Le epidemie e la peste nella storia di Roma

Trionfo della morte galleria regionale di Palazzo Abbatellis palermo

Abituati alle comodità e certezze del XXI secolo, mai avremmo immaginato di trovarci nuovamente a dover affrontare una pandemia come quella che, proprio in questi giorni, sta colpendo l’Italia e il resto del mondo. Ma a guardar bene la storia, le epidemie e la peste che colpirono Roma furono molte. Non vi è nulla di poi così nuovo, purtroppo.

Molte infatti furono le epidemie scoppiate a Roma nel corso dei secoli e anzi è possibile affermare che l’Urbe abbia quasi acquisito una solida esperienza in materia, tanto da esserne sempre uscita in maniera vittoriosa!

 

La Peste di Nicolas Poussin
Nicolas Poussin, La Peste

 

 

La peste Antonina

La prima grave piaga (documentata con fonti storiche e non solo leggendarie) che segnò la tranquilla vita cittadina si ebbe in epoca romana, quando nel II secolo d.C. (tra 165 e 180 d.C.) scoppiò la terribile Peste Antonina, così chiamata dal nome dell’imperatore allora in carica, Marco Aurelio (membro appunto della famiglia Antonina).

Il nome di peste però trae un po’ in inganno: pestis in latino era sinonimo di distruzione, rovina, epidemia e veniva attribuito ad ogni tipo di pandemia o pestilenza. Giunta a Roma dall’esercito di ritorno dalle campagne militari contro i Parti (antica Persia), è anche ricordata come Peste Galenica, dal medico che la studiò e la descrisse, asserendo che si trattava di un morbo associabile al vaiolo o al morbillo visto che provocava febbre, diarrea, infiammazione della faringe, eruzioni cutanee secche o in forma di pustole.

Il primo diffondersi della malattia provocò un elevato numero di vittime, fra cui alcune molto illustri, come l’imperatore Lucio Vero, che probabilmente la contrasse nel 169 d.C. Ancora peggiore però fu la seconda ondata che arrivò nove anni dopo, quando si giunse a toccare punte di 2.000 morti al giorno nella sola città di Roma! 

 

La peste nera del 1300

n epoca medievale terribile fu il flagello che colpì l’Urbe nel 1348: la famigerata Peste Nera proveniente dal nord della Cina e diffusasi in Europa tramite Siria, Turchia e Grecia, salvo poi scomparire misteriosamente qualche anno dopo, intorno al 1353, dopo però aver causato la morte di almeno un terzo della popolazione del Vecchio Continente.

Oltre alle devastanti conseguenze demografiche, la peste nera ebbe un forte impatto nella società del tempo, influenzando anche la cultura: Giovanni Boccaccio utilizzò come narratori nel suo Decameron dei giovani fiorentini che erano fuggiti dalla città appestata; in pittura, il soggetto della “danza macabra” fu un tema ricorrente delle rappresentazioni artistiche del secolo successivo.

Terminata questa grande epidemia, la peste in realtà continuò a flagellare la popolazione europea, seppur con minor intensità, a cadenza quasi regolare nei secoli successivi.

 

Clusone danza macabra
G. Borlone de Buschis, Danza macabra, Clusone 1485

 

 

La peste del 1600 

Paul_Fürst,_Der_Doctor_Schnabel_von_Rom_lasinodoro

L’episodio però forse meglio documentato, fu quello che colpì la città (per l’ultima volta) nel 1656 all’epoca di papa Alessandro VII Chigi. Questa volta il flagello venne da Ovest, passando dalla Sardegna al Regno di Napoli, dove uccise fino a 2.000 persone al giorno, diffondendosi (per una sottovalutazione dei primi focolai) a Civitavecchia e a Nettuno. Si racconta per esempio che un marinaio partenopeo sia morto all’ospedale del SS. Salvatore al Laterano per “aver praticato a Ripagrande con qualche compatrioto già infetto”, permettendo così contagi che si diffusero soprattutto tra Trastevere e Ghetto. Scese in campo persino il papa, che agì con molta determinazione per contenere il contagio: “promulgò un giubileo universale, non imponendo già (secondo il costume) o processioni, o visitazioni di poche determinate basiliche, affine di non accumular quivi gente: né iterati digiuni, per non disporre i corpi al malore col men salutifero pasto…”.

Alessandro VII ordinò inoltre la chiusura dei tribunali, dei collegi e, più in generale, di tutti i luoghi di assembramento, chiese e cappelle comprese; case e quartieri contagiati vennero posti in quarantena. Il papa inoltre creò una Congregazione della Sanità, addetta ad organizzare lazzaretti per il ricovero dei malati sospetti o conclamati. Fu così che nel 1657 si riuscì a debellare il terribile flagello: la pestilenza durò in tutto nove mesi e il computo dei morti in città fu di oltre quindicimila persone.

 

L’epidemia di colora del 1800 

Ma non tutte le epidemie smisero di investire Roma. A partire dagli anni venti (e per tutti gli anni trenta) dell’Ottocento, in varie parti d’Italia e d’Europa, scoppiarono grossi focolai di colera.

 

epidemie di colera

 

Inizialmente Roma sembrò immune al punto che persino il poeta Giuseppe Gioacchino Belli decise di farsi beffe di chi in città temeva l’arrivo del morbo, così scrivendo nel sonetto del 1835: 

Bbasta, o sse chiami còllera o ccollèra,
io sce ggiuco la testa s’un baiocco
che sta pidemeria sarvo me tocco,
cqua da noi nun ce viè, sippuro è vvera.
Nun zentite l’editto? che cchi spera
ne la Madon de mezz’agosto è un sciocco
si nn’ha ppavura? E cce vò ddunque un gnocco,
sor Marchionne, a accorasse in sta maggnera.  
Disce: ma a Nninza fa ppiazza pulita.
Seggno che cqueli matti mmaledetti
nun ze sanno avé ccura de la vita.
S’invesce de cordoni e llazzaretti
se sfrustassino er culo ar Caravita,
poteríano bbruscià ppuro li letti. 

 

Ma ecco che nel Luglio del 1837 il colera giunse a Roma, esplodendo in città anche perché agevolata dalla scarsa igiene generale, dalle debolezze dell’organizzazione sanitaria e dall’arretratezza delle conoscenze mediche. Tra i metodi di cura maggiormente prescritti, vi era infatti la somministrazione dell’oppio e dell’ossido di zinco, oltre al salasso con le sanguisughe! Fortuna vuole che all’inizio di Novembre l’epidemia finì, ma i morti furono ben 7.000.

