5 piani di altezza. Solo un numero esiguo di persone viveva all’interno delle domus, le case di proprietà dell’élite romana. Inoltre, alcuni personaggi illustri del tempo, possedevano anche altre proprietà come le ville e gli horti.

Le prime potevano essere sia urbane e cioè costruite a poca distanza dalla città ed utilizzate soprattutto per lo svago e l’otium; quelle rustiche erano invece delle vere e proprie aziende agricole, gestite da un villano e in cui lavoravano schiavi e servi tutto l’anno. Gli horti invece erano del lussuosi giardini, solitamente realizzati nelle periferie cittadine, in luoghi alti e verdeggianti, dove si trovano varie specie di piante, anche esotiche, sapientemente curate, oltre ovviamente a viali, statue, fontane e ambienti in cui i proprietari spesso conservavano le loro collezioni artistiche.

Nelle abitazioni romane, soprattutto in quelle di una certa ricchezza, non era insolito trovare alcuni oggetti particolari di arredamento, come busti della classe politica dominante; calchi in cera o in gesso dei propri cari defunti; statuette dei Lari, le divinità protettrici della casa, all’interno di un apposito altare costruito solitamente nei pressi dell’atrio della casa; curiosi tintinnabuli a forma fallica, utili per scacciare il malocchio!

(Scopri in questo articolo altre curiosità sulle abitazioni degli antichi Romani!)

 

 

Quali sono le altre curiosità più insolite dell’Antica Roma? Scoprilo nel secondo articolo!

 

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

Artemisia Gentileschi: donna e pittrice

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Dopo tanti uomini era anche ora che toccasse ad una donna! Sono Artemisia Gentileschi, figlia del pittore Orazio, nata nell’estate del 1593 a Roma, prima di sei fratelli. Persi mia madre che ero poco più di una bambina, così diventai io la “donna di casa”, ma non solo.

Mio padre, che ho sempre adorato, mi insegnò da subito a preparare i materiali per la realizzazione dei dipinti: la macinazione dei colori, il confezionamento dei pennelli, la preparazione delle tele… E infine cominciai a dipingere anche io.

 

 

E infine cominciai a dipinger anche io…

Ovviamente all’inizio copiavo opere famose o quelle di mio padre, che in quel periodo si era particolarmente legato ad un artista molto bizzarro di nome Caravaggio, il cui modo di dipingere mi affascinò sin da subito. La mia prima opera da vera artista fu però una tela dove dipinsi, a soli 17 anni, una scena tratta dalla Bibbia: Susanna e i Vecchioni, dove si vede una fanciulla che cerca di scappare da due vecchi che vogliono importunarla. Non immaginavo che di lì a breve anche io avrei vissuto qualcosa di così doloroso…

 

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Susanna e i vecchioni

 

 

Non immaginavo che di lì a breve anche io avrei vissuto qualcosa di così doloroso…

A 18 anni, per volere di mio padre, iniziai a frequentare la bottega di un suo caro amico, artista molto capace, ma uomo malvagio e violento, Agostino Tassi, che innamoratosi di me, cercò in tutti i modi di conquistarmi. Io però non lo ricambiavo e sempre con educazione cercai di fargli capire che doveva lasciarmi in pace. Purtroppo però un giorno, mentre eravamo a lavorare in casa mia senza mio padre, lui si approfittò di me, facendomi molto male.

Sapete, al mio tempo, le donne non erano considerate allo stesso livello degli uomini, non erano libere di scegliere la loro vita e la legge non le trattava allo stesso modo. Molte donne che subivano violenza non potevano dirlo a nessuno, perché non sarebbero mai state credute. Ma io non ci stavo! Sono sempre stata indipendente, forte e coraggiosa e volevo fargliela pagare a quel bruto di Agostino!!! Fu terribile, mesi e mesi di processi, dove la persone cattive mi trattavano come una poco di buono, dando fiducia a quell’uomo tremendo.

 

 

Alla fine, sebbene Agostino sia stato condannato, non finì in carcere. Allora decisi di trasferirmi lontano da Roma, nella bella Firenze – insieme a mio marito, che da poco avevo sposato – per cercare di dimenticare la brutta vicenda e farmi un nome come pittrice. Furono anni meravigliosi, dove lavorai incessantemente e conobbi tantissime persone tra cui lo scienziato Galileo Galilei in persona e il nipote del grande Michelangelo!

Nel mentre ebbi anche quattro figli e cominciai a viaggiare per l’Italia, ma anche in Inghilterra. La mia specialità erano i quadri raffiguranti le eroine della Bibbia: è vero, a volte la mia pittura era un po’ violenta, con teste mozzate, uccisioni, sangue… Ma a me piaceva così! 

Nella pittura riuscivo ad esprimere me stessa, quello che provavo ed ero veramente libera! Sapete, fui la prima donna ad essere ammessa ad un’accademia di disegno a Firenze… Eh già perché, come vi dicevo prima, le donne non potevano fare tutto quello che volevano e anche lo studio non era un loro diritto.

 

 

 

Sono sicura che il mio coraggio e il mio esempio furono – e sono tutt’ora – di ispirazione per molte persone, perché volere è potere!

 

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Ritratto di donna

Alla mia morte, avvenuta a Napoli quando avevo 63 anni, avevo gli affetti dei miei cari e questo mi bastò.

Nonostante tutto la mia vita fu bella, diversa da quella di molte altre donne e sono sicura che il mio coraggio e il mio esempio furono – e sono tutt’ora – di ispirazione per molte persone, perché volere è potere!

 

 

 

 

 

 

 

Demolizioni e costruzioni della Roma che Fu

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Roma durante il corso dei secoli ha cambiato più volte il suo aspetto.

 

Roma e le prime sistemazioni: il Cinquecento

Numerose infatti furono le demolizioni e le radicali trasformazioni di antiche porzioni cittadine sistemate poi, appositamente, per fare spazio al “nuovo” che di volta in volta avanzava. E tra le più celebri rioganizzazioni storiche possiamo annoverare gli interventi Cinquecenteschi che portarono all’apertura di via Giulia, alla realizzazione del Tridente a piazza del Popolo e alla creazione dei Borghi tra la Basilica di San Pietro e Castel Sant’Angelo.