 

L’influenza spagnola del 1900

Nuovi focolai di colera si riproposero ancora ciclicamente per tutto l’Ottocento, con cadenza quasi decennale, ma mai più in maniera così violenta. Ultima piaga storica fu la ben nota Influenza Spagnola che scoppiò nel 1918 andando a colpire un mondo ancora in guerra. Si ritiene che forse sia stato infettato un terzo della popolazione mondiale e che più di 20 milioni di persone ne siano morte, di cui circa cinquecentomila in Italia, ma sono stime molto approssimative, comprese quelle che riguardano la sola città di Roma.

 

Soldati con influenza spagnola nel Campo di Funston Kansas 1918
Soldati con influenza spagnola nel Campo di Funston, Kansas 1918

 

Nel giro di pochi mesi, la spagnola, così come era accaduto per altre pandemie, finì per diminuire la propria forza e già all’inizio del 1919 il male sembrò essere stato ormai contenuto, per poi sparire definitivamente nel corso del 1920. 

 

 

 

Le Fontanelle più curiose di Roma (II parte)

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Continua la selezione di fontanelle più curiose e certamente Roma ha materiale da offrire! Se vuoi scoprire le altre, puoi farlo qui: Le Fontanelle più curiose di Roma (I parte)!

 

Fontanelle con animali

Numerose le fontanelle con gli animali presenti in città. Le più celebri sono certamente la Fontana delle Tartarughe a piazza Mattei e quella delle Rane al Coppedé, ma in città ve ne sono anche altre. Quali? Due furono realizzate nelle stesso periodo, alla fine del 1500 all’epoca di papa Gregorio XIII. La prima è la Fontanella della Scrofa nella via omonima, l’altra è la Fontanella del Leone e la vediamo oggi in piazza San Salvatore in Lauro, dove giunse 1925 da via di Panico, sua collocazione originaria. Questa è munita di una divertente iscrizione che così recita: “Come in Campo Marzio un lupo più mite dell’agnello versa dalle fauci le Vergini Acque per il popolo, così anche qui un leone più mite di un capretto versa dalla bocca la limpida acqua che presiede la Vergine. Nessuna meraviglia: il pio drago che impera sul mondo intero ha reso col suo esempio ambedue mansueti 1579.” Chi è il pio drago? Papa Gregorio XIII ovviamente!

In via Vittorio Veneto invece negli anni ‘50/’60 del secolo scorso, venne realizzata la Fontanella del Cane. Da chi? Si racconta da tale Mr. Charlie, barman (o proprietario) del Gui Bar, uno dei locali più celebri della Dolce Vita. Perché? Ovviamente per far dissetare i suoi amati cani! La fontanella presenta inoltre una curiosa scritta, ABC, che si riferisce al soprannome del rinomato ritrovo!

 

 

Nel Rione Borgo invece, assai curiose, sono le due fontanelle addossate a Palazzo dei Penitenzieri (in origine Palazzo della Rovere) lungo via della Conciliazione: una con Drago e Aquila, l’altra solo con il Drago. Il riferimento anche qui è ovviamente a un pontefice, Paolo V Borghese e ai suoi emblemi araldici e al suo intervento di ripristino dell’Acquedotto Traiano, che divenne appunto Paolo, grazie al quale l’acqua tornò a Trastevere e fino a Borgo. 

 

 

 

Beveratori o Abbeveratoi

Una categoria molto particolare sono invece i beveratori (o abbeveratoi) ad uso pubblico, veri e propri servizi urbani per scopi igienici ed alimentari, ma anche per l’abbeveraggio degli animali, in primis i cavalli. Tipologia assai numerosa, è quella costituita dai sarcofagi di epoca romana, come per esempio la Fontana a Porta Cavalleggeri voluta da Pio V nel 1565 ad uso della sua guardia a cavallo o le due in piazza del Popolo, una accanto a Santa Maria del Popolo, l’altra alla Caserma.

 

 

L’abbeveratoio dalla forma più classica è quello oggi in Lungotevere Aventino, realizzato però nel 1717 da Carlo Bizzaccheri e posto davanti al Tempio di Ercole, accanto alla Fontana dei Tritoni in piazza della Bocca della Verità.

 

 

 

Il beveratore però più scenografico è indubbiamente la Fontana delle Api oggi all’inizio di via Vittorio Veneto, ma in origine in piazza Barberini all’angolo con via Sistina. Realizzata nel 1644 da Gian Lorenzo Bernini, presenta queste divertenti api che ricordano lo stemma del pontefice, ma la sua funzione era importantissima: si trattava infatti di un fontanile pubblico, un “bottino”, un sistema cioè per raccogliere l’acqua di ritorno dalla Fontana del Tritone. 

 

 

Fontanelle Rionali

In tema di curiosità, non possono mancare le Fontanelle Rionali, ma vi rimandiamo al nostro apposito articolo per scoprire tutta la loro storia!

 

 

Nasoni

E concludiamo con gli immancabili nasoni, la caratteristica fontana a forma cilindrica in ghisa con tipico rubinetto curvo in ferro, a cui si deve appunto il soprannome di “nasoni”! Oggi se ne contano in città più di 2.000 esemplari; rarissimi invece i progenitori datati alla fine del 1800: ne restano visibili solo tre (in piazza della  Rotonda, in via di San Teodoro e in via delle Tre Cannelle), tutti però con le divertenti tre bocchette a teste di drago!

 

 

 

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

 

 

 

 

 

 

Il primo teatro di Roma: il Teatro di Pompeo

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Ma quale fu il primo teatro in muratura ad essere costruito nell’Urbe? E quale fu il rapporto tra Roma e il teatro? Andiamo insieme alla scoperta di questo interessante mondo e scopri nel programma mensile quando è prevista una visita guidata in questo luogo!

 

Il teatro romano: tra mondo greco ed etrusco

Il teatro ha origini molto antiche: i Greci ne furono maestri ed esportarono in tutto il mondo occidentale le loro rappresentazioni. I Romani quindi importarono quest’arte dal mondo ellenico, fondendola anche con gli influssi provenienti dal mondo etrusco.

 

 

All’inizio, gli spettacoli erano essenzialmente associati a rituali religiosi, entrando a far parte di cerimonie pubbliche e private connesse a momenti importanti nella vita comunitaria, come feste, funerali, commemorazioni ed altri eventi. Non vi era quindi rappresentazione teatrale fine a se stessa. Questo, insieme ad una certa diffidenza che si aveva in generale per tutto ciò che non fosse propriamente “romano”, fece sì che per molti secoli l’Urbe non ebbe teatri stabili, ma solo semplici strutture in legno che venivano montate per l’occasione.