 

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Roma Capitale: i muraglioni

Il momento di attività urbanistica maggiormente intensivo, si verificò però dopo l’Unità d’Italia, nel 1871, quando Roma fu scelta come nuova capitale del Regno: la città doveva dunque cambiare il proprio aspetto per poter competere con le ben più moderne capitali europee, in primis Parigi e Londra. Per circa 30 anni la Capitale sembrò dunque un unico grande cantiere a cielo aperto. Il primo intervento – immenso – che cambiò radicalmente l’aspetto della città fu la costruzione dei muraglioni del Tevere con il progetto dell’ing. Raffaele Canevari: opera necessaria per la protezione dalle inondazioni, ma scioccante visto che andò a modificare per sempre il rapporto della città con il suo fiume, cancellando la navigabilità del Tevere, la presenza degli antichi porti cittadini (Porto di Ripa Grande, Porto di Ripetta e Porto Leonino) e gli antichi mulini dell’Isola Tiberina.

 

 

Vittoriano – Altare della Patria

Altro immenso intervento di demolizione, si verificò alla morte del Re Vittorio Emanuele II: per consentire la costruzione del Vittoriano furono infatti smantellati i fianchi del Campidoglio (perdendo la Torre di Paolo III e il Convento dell’Aracoeli) e fu allargata piazza San Marco (futura piazza Venezia), perdendo così edifici di pregio come Palazzo Bolognetti-Torlonia, mentre altri come Palazzetto Venezia, furono salvati, ricostruiti e spostati. Per la realizzazione di un monumento che celebrasse il culto del Re unificatore dell’Italia, fu scelto il progetto dell’arch. Giuseppe Sacconi: i lavori iniziarono nel 1885 e il Vittoriano fu inaugurato (incompleto) nel 1911 in occasione del 50° Anniversario dell’Unità d’Italia. Il monumento poi nel 1921 divenne Altare della Patria con la tumulazione della salma del Milite Ignoto, ma i lavori di costruzione furono completati unicamente nel 1935!

 

 

La Stazione di Roma Termini

Il vertice della modernizzazione tecnologica consentita da Pio IX fu l’introduzione della ferrovia, il cui primo tratto da Roma a Frascati era stato inaugurato già nel 1856, seguito poi nel 1867, dalla linea Roma-Civitavecchia-Orbetello, dalla Roma-Orte e dalla Roma-Ceprano. La scelta di centralizzare i punti d’arrivo ferroviari all’Esquilino, localizzando a Termini la nuova stazione centrale inaugurata nel 1867, fu fortemente voluta da Monsignor de Merode, che aveva acquistato ampi terreni nella zona: con la creazione della direttrice di Via Nazionale verso il Corso, vincolò fortemente il primo sviluppo urbanistico postunitario.

 

Edilizia residenziale: la nascita dei nuovi quartieri

Per quanto riguardava l’edilizia privata, invece i protagonisti furono i finanzieri – italiani ma anche francesi, belgi e tedeschi – che vedevano nella nuova capitale da costruire una grande occasione di investimento e di speculazione: nacquero così le nuove aree residenziali intorno alla Stazione Termini, all’Esquilino, a Castro Pretorio, al Viminale e al Celio. Tra i quartieri più interessanti realizzati proprio dopo l’Unità d’Italia vi sono la Garbatella, San Lorenzo, San Saba e Ostiense-Testaccio, dalla chiara destinazione operaia, visto che dovevano accogliere principalmente case popolari.

 

 

Sedi di governo e architetture umbertine

Importante fu poi la trasformazione di alcuni edifici, come per esempio i conventi, in sedi ministeriali; la costruzione di imponenti strutture in grado di ospitare la nuova forza lavoro impiegatizia e ancora la sistemazione dei palazzi nobiliari in nuove sedi di governo (Palazzo del Quirinale, Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama). Tra le più belle architettura umbertine troviamo il Planetario e Museo Astronomico e l’Acquario Romano, entrambe realizzate nei primi anni del 1900 quando era sindaco Ernesto Nathan, a cui si deve inoltre l’inaugurazione dello Zoo di Roma a Villa Borghese.

 

 

Gli sventramenti del Fascismo

Con Roma capitale del Fascismo, il centro della città fu interessato da importanti lavori di riqualificazione. Il motivo era dettato in primis da ragioni politico-propagandistiche, volte a isolare i monumenti dell’antichità romana facendoli “giganteggiare nella necessaria solitudine”. Ecco quindi i due più impressionanti sventramenti: l’apertura di via dell’Impero (oggi via dei Fori Imperiali) con l’eliminazione dell’intero quartiere Alessandrino sorto in mezzo all’area dei Fori e l’apertura di via della Conciliazione, sorta dopo l’abbattimento della “spina” dei borghi, permettendo così la visione di San Pietro fin da lontano, ma annullando totalmente gli studi prospettici ideati da Gian Lorenzo Bernini. A queste si aggiunsero poi le demolizioni per l’apertura della via del Mare (oggi via Petroselli e via del Teatro Marcello) e l’apertura di piazza Augusto Imperatore per isolare le rovine del Mausoleo di Augusto e quelle qui ricollocate dell’Ara Pacis.

 

 

I quartieri e le nuove “città” di chiaro stampo Fascista

Molte furono inoltre le costruzioni disseminate in tutta la città di chiaro stampo fascista come per esempio il quartiere dell’Eur o le “città” del Foro Italicodella nuova università La Sapienza o del cinema a Cinecittà. Dulcis in fundo, impossibile non menzionare la creazione delle borgate ufficiali di Roma (come per esempio Trullo, Primavalle, Tiburtino III, Tor Marancia, Tufello, ecc.), insediamenti di edilizia popolare e di bassa qualità, realizzati dal 1930 al 1937 nell’Agro Romano, lontani dal centro abitato e al di fuori del Piano regolatore. Le borgate vennero attuate come soluzione economica e veloce per risolvere il problema dell’alloggio e al contempo isolare le categorie più emarginate (baraccati, sfrattati, disoccupati, lavoratori saltuari, immigrati, ecc.), le cui caratteristiche sociali, morali e politiche contrastavano con l’immagine nuova e grandiosa che il regime fascista voleva imprimere alla “Terza Roma”, nuovo centro propulsivo del paese.