 

Pompeo e il primo teatro in muratura di Roma

Un primo apparato stabile in legno si ebbe nella zona del Campo Marzio, conosciuto con il nome di colui che ne volle la costruzione, il Teatro di Statilio Tauro. Si dovette aspettare la metà del I sec. a.C. circa per avere in città il primo teatro in muratura, voluto da Pompeo Magno e inaugurato nel 55 a.C. Il nuovo teatro era in realtà l’adattamento di un edificio religioso, il Tempio dedicato a Venere Vincitrice: la legge infatti vietava strutture di questo tipo e solo con questo escamotage, Pompeo riuscì a non incorrere in sanzioni assai pesanti.

 

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Il teatro, che si estendeva nella zona oggi compresa tra Campo de’ Fiori e Largo di Torre Argentina, fu nel 44 a.C. il luogo in cui avvenne l’efferato omicidio di Giulio Cesare: nella parte posteriore del teatro infatti, vi era la Curia, l’edificio in cui si riunivano i Senatori. Secondo la tradizione, il corpo senza vita di Cesare cadde proprio ai piedi della grande statua di Pompeo che qui si trovava (tradizione vuole che questa statua sia quella oggi esposta nel salone del Consiglio di Stato – Palazzo Spada).

 

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Composto da numerose arcate, attraverso le quali gli spettatori potevano accedere nel teatro, offriva una capienza di oltre 17.000 spettatori! La scena era decorata da tre ordini sovrapposti di colonne e il tutto era sormontato da una lunga tettoia sporgente per dirigere i suoni e le voci degli attori verso il pubblico. Vi era inoltre un monumentale quadriportico con colonne di granito, in grado di ospitare il pubblico nelle pause tra uno spettacolo e l’altro. Le sue straordinarie dimensioni – il diametro esterno era di circa 150 metri – lo resero il più grande teatro in muratura mai costruito a Roma.

 

Cosa accadde al teatro dopo la caduta di Roma?

Sappiamo che subì diversi restauri per volere di vari imperatori e rimase in funzione fino almeno al V secolo d.C. Successivamente, come tutti i grandi edifici romani, subì le immancabili spoliazioni, divenendo una cava di estrazione di prezioso materiale: fu così che lentamente, dal Medioevo in poi, sopra i suoi resti iniziarono ad essere costruiti diversi edifici, tra cui le dimore della potente famiglia degli Orsini e la Chiesa di Santa Barbara dei Librai. Il profilo della cavea è però ancora oggi riconoscibile nelle vie di Grottapinta, per la parte interna, e nel percorso tra via del Biscione e via dei Giubbonari per la parte esterna.

 

 

Curiosità

Il Teatro Argentina, uno dei più noti di Roma, sorge in parte proprio sui resti dell’antico teatro di Pompeo, come a ribadire la vocazione di questo storico angolo di Roma!

 

 

 

 

I tesori della Basilica di Santa Francesca Romana

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In seguito alla caduta dell’Impero Romano, molti furono gli importanti luoghi di culto cristiani che iniziarono a sorgere nel Foro Romano e tra questi la bellissima basilica dedicata a Santa Francesca Romana.

 

La nascita della diaconia di Santa Maria Nova

Nel cuore del Foro Romano, proprio tra i resti dell’imponente Tempio di Venere e Roma, nell’850 circa venne fondata da papa Leone IV una diaconia nota con il nome di Santa Maria Nova, cosiddetta per distinguerla dalla Chiesa di Santa Maria Antiqua (eretta nel IV secolo) in un’aula dei palazzi domizianei ai piedi del Palatino. La chiesa venne poi ampliata nella seconda metà del X secolo e restaurata nel XII secolo: è a questa fase che risalgono il campanile e all’interno, sull’altare maggiore, la preziosa Madonna con Bambino e il mosaico dell’abside raffigurante la Vergine in trono con Bambino.

 

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La dedica a Santa Francesca Romana

Fu solo nel 1400 che la chiesa venne definitivamente dedicata a Francesca Romana che, per interessi di famiglia, a soli 12 anni sposò il nobile Renzo de’ Ponziani, sebbene il suo unico pensiero fosse in realtà compiere opere di bene. E’ in questa chiesa che nel 1425 Francesca Romana, fondatrice del monastero di Tor de’ Specchi, pronunciò l’oblazione. La basilica divenne sempre più importante durante il corso dei secoli – molti sono infatti i grandi nomi legati alla sua storia – e numerose sono le opere d’arte custodite al suo interno.

 

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Baciccio, Santa Francesca Romana, Getty Museum, Los Angeles

 

I tesori artistici della Basilica

Già dall’esterno si presenta imponente grazie alla facciata in travertino, realizzata nel 1615 da Carlo Lambardi, con deliziosi raccordi a volute. L’interno invece, a navata unica con numerose cappelle laterali, è un trionfo di arte barocca e tra le opere principali meritano una particolare menzione la straordinaria Confessione realizzata su disegno di Gian Lorenzo Bernini al termine della navata e il dipinto della Natività di Carlo Maratta, nella prima cappella a sinistra. La più preziosa immagine custodita nella basilica è però quella della Vergine Glykophilousa, un’antica icona risalente al V o VI secolo, venuta alla luce durante i lavori di restauro del 1949.

 

 

 

Le reliquie in Santa Francesca Romana

La basilica può inoltre vantare uno speciale primato in fatto di reliquie, sicuramente tra le più curiose di Roma: sono qui conservate due impronte di basalto delle ginocchia di San Pietro, impresse quando il santo pregò il Signore di far fallire il volo di Simon Mago, che poi cadde e morì poco distante. Dopo il profano, il sacro: sotto il transetto infatti, vi è la cripta con la tomba di Santa Francesca Romana, sistemata nel 1868 Da Andrea Busiri Vici. Scopri insieme a noi la basilica!

 

 

Scopri qui quando è in programma la prossima visita guidata alla Basilica di Santa Francesca Romana al Foro Romano!

 

 

Donne e Pittrici. Angelika Kauffmann e l’amore ai tempi di Goethe

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Donne e artiste: un mondo “nuovo” tutto da scoprire, fatto di meraviglia e incanto! Oggi parliamo di Angelika Kauffmann e dell’amore ai tempi di Goethe: buona lettura!

 

Goethe e il Grand Tour

Tutti conosciamo Johann Wolfgang von Goethe, grande letterato e drammaturgo tedesco, nato nel 1749 e divenuto in breve tempo uno degli uomini più celebri non solo della sua epoca, ma di tutti i tempi! Sappiamo che Goethe fu anche un grande viaggiatore – ricordiamo che un tempo il viaggio, il cosiddetto Grand Tour, era parte integrante della formazione personale e sociale dei ricchi rampolli europei – e che tra i molti paesi visitati, sicuramente l’Italia ebbe un posto speciale nel suo cuore. Era il 1786 quando Goethe, a 37 anni, intraprese il suo primo viaggio in Italia, durato quasi due anni. Tra le sue principali tappe, vi fu ovviamente Roma – nella quale sostò diversi mesi per ben due volte – che nei suoi diari, raccolti successivamente nell’opera “Viaggio in Italia”, così apostrofò: “... è la capitale del mondo! Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza.”

 

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Prese una stanza in affitto in un appartamento in via del Corso n. 18, dove oggi sorge il museo a lui dedicato. Qui condivise le sue giornate con l’amico pittore Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, autore del famoso ritratto Goethe nella campagna romana del 1787, dove lo scrittore posa semi sdraiato su antichi reperti romani, mentre dietro di lui si apre, in tutta la sua nostalgica bellezza, la tanto celebrata campagna romana. E fu a Roma che Goethe conobbe anche l’amore.

 

 

 

L’incontro con Angelika Kauffmann

Si chiamava Angelika Kauffmann. Il primo incontro tra i due avvenne nel Novembre del 1786 nell’atelier della già affermata pittrice, in Via Sistina, al tempo nota come Strada Felice, dal nome di papa Sisto V Peretti, che ne volle la costruzione alla fine del Cinquecento. Dai racconti del poeta, che come detto furono pubblicati solo molti anni dopo, emerge tra i due non un amore passionale, ma una buona amicizia, basata su interessi comuni e su unità di intenti. Angelica era l’unica vera donna rispettabile, la donna angelo: una vera amica dunque, non l’amante. Ma più di un dubbio si instilla nella mente se si pensa anche alle 12 lettere che “Miss Angel” scrisse a Goethe dopo il suo rientro in patria. Ma perché tenere segreto questo amore? Sappiamo infatti che il nostro poeta non era estraneo alle belle donne, alla vita spensierata e che nel suo soggiorno romano non si fece mancare nulla, tra feste, giochi, bevute, incontri “proibiti”…

 

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Chi era Angelika Kauffmann?

La risposta la troviamo nella vita della Kauffmann, che all’epoca era sposata con un artista mediocre di nome Antonio Zucchi, molto più grande di lei e probabilmente poco incline alle passioni e al romanticismo, a differenza della moglie.

 

 

Di otto anni più grande del poeta – la Kauffmann infatti nacque a Coira in Svizzera nel 1741 – era a Roma la dama sicuramente più influente, nonostante la sua proverbiale modestia. Dipingeva ritratti di principi e re di tutta Europa, il suo salotto era uno dei luoghi più frequentati da artisti e intellettuali del tempo ed il suo atelier era tappa ambita dei rampolli del Grand Tour. Ma non solo. La potremmo definire una vera “influencer” della sua epoca, lanciando sempre nuove mode, come le acconciature “alla greca”, molto apprezzate dalle signore! Quasi ogni domenica i due innamorati pranzavano insieme, dedicandosi anche alle visite culturali, alle passeggiate in città, alle letture e alle dotte conversazioni. Sappiamo però che Goethe, contemporaneamente, non disdegnava l’amore anche di altre donne!

 

La dolorosa separazione

sepoltura Angelika Kauffmann_Basilica di Sant’Andrea delle Fratte_lasinodoroFatto sta che per entrambi la separazione fu assai dolorosa: il poeta infatti lasciò per sempre Roma, ma ancora anni dopo, ogni volta che parlava con qualcuno di Angelika, non poteva fare a meno di provare una forte nostalgia. Dal canto suo la Kauffmann, continuò la sua vita romana accanto al marito, mantenendo una fitta corrispondenza con il poeta tedesco, fino a quando, dopo il 1789, decise di distruggere tutte le sue lettere.

Angelika morì a Roma nel Novembre del 1807 e decise di farsi tumulare accanto al marito nella Basilica di Sant’Andrea delle Fratte, per poter “abitare anche dopo la morte” con lui, sebbene le spettasse un posto d’onore nel Pantheon, dove comunque fu collocato l’anno successivo il suo busto. Molti furono coloro che la piansero, come Antonio Canova e come sicuramente da lontano il suo amato Goethe…

 

 

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

 

 

Le Fontanelle più curiose di Roma (I parte)

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Roma è la “città dell’acqua” e molte sono le curiose fontanelle sorte qua e là in tutto il centro storico durante il corso dei secoli. Qualche esempio? Ma certo!

 

Gli acquedotti dell’Urbe

Roma e l’acqua: che accoppiata! Molti furono infatti gli acquedotti costruiti già in epoca romana per dotare l’Urbe di acqua corrente, pura e filtrata da utilizzare nei monumenti pubblici (come per esempio le terme) e in quelli privati, ma anche nell’allevamento e nell’agricoltura. Questi cessarono di essere utilizzati con la caduta di Roma e il celebre taglio degli acquedotti di Vitige nel 537 d.C.

Fu solo dalla fine del Cinquecento, con la riattivazione dell’Acquedotto Vergine e la costruzione degli acquedotti Felice (voluto da Sisto V Peretti nel 1587) e Paolo (papa Paolo V Borghese ripristinò l’acqua Traiana nel 1605) che Roma tornò ad essere fornita di copiosa acqua. Questi tre acquedotti, potenziati nei secoli, costituirono la rete di distribuzione idrica della città fino al 1865 quando Pio IX fece costruire il primo acquedotto di concezione moderna, l’Acqua Pia Antica Marcia, che garantiva la distribuzione capillare nelle abitazioni. Fu così dunque che a partire dal Cinquecento Roma iniziò ad essere impreziosita dalle fontane: accanto alle più scenografiche, anche le più piccole e curiose. Quali?