 

 

 

Qualche riferimento per approfondire:

  • Collana a cura di Ursula Salwa e Attilio Wanderling, Roma nella Belle Époque, Ed. Intra Moenia
  • Emilio Gentile, Fascismo di pietra, Ed. Laterza
  • L’album di Roma (Roma Capitale): www.albumdiroma.it

 

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

 

 

 

 

 

 

Le donne più potenti dell’Antica Roma (II parte)

Donne potenti Antica Roma - Villa dei Misteri a Pompei

Continua la rassegna delle donne più potenti dell’Antica Roma: puoi scoprire tutte le altre nel nostro precedente articolo

 

Poppea Sabina (30 d.C. – 65 d.C.): la lussuriosa

All’apparenza mite e riservata, Poppea celava in realtà un carattere ambizioso e naturalmente portato alla dissolutezza. Tre mariti e due divorzi, divenne celebre per la bellezza e per il modo di vivere sfrontato. Tacito così la descriveva: “ha avuto ogni dote fuori che un animo onesto”. Quasi un giudizio standard, applicato spesso a tutte quelle donne forti ed indipendenti, che osavano sfidare un mondo in mano unicamente alla sfera maschile. Celebre nelle cronache dell’epoca il matrimonio con Nerone. Il giovane imperatore se ne innamorò perdutamente e la coppia venne presto adulata pubblicamente. Iniziarono a circolare voci di lussi e trasgressioni esagerate, stranezze di ogni genere vennero raccontate sul suo conto come per esempio che fosse solita fare un bel bagno, ogni giorno, nel latte di 500 asine per ammorbidire la candida pelle! Ma l’idillio finì ben presto: una notte scoppiò una lite violenta con il marito, che la colpì al ventre (lei aspettava un figlio!) uccidendola. L’imperatore straziato dal suo folle gesto decise di non cremare il corpo della donna ma di imbalsamarlo e profumarlo con essenze, come fosse la moglie di un faraone!

 

 

Locusta (Gallia – 69 d.C.): l’avvelenatrice

Donna di origine italica, fu l’avvelenatrice più potente della Roma del I secolo d.C. Le sue prestazioni furono infatti in grado di risolvere molti contrasti politici e familiari: tutto ciò le procurò immenso successo e ottimi guadagni, ma anche qualche guaio con la giustizia! I suoi clienti erano gli uomini e le donne più influenti dell’epoca. Agrippina Minore si rivolse a lei quando decise di far fuori Claudio (suo marito), chiedendole una pozione dall’effetto non immediato, ma neanche troppo lento.  Nerone invece le chiese una preparazione da utilizzare contro Britannico, avvelenato durante un banchetto. Nerone invece si rivolse a lei più volte: prima la salvò dalla giustizia (Svetonio dice “per lo servigio da lei ricevuto liberò da ogni pena e le donò amplissime possessioni”), poi si rivolse a lei per avere una pozione che uccidesse la madre, senza però riuscirci ed infine forse per il veleno da usare per se stesso. Episodio che sancì la fine del potere di Locusta: nel 69 d.C. venne condannata da Galba, il nuovo imperatore, perché accusata dell’uccisione di 400 persone e andò incontro a una terribile fine. E’ Apuleio a raccontarci la sua esecuzione: fu violentata pubblicamente  da una giraffa addestrata, per poi essere dilaniata dalle bestie feroci!

 

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Giulia Domna (170 d.C. – 217 d.C.): la filosofa

Nata ad Emesa (attuale Homs) in Siria, era figlia del potente Giulio Bassiano, sacerdote del dio Sole Eliogabalo e membro di una potente casata reale dell’epoca. Qui nel 180 d.C. giunse il valido ufficiale romano, Settimio Severo, che scoprì attraverso gli astri che avrebbe sposato una fanciulla siriana, divenendo poi imperatore. Fu così che, rimasto vedovo mentre era in Gallia, ripensò alla profezia e chiese subito la mano di Giulia Domna. La coppia si sposò e vennero ben presto alla luce due figli, Lucio Settimio Bassiano (a tutti noto come Caracalla) e Publio Settimio Geta. Dopo aver ottenuto il titolo di Augusta, Giulia iniziò ad accumulare titoli tra cui quello di mater castrorum (“madre degli accampamenti”), voluto direttamente dal marito come ringraziamento per essergli sempre rimasta accanto anche mentre era in battaglia. Esercitò molta influenza sul marito, accontentandosi però di agire a margine della scena politica, nel pieno rispetto del costume romano. Fu ispiratrice e animatrice di un circolo culturale che prese il suo nome e che le valse l’appellativo di “filosofa”. Ma il peggio sarebbe di lì a poco arrivato. Il figlio Geta le morì tra le braccia, ucciso dal fratello. Caracalla salì così al potere, ricoprendo la madre di immensi onori, fu detta “Giulia Pia Felice, madre del nostro Augusto e dell’accampamento e del Senato e della Patria” e le furono affidati numerosi incarichi politici e di governo. Perse però anche il secondo figlio che morì in una congiura. Devastata dal dolore, ebbe un vero e proprio crollo psicologico e si lasciò morire mentre era ad Antiochia.