 

Fontanelle con Statue Parlanti

Il Babuino e il Facchino, compagni di avventure delle altre Statue Parlanti (Pasquino, Marforio, Madama Lucrezia e l’Abate Luigi), oltre a parlare e rivelare il malcontento popolare, sono impreziosite da vasche, divenendo quindi fontanelle pubbliche. Entrambe infatti furono addossate a palazzi nobiliari: il primo nella via omonima, apparteneva ad Alessandro Grandi; il secondo in via del Corso a Jacopo del Conte. Il Babuino rappresenta in realtà un Sileno, ma per la sua bruttezza, fu ben presto ribattezzato il babuino appunto. Il Facchino invece ritrae un “aquarolo”, un portatore d’acqua che per poche lire vendeva l’acqua presa con botti dalle fontanelle o dal Tevere, ricordando un mestiere assai diffuso in città almeno fino alla metà del 1500!

 

 

Fontana della Terrina

Realizzata nel Cinquecento su progetto di Giacomo Della Porta per essere posta al centro di Campo de’ Fiori, lasciò la sua collocazione originaria per far spazio al Monumento di Giordano Bruno ed essere quindi collocata nel 1924 dove la vediamo oggi, davanti alla Chiesa Nuova lungo Corso Vittorio Emanuele II. In origine la fontana era costituita solo da una semplice vasca, ma era sempre piena di rifiuti del mercato e così nel 1622 fu posta come copertura un enorme coperchio con inciso il motto “Ama Dio e non fallire, fa del bene e lassa dire” e dal quel momento diventò appunto la “terrina”.

 

 

 

Fontana della Palla di Cannone

Proprio di fronte a Villa Medici, nel 1589 Annibale Lippi realizzò per il cardinale Ferdinando de’ Medici una fontana costituita da una vasca ottagonale a livello strada con tazza circolare, in cui in origine vi era il giglio dei Medici, sostituito poi dalla sfera attuale. Si racconta che nel 1656 la regina Cristina di Svezia, durante una visita a Castel Sant’Angelo, fece sparare un colpo contro il portone di Villa Medici. Si era resa conto di essere in ritardo per il suo appuntamento con un pittore e quindi sparò per annunciare il suo imminente arrivo. La palla quindi sarebbe stata raccolta e posta nella fontana proprio in ricordo dell’evento. Incredibile ma vero, sul portone della villa, sembra realmente essere il segno dello sparo!

 

 

Fontana del Navigante

Commissionata per ornare l’emiciclo sovrastante il nuovo Porto di Ripetta voluto da Clemente XI, fu realizzata da Alessandro Specchi e Carlo Fontana, con il travertino crollato dal Colosseo per il terremoto del 1703. Dopo il 1870, con i lavori di costruzione dei muraglioni del Tevere, il porto fu demolito, ma la fontana venne salvata e rimontata nel 1930 nel vicino slargo sul Lungotevere (piazza del Porto di Ripetta). La fontana è composta da una scogliera sormontata da tre monti e da una stella in ferro battuto, simboli araldici di papa Albani. Accanto ad essa, si possono inoltre vedere le due colonnine (anche loro già presenti nel porto) con le indicazioni delle esondazioni del Tevere durante i secoli!

 

 

 

Fontana della Navicella

Sempre in tema marittimo, vi è poi la Fontana della Navicella, posta proprio di fronte alla Chiesa di Santa Maria in Domnica al Celio. Qui si racconta che una scultura a forma di nave vi sia in pratica sempre stata. Tutto forse ebbe inizio in epoca romana con i marinai della flotta di Capo Miseno che qui risiedevano in un’apposita caserma, i quali fecero realizzare una scultura a forma di nave come ex voto da offrire alla dea Iside, protettrice dei naviganti. La scultura attuale risale però al 1518 circa e venne realizzata da Andrea Sansovino e fu riadatta a fontana solo nel 1931 quando venne realizzato il bacino per l’acqua dal fondo costituito da ciottoli di fiume e decorato con figure di pesci e imbarcazioni. 

 

 

Quali sono le altre fontanelle più curiose? Vi aspettiamo nel prossimo articolo per scoprirle insieme!

 

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

La follia degli Imperatori. Domiziano e il regime del terrore

Potere, follia, ricchezza, fama, vendetta, intrigo, gloria, lussuria, guerra, conquista… Sono questi gli ingredienti che hanno caratterizzato la vita di alcuni degli imperatori dell’antica Roma, passati alla storia come uomini del terrore, pazzi sanguinari… Il loro nome, nonostante il passare dei secoli, riecheggia ancora come un eco oscuro e nefasto e tutti conosciamo, anche solo per sentito dire, Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo e Caracalla. Ma ce ne sono anche altri nella lista nera, insospettabili…

Dopo aver conosciuto Caligola, Nerone, Commodo e Caracalla, è la volta di scoprire chi era davvero l’imperatore Domiziano, terzo e ultimo esponente della gens Flavia.

Chi era Domiziano?

Suo padre, Vespasiano, era riuscito a prendere il potere dopo una estenuante guerra civile, scatenata alla morte di Nerone, riuscendo a ristabilire la pace nell’impero e restaurando gli antichi costumi romani, tanto cari all’aristocrazia, nostalgica della Repubblica. Alla morte, subentrò il primogenito Tito, definito “delizia del genere umano”, che con le sue campagne vittoriose in Palestina – e la conseguente distruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme – aveva riportato in patria un copioso bottino di guerra.

Alla sua morte, nell’81 d.C., salì al comando dell’Impero il fratello minore, Domiziano, che al tempo aveva 30 anni. Dalle fonti più o meno coeve come Svetonio, veniamo a sapere che sin da adolescente si dimostrò ben istruito ed educato, molto abile nella conversazione e nella poesia (noto il suo amore per la cultura greca). Da giovane, nonostante il suo impegno nella vita pubblica accanto al padre e al fratello, non ebbe mai ruoli rilevanti soprattutto dal punto di vista militare: dovette infatti aspettare la morte di Tito per guadagnarsi la scena!

Nel mentre aveva già contratto matrimonio con la bella e nobile Domizia Longina, preferendola alla nipote Giulia Flavia – figlia di Tito – che divenne comunque sua amante.

E’ ancora Svetonio a descrivere le caratteristiche fisiche e caratteriali del giovane imperatore:

“Era di alta statura, con un’espressione modesta nel volto che spesso arrossiva, occhi grandi ma miopi. Era bello e ben proporzionato, specie da giovane”.

I primi anni di regno

All’inizio il suo governo fece ben sperare, perché fu attento ed oculato nelle questioni economiche ed amministrative, fu eccellente nell’urbanistica – a lui si deve per esempio la ricostruzione di gran parte di Roma dopo il rovinoso incendio dell’80 d.C. – e strategico nelle operazioni militari dove si occupò soprattutto di stabilizzare e rendere sicuri i confini. Molte le importanti opere architettoniche fatte realizzare in città, come per esempio il celebre Stadio dedicato alle competizioni olimpiche (oggi al di sotto di piazza Navona). Controlla il programma mensile per vedere quando è prevista la prossima visita guidata!

Stadio Domiziano e piazza Navona_lasinodoro

Gli anni del terrore

Ma a partire dall’88 d.C. tutto cambiò instaurando un vero e proprio regime del terrore. Come mai? Al tempo della guerra contro i Daci infatti, alcune legioni al comando di Saturnino, governatore della Germania, si ribellarono, costringendolo a firmare una pace affrettata e sfavorevole ai Romani. Sentendosi tradito, Domiziano fu portato a vedere congiure ovunque, chiudendosi in se stesso e diffidando di tutto e tutti.

Creò così una rete di spie per raccogliere informazioni compromettenti, come riporta TacitoNessuno era al sicuro. La libertà di parlare e di ascoltare era tolta”: chiunque in cambio di favori o denaro poteva denunciare e tradire l’avversario, ma anche l’amico o il parente. Iniziarono ad essere così fisicamente eliminati molti avversari politici, soprattutto gli esponenti della classe senatoria ed i filosofi, da sempre ostili all’imperatore e assai pericolosi con le loro “parole”.

Gli ultimi anni di regno: congiura e Damnatio Memoriae

Domiziano_lasinodoro

Tutto questo portò, come era prevedibile, all’organizzazione di una congiura ai danni dell’imperatore, che non fallì nel suo obiettivo. Con la complicità dei suoi più stretti amici e collaboratori, compresa la moglie Domizia, il procuratore Stefano riuscì con uno stratagemma ad avvicinare Domiziano, colpendolo a morte. Il suo corpo fu dato alle cure della sua nutrice, che gli rese gli estremi onori, mescolando le sue ceneri con quelle dell’amata Giulia (morta in seguito ad uno dei numerosi aborti a cui fu costretta da Domiziano stesso).

Il Senato proclamò nuovo imperatore l’anziano Nerva: era il 96 d.C. Su Domiziano invece si abbatté la damnatio memoriae, che durò secoli e secoli. Oggi però ancora molto a Roma parla di Domiziano, soprattutto con le grandi opere urbanistiche da lui volute, come lo Stadio per le competizioni olimpiche (oggi i sotterranei di piazza Navona) o ancora il Foro dedicato a Minerva, conosciuto però, come Foro di Nerva, per ironia della sorte, perché da lui inaugurato!

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

Cavalier Bernini… il nuovo Michelangelo!

Piazza San Pietro Città del Vaticano

Cavalier Gian Lorenzo Bernini al vostro servizio! Eccomi qui, il più grande scultore e architetto del mio tempo… Quale è il mio tempo dite? Io sono vissuto nel milleseicento e modestamente sono ritenuto l’artista più importante del Barocco.

Cos’è questo Barocco vi chiederete voi? Beh, come poterlo spiegare in poche parole… dunque, vediamo, il Barocco è emozione, sentimento, stupore… ed è così che gli studiosi negli anni a seguire hanno descritto l’arte barocca, tipica del mio tempo.

 

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Famose in tutta Roma erano le litigate tra me e Francesco Borromini…

Certo non fui il solo artista barocco, ve ne furono molti altri, alcuni dei quali furono anche abbastanza bravi – certo non come me – come ad esempio Pietro da Cortona e un tale Francesco Borromini, uno che veniva dal Nord, un tipo scontroso e attaccabrighe. Io non è che lo abbia mai sopportato, con quella sua aria sempre cupa ed imbronciata, sembrava un uccellaccio del malaugurio! Ogni volta che c’era anche lui in un cantiere ecco che scoppiavano liti e incomprensioni.

Famose in tutta Roma erano le nostre litigate, anche a distanza! Mi viene in mente quella volta in cui il Borromini mi volle prendere in giro costruendo sulla finestra di un palazzo di fronte casa mia un bel paio di orecchie d’asino per sbeffeggiarmi. Figuriamoci, la mia risposta non tardò ad arrivare. Costruì infatti un grande BIIIIIIIPPPPP di pietra! Ah scusate non posso dire parolacce?!?

Va bene allora, tornando a me, sono originario di Roma ma nacqui per caso a Napoli nel 1598. Mio padre Pietro era un bravo artista e spesso viaggiava per lavoro. Sin da piccolo iniziai a lavorare nella sua bottega e tra le mie prime opere ricordo la statua della capra Amaltea con il piccolo Giove (si tratta di una vicenda tratta da un mito greco).

Mi è sempre piaciuto lavorare il marmo! Quei grossi blocchi squadrati piano piano, con forza ed energia, cedevano sotto i colpi della mia mazzetta e del mio scalpello fino a prendere la forma che desideravo! Volevo che le mie sculture fossero più belle di quelle di Michelangelo, il genio del Rinascimento e addirittura competessero con quelle degli antichi greci e romani!

 

La mia arte: movimento, energia, cogliere l’attimo

Ho sempre cercato di cogliere l’attimo nelle mie sculture, di fissare un momento preciso nel marmo. Amavo dare movimento ed energia alle mie opere: ecco allora la statua con Enea, il padre Anchise e il figlio Ascanio che scappano da Troia; oppure il rapimento di Proserpina da parte del dio degli Inferi Ade; e ancora il giovane David che sta per scagliare una pietra con la fionda sul gigante Golia e poi la fuga della povera Dafne che pur di sfuggire ad Apollo si tramuta in albero.

 

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Ho sempre cercato di cogliere l’attimo nelle mie sculture, di fissare un momento preciso nel marmo, anche quando mi cimentavo nei ritratti dei miei amici, solitamente donne e uomini potenti e ricchi, tra cui i papi.

 

San Pietro: il Baldacchino e la piazza

Furono loro in particolare a richiedermi anche i progetti per costruire palazzi e chiese. Non per vantarmi, ma sono il numero uno anche in fatto di architettura! Avete presente piazza San Pietro a Roma con le colonne tutte intorno? Ecco, quello l’ho fatto io.

 

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E dentro la basilica il cosiddetto baldacchino, cioè quella struttura che sta sopra l’altare? Ecco anche quella l’ho costruita io! Trattavo gli edifici come fossero blocchi di marmo: pieni e vuoti, parti che vengono in avanti, parti che rientrano, luci e ombre, pietre colorate e pareti bianche… tutto per dare luce e movimento e creare stupore!