 

 

 

Elena (248 d.C. – 329 d.C.): la “santa”

Di famiglia plebea, Elena venne ripudiata dal marito, il tribuno militare Costanzo Cloro (per poter contrarre matrimonio con una nobildonna), per ordine dell’imperatore Diocleziano. Quando il figlio Costantino, sconfiggendo il rivale Massenzio, divenne padrone assoluto dell’impero, Elena, il cui onore fu completamente riabilitato, ricevette il titolo più alto cui una donna potesse aspirare, quello di Augusta. Costantino la ricoprì inoltre di alta dignità, garantendole libero accesso al tesoro imperiale e facendo coniare delle monete con il suo nome e la sua effigie. Elena però disdegnò il lusso, preferendo vivere di preghiera, dando così una importante spinta alla diffusione del Cristianesimo, facendo inoltre costruire diverse chiese in città. In primis la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, realizzata all’interno del proprio palazzo e dedicata alla “Vera Croce”, quella su cui fu crocifisso Gesù, reliquia che potrò a Roma dopo il suo viaggio in Terra Santa. Morì a circa 80 anni, non si sa precisamente dove, ma venne sepolta nel suo mausoleo sulla Casilina (accanto oggi alla Chiesa dei Santi Marcellino e Pietro), all’interno di un sarcofago in prezioso porfido, custodito oggi nel Musei Vaticani. 

 

 

Galla Placidia (392 d.C. circa – 450 d.C.): imperatrice d’Occidente

Figlia dell’imperatore Teodosio I, visse una vita da film! Nel 410 d.C. i Visigoti entrano a Roma facendo razzia di beni preziosi e viveri e prendendo in ostaggio una prigioniera d’eccezione, la nobilissima Galla Placidia. Ataulfo, divenuto re di Visigoti dopo la morte di Alarico, si innamorò follemente di lei, come molti altri importanti pretendenti: i due si sposarono nel 414 d.C., ma poco dopo Ataulfo venne ucciso in una congiura. Dopo sette anni di prigionia, Galla Placidia venne liberata e tornò a Roma dove fu accolta in trionfo. Qui sposò un valoroso generale romano, Costanzo, dal quale ebbe una figlia, Giusta Grata, e un maschio, Valentiniano: un matrimonio politico con un generale sì coraggioso, ma rozzo e “bruttarello”. Alla sua morte, la donna riuscì a porre sul trono d’Occidente il figlio Valentiniano, che però all’epoca aveva solo 7 anni, divenendone quindi reggente. Così, dal 423 d.C. e fino alla morte, Galla Placidia diresse di fatto l’impero in un periodo terribile, tra guerre e invasioni, cercando di mettere un freno al disfacimento dello stato con la sua abilità diplomatica e la sua straordinaria capacità d’intrigo. Ultimo battito di potere per Roma: dopo la sua morte infatti, iniziò quella lenta decadenza dell’Impero che potrò prima al saccheggio di Roma da parte dei Vandali nel 455 d.C. e poi alla sua fine vera e propria.

 

 

 

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

Le catacombe cristiane di Roma

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Nel suburbio di Roma si contano circa 60 catacombe, la maggior parte delle quali sono state scavate per ospitare le sepolture dei primi cristiani, sebbene vi siano anche catacombe ebraiche. Di queste però, solo alcune ad oggi sono aperte al pubblico, mentre la maggior parte, per motivi di conservazione e sicurezza, non sono praticabili.

 

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Tra le visitabili, spiccano per importanza e bellezza quelle di Domitilla sull’Ardeatina, considerate le più antiche; quelle lungo l’Appia Antica intitolate a San Callisto, dette anche “piccolo Vaticano” per la presenza delle sepolture di 16 papi del III secolo d.C., e quelle di San Sebastiano, da cui deriva il termine catacomba e cioè “presso la cava”; quelle sulla via Salaria dedicate a Priscilla, che hanno restituito la prima immagine di Maria con Bambino della storia dell’arte, datata al III sec. d.C.; e ancora quelle sotto le basiliche di San Lorenzo fuori le mura, San Pancrazio e Sant’Agnese fuori le mura.

 

 

I “dormitori” cristiani

I cementeria, cioè i “dormitori” – questo il nome originale – iniziarono ad essere scavati nel tufo al di fuori della cinta delle mura aureliane – come prevedeva la legge del tempo – già dal II/III sec. d.C., quando cioè la comunità cristiana notevolmente aumentata di numero, si stava organizzando e definendo, acquisendo sempre più potere e possedimenti (spesso lasciti di ricchi personaggi convertiti alla nuova fede). La voglia di distinguersi anche dopo la morte dal resto dei pagani, fece nascere l’esigenza di creare luoghi di sepoltura appositi, che garantissero il rispetto delle regole cultuali e religiose, come l’inumazione, la povertà, l’uguaglianza e l‘aspetto comunitario.

 

 

 

 

La struttura delle catacombe

Furono così scavati chilometri e chilometri di gallerie su più livelli: su entrambe le pareti di questi ambulacra furono aperte pilae di loculi, all’interno dei quali potevano essere inumati uno o più cadaveri, avvolti in lenzuoli e accompagnati da piccoli oggetti. Una volta deposti, il loculo veniva chiuso con calce e mattoni o con lastre di marmo, spesso incise con il nome del defunto o con altre frasi inerenti la propria fede.

 

 

 

I simboli “segreti” delle catacombe

Oltre alle iscrizioni – come ad esempio l’augurio di “riposare in pace” – vi erano disegnati anche numerosi simboli (come il pesce, l’ancora, la colomba, il pavone, la fenice, il cristogramma e molti altri), che avevano lo scopo di dichiarare l’appartenenza al Cristianesimo, senza far trapelare al di fuori i segreti del culto e della liturgia. Era infatti il Cristianesimo al tempo, non solo una religione minoritaria e guardata con sospetto dalla maggioranza dei pagani, ma anche una religione misterica e in quanto tale aperta solo agli iniziati.

 

 

 

L’iconografia e l’arte delle catacombe

All’interno delle catacombe inoltre è ancora oggi possibile ritrovare le tracce della prima arte cristiana, che deve ovviamente molto all’iconografia e allo stile romano del tempo, distanziandosi però per i temi rappresentati, come ad esempio le scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento.

Tutta l’iconografia all’interno delle catacombe ha un unico significato: la salvezza eterna per mezzo di Cristo. Questo chiarisce anche l’importanza delle figure della Vergine Maria, considerata intermediaria fondamentale per l’umanità, ma anche dei primi santi martiri, come Pietro, Paolo e molti altri, che proprio in queste gallerie sotterranee furono sepolti secondo la tradizione.

 

 

 

Il culto per i martiri

E il culto per i martiri (la parole martire significa “testimone”) fu il motore principale dei pellegrinaggi alle catacombe dei primi secoli del Medioevo, quando migliaia di persone da tutta Europa – e non solo – giungevano qui per pregare le sante reliquie: questo rese indispensabile costruire sopra i cimiteri una serie di edifici, atti ad ospitare non solo le pratiche del culto verso i morti (come ad esempio il refrigerium o banchetto sacro), ma anche per accogliere le preghiere e gli ex voto di tutti i credenti.

 

 

La pratica del pellegrinaggio perdurò fino almeno all’VIII-IX secolo, quando si decise, per motivi di sicurezza, di portare i resti dei martiri nelle chiese all’interno della città. Fu così che per molti secoli le catacombe caddero nell’oblio, fino alle prime riscoperte, datate tra il XVI e XVII secolo.

Ancora oggi all’interno delle catacombe è possibile non solo percorre le gallerie sotterranee, ma anche ammirare alcuni simboli, affreschi, stucchi ed iscrizioni, così importanti per lo sviluppo della religione nei secoli successivi e per certi aspetti anche dell’intera storia dell’arte occidentale, fino ai nostri giorni.

 

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Ospedali e Ricoveri più Antichi di Roma

Ospedali e ricoveri più antichi di Roma

Ospedali e ricoveri nella Roma che Fu: quali furono e quale sarà la loro interessante storia? Un viaggio per scoprire gli ospedali più antichi di Roma come l’Ospedale di Santo Spirito che nell’Urbe sorse nel 727 d.C.

 

La medicina in epoca romana

Una vera e propria formazione nell’arte della medicina non esisteva ai tempi dell’antica Roma. Chiunque poteva dichiararsi medico e senza nessuna cognizione teorica o esperienza pratica aprire un ambulatorio. Tuttavia sappiamo che uno dei medici più noti dell’Urbe fu certamente Galeno, vissuto nel II secolo d.C., anche se il medico nell’antica Roma era di solito un professionista “generico” che non aveva una precisa specializzazione (se non in rari casi).

 

La medicina dal Medioevo in poi

Nel Medioevo la conoscenza medica si basò principalmente sui testi greci e romani sopravvissuti e preservati nei monasteri. I primi ospedali si formarono di fatto fornendo assistenza e rifugio agli anziani, agli invalidi, ai non abbienti e ai pellegrini itineranti: non a caso erano infatti detti xenodochia, dal greco xenos, ospite straniero, e dokeion, ospizio. Con il diffondersi del Cristianesimo, la cura fisica divenne subordinata a quella spirituale, abbinando spesso preghiere di supporto da rivolgere anche ai santi patroni, come per esempio Cosma e Damiano o San Rocco. L’assistenza ai malati veniva quindi considerata come un vero atto di carità cristiana e spesso gli ospedali vennero allestiti nelle chiese o comunque in edifici annessi ai luoghi di culto. E Roma non fece eccezione.

 

Il più antico ospedale di Roma: Santo Spirito in Sassia

Nell’Urbe sorse nel 727 il più antico edificio ospedaliero di tutta Europa: l’Ospedale del Santo Spirito in Sassia. Nato come alloggio, luogo di cura e assistenza per i pellegrini che giungevano a Roma, divenne nel 1198, per volere di papa Innocenzo III, un vero e proprio presidio medico. Rifatto e ampliato nel 1475 da papa Sisto IV della Rovere, è alla storia di questo edificio che si devono due colorite espressioni romanesche: “li mortacci tua e de tu nonno in cariola”, ad indicare la morte in sovrannumero, perché quando i ricoverati diventavano particolarmente numerosi (come per esempio durante le epidemie), si aggiungevano nelle corsie ulteriori letti, posti al centro e chiamati “carriole”; ma anche “figlio di una mignotta” poiché l’ospedale era dotato di una ruota per gli esposti, bambini abbandonati che venivano poi registrati come “filius m. ignotae” (ovvero “figlio di madre ignota”), dove m. stava per “matris” ma, dato che il punto non era mai considerato, la lettura divenne “filius mignotae”!

 

 

 

Gli ospedali del 1300: S. Giovanni, S. Giacomo e il Santissimo Salvatore

Altro antico presidio medico fu il trecentesco Ospedale di San Giovanni in Laterano o del Salvatore, perché in origine affidato alla Compagnia del Salvatore. Ampliato nel 1400, arrivò nel 1592 a poter accogliere ben 230 infermi, venendo poi nuovamente ampliato nel secolo successivo: accanto, l’edificio a forma di chiesa ospitava invece l’Ospedale delle Donne, ovvero il Reparto Maternità.

 

 

Lungo la centralissima via del Corso, accanto alla Chiesa di San Giacomo in Augusta, venne realizzato nel 1339 l’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili, la cui posizione era strategica perché vicinissima a Porta del Popolo. Nel 1451 l’ospedale, affidato alla Compagnia del Divino Amore, venne riservato ai malati di sifilide, morbo diffuso a Roma dall’esercito di Carlo VIII e ritenuto all’epoca incurabile, motivo per il quale la Compagnia mutò nome in Confraternita di San Giacomo degli Incurabili! Qui si dedicarono alle cure degli incurabili San Filippo Neri, San Gaetano da Thiene, San Camillo de Lellis, oltre ovviamente a numerosi ma anonimi frati e suore.

 

 

In posizione più defilata e all’interno della popolosa Trastevere, nel 1391, Santa Francesca Romana fece realizzare accanto alla Chiesa di Santa Maria in Cappella l’Ospedale del Santissimo Salvatore, del quale si occupava lei stessa. Curioso è che la proprietà, passata poi ai Pamphilj, nel 1800 tornò a funzionare come ospedale divenendo poi una casa di riposo tuttora funzionante, gestita dalla Fondazione di Santa Francesca Romana.