 

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Ma io come ero veramente?

Ero socievole, aperto e cortese, mi dilettavo anche con la pittura e con le scenografie teatrali. Certo, non facevo tutto da solo, avevo molte persone che lavoravano con me nelle mie botteghe e a parte qualche momento in cui fu ingiustamente criticato, sono sempre stato sulla cresta dell’onda! Ci sapevo fare non solo nel mio lavoro ma anche nel compiacere i miei committenti (cioè coloro che mi pagavano!): ero socievole, aperto e cortese, mi dilettavo anche con la pittura e con le scenografie teatrali.

Sì, è vero, sono anche sempre stato molto focoso e passionale, arrabbiandomi spesso. Le mie urla si sentivano anche dall’altra parte della città quando “mi giravano i cinque minuti”! Ho anche fatto brutte cose, di cui non sono fiero, soprattutto in campo amoroso, ma non ho voglia di parlarne ora.

Vissi molti anni, più di ottanta, e nella mia vita ebbi grandi onori, non solo in Italia ma anche all’estero, soprattutto in Francia dove lavorai alle dipendenze di Luigi XIV, detto il re Sole. Ma con il passare del tempo, divenni sempre più pensieroso – oltre che pelato ahimè – e spesso mi sorprendevo a chiedermi se poi qualcosa di buono lo avessi realmente fatto nella mia vita.

 

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Che brutta la vecchiaia!

In vecchiaia mi ritrovai con una sola consolazione: passeggiare da casa mia, vicino a via del Corso fino al colle Quirinale, dove avevo costruito alcuni anni prima la chiesa dedicata a Sant’Andrea. Qui amavo ritirarmi in solitudine e pensare che quella davanti a me era l’unica mia opera degna di essere ricordata.

Così in realtà non fu. Dopo la mia morte nel 1680, attorniato dai miei figli, venni celebrato come il più grande artista del mio tempo, il nuovo Michelangelo. Il mio corpo fu sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma e ancora oggi da tutto il mondo vengono ad ammirare le mie opere, con il loro carico di emozione ed energia!

 

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La follia degli Imperatori. Nerone: passione incendiaria

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Potere, follia, ricchezza, fama, vendetta, intrigo, gloria, lussuria, guerra, conquista… Sono questi gli ingredienti che hanno caratterizzato la vita di alcuni degli imperatori dell’antica Roma, passati alla storia come uomini del terrore, pazzi sanguinari… Il loro nome, nonostante il passare dei secoli, riecheggia ancora come un eco oscuro e nefasto e tutti conosciamo, anche solo per sentito dire, Caligola, Nerone, Domiziano (scopri qui la sua follia), Commodo e Caracalla. Ma ce ne sono anche altri nella lista nera, insospettabili…

Dopo aver conosciuto Caligola e Commodo, è la volta di scoprire chi era davvero l’imperatore Nerone, ultimo esponente della gens Giulio-Claudia.

Chi era Nerone?

Nato nel 37 d.C. da Gneo Domizio Enobarbo e da Agrippina Minore, Lucio Domizio Enobarbo era il rampollo di una delle più importanti famiglie romane. In quanto pronipote di Ottaviano Augusto da parte di madre, Nerone crebbe con la zia Valeria Messalina, moglie di Claudio ed ebbe come maestro il grande filosofo Lucio Anneo Seneca.

Alla morte di Valeria Messalina, Claudio sposò Agrippina Minore adottandone il figlio, il quale cambiò nome divenendo Nerone Claudio Cesare e in seguito fu decisa per lui l’unione con Claudia Ottavia, figlia dell’imperatore e della sua precedente moglie. Nel 54 d.C. morì Claudio e Nerone salì al potere.

Le donne di Nerone

I suoi primi cinque anni di governo sono descritti in tutte le fonti come anni felici, ma iniziò una relazione sentimentale con Poppea, suscitando l’indignazione della moglie e della madre, che tentò addirittura di prospettare la sostituzione sul trono di Nerone con Britannico, altro figlio di Claudio e Messalina. Nerone allora agì con spietata lucidità, eliminando in successione Britannico (nel 55 d.C.), Agrippina (nel 59 d.C.) e infine Ottavia (nel 62 d.C). 

L’anno del matricidio segnò una svolta decisiva anche nel governo imperiale: Nerone si svincolò dai suoi consiglieri per intraprendere una politica demagogica, fatta di grandi giochi per il popolo e di distribuzioni di pane e di denaro, che si sarebbe via via accentuata nel corso del regno.

E in campo sentimentale non andò molto meglio: nel 65 d.C. infatti Nerone perse l’amata Poppea che morì durante la gravidanza (ma si vocifera per un calcio violentissimo sferratole alla pancia dallo stesso imperatore!); fu quindi la volta di Statilia Messalina, che Nerone desiderava a tal punto da far uccidere il marito pur di poterla avere tutta per sé!

L’incendio di Roma e la Domus Aurea

Questa politica si rivelò utile ed efficace, ma alienò per sempre all’imperatore i favori della classe senatoria. Nel 64 d.C. si sviluppò il celebre incendio di Roma che distrusse gran parte della città, per il quale vennero accusati i cristiani. In realtà si trattò di uno dei tanti incendi che minacciavano continuamente l’Urbe, ma l’odio contro il tiranno da parte di senatori e di cristiani e il fatto che Nerone approfittò dell’incendio per intraprendere la costruzione della Domus Aurea, portò alla diceria che il fuoco fosse stato opera dello stesso imperatore.

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Gli ultimi anni di regno e il suicidio

Gli ultimi anni di regno furono segnati dalla congiura sventata e capeggiata da Calpurnio Pisone, che portò all’uccisione di Seneca, Petronio e Lucano, tre dei maggiori autori della letteratura latina. Lo scoppio poi della grande rivolta giudaica, che si sarebbe conclusa solamente nel 70 d.C. con la conquista di Gerusalemme da parte di Tito, e un’insurrezione militare, costrinsero nel 68 d.C. Nerone,  ormai braccato, al suicidio.

E per approfondire, ecco il nostro “Webinar d’Oro” sul tema!

Quel ragazzaccio di Caravaggio!

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Già il titolo è tutto un programma! Sono Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, dal nome della piccola città di cui sono originario, anche se sono nato a Milano, nel 1571. Non ho ovviamente mai conosciuto di persona né Raffaello Sanzio né l’altro Michelangelo, il Buonarroti, ma ovviamente ne ho sentito parlare e spesso nei miei disegni mi sono in parte ispirato a loro.