 

 

 

Gli ospedali nel 1500: Consolazione e Cento Preti

Alle spalle della Chiesa di Santa Maria della Consolazione (su Vico Jugario) e ad essa annesso, sorse nel 1506 l’Ospedale della Consolazione in cui molte nobildonne romane prestavano assistenza ai ricoverati, motivo per il quale furono soprannominate dal popolo “spidocchiare”. Una lapide sulla facciata ricorda che qui nel 1591, all’età di soli 23 anni, morì San Luigi Gonzaga, assistendo i malati di colera.

 

 

Su Lungotevere Vallati, si affacciava direttamente sul fiume, l’Ospizio dei Cento Preti costruito da Domenico Fontana nel 1578, come luogo di accoglienza per i mendicanti e dedicato a San Francesco. Quando nel 1715 la Congregazione che gestiva l’ospedale si trasferì nel Complesso del San Michele a Ripa Grande, l’edificio fu convertito in ospedale ecclesiastico, destinando però una parte all’accoglienza delle fanciulle orfane e mendicanti (il Conservatorio dei Santi Clemente e Crescentino), ancora oggi affacciata su via delle Zoccolette. Il curioso nome della strada si collega appunto alle povere orfane qui ospitate che erano solite indossare come calzari, proprio degli zoccoli!

 

 

 

San Filippo Neri e l’Ospizio dei Convalescenti e Pellegrini

Alla Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini, in cui operava l’omonima confraternita sorta per volere di San Filippo Neri, fu annesso nel 1625 il grande Ospizio dei Convalescenti e Pellegrini costruito per l’assistenza ai pellegrini durante il Giubileo di quell’anno. Una targa ricorda inoltre che qui Goffredo Mameli e molti altri valorosi uomini morirono a causa delle ferite subite durante la difesa di Roma, perché durante gli scontri l’ospizio fu trasformato in ospedale militare.

 

 

 

L’Isola Tiberina e il Fatebenefratelli

Chiudiamo la rassegna con l’ospedale storico forse più famoso di tutta Roma! Sull’Isola Tiberina, votata alla medicina già dall’epoca romana, sembra fosse presente sin dall’anno 1000, un santuario-ricovero in cui in seguito prestarono servizio di cura e assistenza ai poveri e agli infermi le monache Benedettine, dette le Santucce. Nella seconda metà del Cinquecento, la struttura venne trasformata in “fabbrica della salute”, un edificio in cui operavano medici, chirurghi ed infermieri. Nel 1585, fra Pietro Soriano fondò una confraternita di soccorso ai malati secondo la regola di San Giovanni di Dio, popolarmente chiamati Fatebenefratelli, introducendo innovazioni sanitarie particolarmente rivoluzionarie per l’epoca, come per esempio la suddivisione dei malati in relativi reparti specializzati a seconda della patologia.

 

 

 

Ma come si rifornivano di medicinali tutti questi ospedali? Tramite le celebri spezierie cittadine, come per esempio quella di Santa Maria alla Scala a Trastevere o il Collegio degli Speziali nella Chiesa di San Lorenzo in Miranda al Foro Romano!

 

Antica Spezieria Santa Maria alla Scala
Antica Spezieria, Santa Maria alla Scala

 

 

Controlla il programma mensile per vedere quando è prevista una nostra visita guidata a questi luoghi straordinari!

 

 

 

 

 

 

Le donne più potenti dell’Antica Roma (I parte)

Donne potenti Antica Roma - Villa dei Misteri a Pompei

La storia dell’Urbe è quasi sempre raccontata dal punto di vista maschile, ma la donna romana ha più volte ricoperto un ruolo di fondamentale importanza, spesso dietro le quinte, ma anche vivendo da vera protagonista la propria epoca. Scopriamo insieme le donne più potenti dell’Antica Roma!

 

Il ruolo della donna durante la Repubblica

Nella Roma Repubblicana il ruolo della donna si è spesso esaurito nei doveri di figlia, moglie e madre, subalterna al marito,  fedele e silenziosa. La matrona ideale dell’epoca viveva infatti seguendo i dettami del mos maiorum, ciò che rappresentava cioè l’usanza o il costume degli antenati. Figura chiave in questo senso fu Cornelia, la madre dei Gracchi, Tiberio e Caio: donna forte e colta, che antepose famiglia e figli davanti a tutto, tanto che per seguire la loro educazione, si rifiutò perfino di sposare il re d’Egitto quando rimase vedova!

 

Musei Capitolini Tabularium Piedistallo di Cornelia Africani Gracchorum

 

Il ruolo della donna imperiale

Ma nel I secolo a.C. tutto ciò iniziò a cambiare: le donne infatti forti delle ricchezze che giungevano a Roma dall’Oriente e di una maggiore autonomia di cui iniziarono a godere (spesso gli uomini erano lontani, impegnati sui campi di battaglia), conquistarono lentamente alcune libertà fino ad allora impensabili. Le donne cominciarono così a leggere e scrivere, studiare, a prendere parte a potenti intrighi, a banchettare, divorziare, assistere agli spettacoli, fare sport e le più intrepide iniziarono a servirsi degli uomini come strumenti di puro piacere! In molti gridarono allo scandalo, soprattutto per la dissolutezza dei nuovi costumi e per una generale idea di confusione dei ruoli, ma le donne non si fermarono più, anzi! Qualche esempio?