Ma nonostante questo io penso di essere nettamente superiore, io amici miei ho rivoluzionato l’arte! Dopo di me nulla è stato più come prima… Ma sì, ditemi anche che sono superbo, non mi interessa di niente e di nessuno. Sapete quante me ne hanno dette sin da quando ero molto giovane e lavoravo come ragazzo di bottega a Milano? “Caravaggio sei pazzo, sei un attaccabrighe, finirai con fare danni seri, ecc.” Ma io non ho mai ascoltato nessuno se non me stesso e la voglia di diventare importante, di arricchirmi e di essere come i potenti nobili.

 

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A Roma nella bottega del Cavalier d’Arpino

Capii subito che per fare successo vero con la mia arte dovevo andare a Roma, la città dei papi, dove sicuramente qualche signorotto avrebbe fatto di tutto per avere qualche mio quadro. Così, poco più che ventenne, arrivai in città e mi misi a lavorare nella bottega di un certo Cavalier d’Arpino, al tempo molto famoso e richiesto. Non ho mai capito come uno stupido come lui potesse avere tanto successo! I suoi disegni li avrei potuti fare ad occhi chiusi e con una sola mano, così come i disegni di molti altri artisti da strapazzo che popolavano Roma ai miei tempi.

La mia arte è sempre stata diversa: io non metto i “belletti e i fiocchetti” ai protagonisti delle mie tele. I miei Santi, le mie Madonne sono vere, sono piene di umanità, di quella umanità povera e dimenticata, di straccioni, di ubriaconi, di popolani e di prostitute! Queste ultime poi sono la mia passione: mi piace la loro sboccata compagnia – in particolare quella di Maddalena, Lena per gli amici, la più bella di tutte e una delle mie modelle preferite, volto di mie tante Sante e Madonne – e mi piace passare le giornate e le nottate a bighellonare in giro con un gruppo di delinquenti da strapazzo, passando da una locanda all’altra, sfidando tutto e tutti. Qualcuno ci provasse a dirmi qualcosa, gli faccio “assaggiare” la mia spada!

 

 

La mia “luce” è unica!

Poi la mia “luceè unica al mondo. Come faccio? Beh, prima di tutto le mie tele sono sempre molto scure, nere, a volte senza sfondo delineato, cosicché io possa far risaltare al meglio i colori, dopodiché inserisco con vari strati di pittura a olio l’effetto luminoso: la mia luce rappresenta la Grazia di Dio che inonda tutti, oggetti, persone, animali.

Spesso, guardando le mie opere, vi sembrerà di stare a teatro: il sipario si è appena alzato e sul palcoscenico si accendono le luci e i personaggi cominciano a rappresentare lo spettacolo della vita! I miei modelli sono di solito gente di strada, comune, miei amici e conoscenti che per qualche spiccio vengono a casa mia, nel mio laboratorio, per posare anche ore, giorni, finché sulla mia tela non prende vita ciò che davvero desidero. Una volta ho anche dovuto abbattere a picconate un muro della mia casa in affitto per poter avere la giusta illuminazione per una mia opera! Non vi dico le proteste della mia proprietaria…

 

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Vocazione di San Matteo (Chiesa di San Luigi dei Francesi)

 

La mia arte…scandalosa…

Certo la mia arte così spudorata e vera, così come il mio carattere ribelle e impulsivo non è sempre stata ben vista da tutti. Molti sono i lavori che mi sono visto rifiutare: “Scandaloooo!!!” urlavano. “Non possiamo esporre questo scempio nella nostra chiesaaaa!!!”, proseguivano. Per fortuna ho anche avuto molti estimatori come nobili, cardinali e grandi dame che hanno fatto follie pur di avere un mio quadro. A questi miei amici devo anche la possibilità di essere sempre uscito di prigione senza grosse conseguenze, dopo qualche rissa o qualche bravata fatta con i  miei compari. Sempre, a parte quella volta…

 

La partita a pallacorda e l’omicidio

Quella volta in cui non riuscii a trattenere quella rabbia che abita sempre nel mio cuore e che mi distrugge da dentro. Mentre ero a giocare una partita di pallacorda (un antenato del tennis, molto famoso al tempo), il clima con l’avversario, un certo Ranuccio Tommasoni, cominciò a farsi sempre più teso, sfociando in una vera e propria rissa. Fu in quel momento che la mia mano, quasi come fosse animata da uno spirito malvagio invisibile, fuori da ogni mio controllo, sferrò una pugnalata allo sventurato, uccidendolo all’istante. Oh vita sventurata, cosa ho mai fatto per meritare tale sciagura?

 

Verso Malta per diventare Cavaliere…

Decisi di scappare da Roma, dove le guardie papali mi cercavano senza sosta per portarmi alla forca. Raggiunsi Napoli e da lì Malta, dove venni accolto con tutti gli onori dai Cavalieri di Rodi (o Malta), un ordine cavalleresco religioso, che mi avrebbe garantito l’immunità e la vita salva. Ma di nuovo la mia rabbia, il mio odio per le regole, emerse in tutta la sua forza e quasi uccisi un cavaliere che mi aveva offeso: di nuovo dovetti fuggire per provare a tornare a Roma, dove il nuovo papa aveva deciso di concedermi la grazia, in cambio di alcune mie opere.

 

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Decollazione di San Giovanni Battista (Malta)

 

 

Il viaggio di rientro a Roma… e la mia morte…

Ma durante il viaggio di ritorno, qualcosa andò storto: la nave che doveva condurmi a Roma ebbe dei problemi e fio mi ritrovai in una località conosciuta come Porto Ercole, stanco, amareggiato, solo e malato. Morì così il 18 Luglio del 1610, non avendo ancora 39 anni.

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Forse in fondo lo sapevo che la mia vita non sarebbe stata lunga e forse un po’ me la sono cercata. Ma so per certo che i miei quadri, le mie tele raccontano ancora molto di me, delle mie passioni, delle mie inquietudini e di ciò in cui ho sempre creduto. I miei Santi (come San Francesco, Santa Maria Maddalena, San Giovanni Battista, la Vergine Maria, San Matteo, ecc.), i miei personaggi biblici (David e Golia, Giuditta e Oloferne, ecc.), i miei ritratti e le mie nature morte oggi sono esposti nei musei di tutto il mondo così come nelle chiese: in fondo un posto nel Paradiso degli artisti sono riuscito a guadagnarmelo anche io!