 

Livia Drusilla (58 a.C. – 29 d.C.): la prima Augusta

Moglie di Ottaviano, ottenne il titolo di Augusta, divenendo la prima imperatrice di Roma. Astuta e intelligente, desiderava arrivare al potere: divorziò dal marito per sposare il potente Ottaviano, fondendo così le due più influenti famiglie dell’epoca, la Giulia e la Claudia. Un matrimonio lungo e pieno di amore (che però non arrivò a generare un proprio erede), grazie al quale Livia divenne un vero esempio di virtù femminile, perché visse modestamente accanto al marito, consigliandolo però nelle sue scelte politiche. Molti gli onori a lei tributati. Le fu infatti riconosciuto un ruolo sociale straordinario per l’epoca: godeva del diritto di ricevere statue a sua immagine, di agire in giustizia autonomamente senza bisogno dell’intervento di un tutore e disponeva della protezione della sacrosantitas, per cui chiunque le avesse arrecato danno, anche solo verbalmente, avrebbe potuto intercorrere nella pena capitale! Molte però le parole feroci e poco gradevoli a lei rivolte dagli scrittori antichi: “Augusto, dunque, si ammalò e morì. Livia fu oggetto di qualche sospetto riguardo la sua morte” (Cassio Dione 56, 30, 1-2), e non a caso forse, visto che riuscì a far salire al potere, come successore, proprio il figlio Tiberio

 

 

 

Giulia Maggiore (39 a.C. – 14 d.C.): la figlia trasgressiva

Unica figlia di Ottaviano, fu educata dal padre secondo i più rigorosi canoni della morale antica, ma rivelò ben presto un animo particolarmente trasgressivo. Era vivace, curiosa e piena di voglia di divertirsi, ma non poté vivere libera, poiché il padre la usò come pedina dei suoi giochi politici, dandola in sposa prima a 14 anni al cugino Marcello e poi a 18 anni ad Agrippa, ultraquarantenne. Sembra amasse frequentare feste, teatri, spettacoli, le ville dell’ozio, cosicché le malelingue iniziarono ad insinuare varie relazioni extraconiugali. Il padre la volle poi dare in sposa a Tiberio (sì, proprio il figlio di Livia), ma la relazione fu catastrofica. Alla soglia dei quarant’anni, iniziò ad indossare abiti trasparenti e si gettò a capofitto in festini particolari. Augusto non poté più fare finta di nulla e quindi ecco che denunciò la figlia in Senato come adultera: Giulia fu mandata in esilio a Ventotene prima e Reggio Calabria poi, dove anno dopo anno, iniziò a spegnersi sempre di più, fino alla morte. L’esilio di Giulia causò ad Augusto rimorso, vergogna e rancore per il resto della sua vita: “Vorrei essere senza moglie, o essere morto senza figli.” (Svetonio, Augustus, 65). 

 

 

 

Valeria Messalina (25 d.C. – 48 d.C.): la viziosa

Colta, bella e raffinata, non si fece però mancare qualche vizio e capriccio, tanto che diventò ben presto vittima delle chiacchiere dell’epoca: “meretrix augusta”, così la definirono i letterati latini, come per esempio Giovenale (Satira 6), tanto che ancora oggi il suo nome è sinonimo di lussuria. A soli 14 anni fu costretta dell’imperatore Caligola a sposare Claudio, un uomo più anziano di lei di quarant’anni, balbuziente, zoppo e al terzo matrimonio! Lei apparteneva ad una delle famiglie più potenti dell’epoca (Valerii Messalla) e l’unione fu di puro interesse, dato che soli due anni dopo diventò imperatrice: visse come in un sogno, adulata, servita e riverita e a vivacizzare ulteriormente le sue giornate arrivarono il potente liberto Narciso e Mnestere, il mimo bisex. Iniziarono le relazioni extraconiugali, le passionali serate sfrenate e gli intrighi di palazzo, divenendo così il simbolo femminile dei tre vizi tirannici: lussuria, crudeltà e avidità! I suoi avversari politici e i numerosi ex amanti la accusarono di tutto, perfino di essere ispiratrice di avvelenamenti e crimini. Nel 45 d.C. diventò Augusta a soli 20 anni di età. Celebre infine la relazione che iniziò con Caio Silio che sfociò però in un grande scandalo poiché i due amanti decisero di sposarsi e furono entrambi uccisi per volere di Claudio (che si consolò presto sposando Agrippina Minore)! Fino alla fine di lei questo si disse: “Se la tua morte sarà pianta da tutti i tuoi amanti, allora piangerà mezza Roma!” Nonostante la sua vita sia finita a soli 23 anni e la damnatio memoriae che la colpì, il suo nome divenne leggendario, continuando ad ispirare artisti, romanzieri, musicisti e registi fino ai nostri giorni!

 

 

 

Agrippina Minore (15 d.C. – 59 d.C.): l’ambiziosa

Ambiziosa e avida di potere, fu indiscussa padrona della scena politica di I secolo d.C., in un arco di tempo che comprese ben quattro imperatori: Tiberio, adottato da Augusto e zio del padre Germanico; Caligola, suo fratello; Claudio, lo zio che sedusse e sposò ed infine Nerone, il feroce figlio. Ma la sua vita non fu tutta rose e fiori. L’infanzia non fu felice: nata in un accampamento militare, per colpa di Tiberio perse i genitori; Caligola le impose il matrimonio con Enobarbo (da cui ebbe Nerone), uomo che in realtà detestava, quando aveva appena 14 anni. Quando però Caligola fu assassinato e lo zio Claudio venne acclamato nuovo imperatore, fu estremamente facile per lei, bella, sensuale e scaltra, sedurlo e conquistare le voglie di un uomo anziano e vizioso, divenendo così la donna più potente dell’Impero! Conquistò il popolo e il Senato con il suo carisma e le sue straordinarie capacità governative, essendo accorta e lungimirante, tutte caratteristiche al tempo ritenute propriamente maschili, che le valsero il riconoscimento del titolo di Augusta. Riuscì a far adottare da Claudio il figlio Nerone e secondo gli storici dell’epoca, ci fu lei dietro la dipartita dell’imperatore, morto avvelenato. Nerone divenne così imperatore: tra i due vi fu per tutta la vita un rapporto di amore e odio. Agrippina era certamente una madre pressante e forse fin troppo presente nelle scelte di vita del figlio.

 

 

Si arrivò così alla goccia che fece traboccare il vaso: il matrimonio del figlio con Poppea Sabina, donna non tollerata dalla madre. Nerone allontanò la madre dal palazzo, le tolse onori e privilegi, tentò più volte di farla uccidere, ma Agrippina era un osso duro. Venne però sconfitta quando fu accusata dal figlio di tramare contro di lui e finì nella rete della congiura perfetta. Tacito (Annales XIV, 8) racconta che in punto di morte, al suo sicario, Agrippina abbia indicato il proprio ventre dicendo: “Ventrem feri “ e cioè colpisci il ventre, poiché era da lì che era uscito il mostro, il vero mandante dell’assassinio!

 

Quali sono le altre donne del potere nell’Antica Roma? Scoprilo nel nostro prossimo articolo!

 

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

Uno strano architetto: Francesco Borromini

Cortile Sant'Ivo alla Sapienza

In realtà mi chiamo Francesco Castelli, detto Borromini, perché la mia famiglia ha sempre avuto una grande devozione per San Carlo Borromeo, uno dei più importanti santi lombardi.

Io infatti sono nato nel 1599 a Bissone in Svizzera, ma quando ero solo un bambino mio padre mi portò con sé a lavorare a Milano. Era architetto e in generale la mia famiglia era imparentata con importanti artisti del tempo, per cui mi venne naturale seguire queste orme e formarmi all’interno dei cantieri per il Duomo di Milano.

 

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Autoritratto

 

Volevo dimostrare che il mio modo di fare architettura era sì diverso ma anche molto interessante!

Sono sempre stato un tipo solitario, di poche parole: non ho mai amato la confusione, le feste e ciò che di solito divertiva gli altri. So di essere strano e bizzarro ma a me non è mai importato troppo di cosa pensino le persone. Volevo fare carriera, dimostrare che il mio modo di fare architettura era sì diverso ma anche molto interessante.

Così a soli vent’anni decisi di recarmi a Roma a piedi da Milano. Arrivato in città venni accolto da alcuni parenti che lì vivevano, tra cui un lontano zio di nome Carlo Maderno, architetto anche lui e molto richiesto dai nobili e papi. Qualcuno potrà pensare che sono il solito raccomandato, ma io non ho mai smesso di impegnarmi e di lavorare sodo per raggiungere il successo e la fama.

Quando mio zio Maderno morì, pensai davvero che i suoi cantieri potessero passare nelle mie mani e invece fu una dolorosa notizia veder diventare capo architetto Gian Lorenzo Bernini. Quanto dolore, quanti pianti! Avevamo già lavorato insieme io e lui e all’inizio le cose andavano anche abbastanza bene. Ma poi quella sua aria arrogante, quel suo sentirsi sempre superiore a tutto e a tutti… l’ho detestato come mai nessuno!

 

 

E’ vero, noi due insieme eravamo una fucina di idee e progetti unici, come ad esempio il baldacchino di San Pietro (immagino vi abbia detto “l’ho fatto ioooo!”) o Palazzo Barberini, dove ho realizzato una scala elicoidale (cioè una specie di scala a chiocciola ma più grande!) unica nel suo genere. Ma purtroppo non riuscivo a sopportare Bernini, oltre al fatto che ingiustamente prendeva sempre molti più soldi di me!

 

 

Immagino vi avrà anche già raccontato di quella volta che lo sbeffeggiai con le orecchie d’asino! E’ sì, perché il nostro artista, non di rado, commetteva qualche errorino e le sue costruzioni dovevano essere rifatte da capo! Lui era scultore prestato all’architettura, io ero architetto, puro, geniale! Mi sono dilettato anche nell’affresco di tanto in tanto, ma nulla di davvero eccezionale, sono onesto.

Una mia grande passione è sempre stato invece il mondo esoterico, cioè misterioso, magico, pieno di significati nascosti: tutte le mie opere celano simboli e messaggi segreti! Ma non dirò una parola in più…

 

Piano piano però la fortuna girò e iniziai a lavorare da solo soprattutto alla costruzione di chiese

Piano piano però la fortuna girò e iniziai a lavorare da solo soprattutto alla costruzione di chiese, come quella del palazzo dell’università di Roma La Sapienza, dedicata a Sant’Ivo; poi la chiesa dedicata a San Carlo detta “San Carlino” perché molto piccola; poi ancora la Basilica di San Giovanni in Laterano e anche la Chiesa di Sant’Agnese in Agone a piazza Navona.

 

 

Quest’ultimo lavoro mi rese molto fiero, perché praticamente strappai dalle mani il progetto a Bernini, che non andava molto d’accordo con il papa a differenza mia. Finalmente avevo trovato una persona, papa Innocenzo, che capiva il mio modo di creare, di modellare i materiali, di creare pieni e vuoti, di rendere ondulate le pareti per dare quel senso di movimento tanto caro all’arte barocca (immagino che Bernini vi abbia detto “Sono io il più grande artista baroccoooo!!!”).

 

Purtroppo però la fama, la gloria e la rivincita durarono poco

Purtroppo però la fama, la gloria e la rivincita durarono poco. Tornai presto nella mia solitudine, nella mia incomprensione e anche il lavoro cominciò a scarseggiare. Avevo spesso crisi di panico, non riuscivo a dormire, ero sconfortato e depresso. Poi un brutto giorno, non so ancora esattamente come sia successo, mi ritrovai solo nella mia stanza, con la mia stessa spada infilzata nel corpo… fu una morte lenta e dolorosa perché la ferita non fu subito fatale ma mi provocò spasmi per alcune ore. Suicidio dissero. Io non so cosa successe esattamente…

 

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Non a caso mi definiscono il primo architetto dei giorni d’oggi

Sono comunque riuscito a pregare Dio di perdonarmi e a chiedere di essere sepolto accanto a mio zio Maderno, nella Basilica di San Giovanni dei Fiorentini a Roma, dove ancora oggi a terra potete trovare la mia semplice lapide.

Cosa resta di me oggi? Credo che la mia architettura esprima bene la mia inquietudine di vivere e nello stesso tempo la mia voglia di essere avanti ai tempi: non a caso mi definiscono il primo architetto dei giorni d’oggi!