Ostiense e Testaccio: tracce di archeologia industriale

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Con l’Unità d’Italia, Roma divenne la capitale del nuovo regno e non è un caso che proprio a partire dalla fine dell’Ottocento, grandi complessi architettonici legati ad attività produttive o di distribuzione delle merci a destinazione industriale iniziarono a coprire estese aree urbane. Andiamo a scoprire in dettaglio l’area di Ostiense e Testaccio. 

 

Il nuovo polo industriale: Ostiense e Testaccio

La zona di Roma che meglio si adattava a tale scopo era quella lungo la via Ostiense, per il suo territorio pianeggiante e per la presenza di numerose vie di comunicazione: la via Ostiense, il fiume con il Porto di Ripa Grande e la ferrovia con il Ponte di Ferro (o Ponte dell’Industria), inaugurato da papa Pio IX nel 1863. Fu così che Roma divenne una città all’avanguardia in campo industriale, sia per tipologia di stabilimenti e impianti realizzati, sia per le tecniche e i materiali impiegati nella loro costruzione: si utilizzò il cemento armato alternato ad elementi in ferro, senza però rinunciare all’aspetto decorativo dei prospetti e degli interni.

 

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Gioacchino Ersoch: il Mattatoio di Testaccio e il Mercato del Pesce

Uno dei nomi più importanti di questi anni è quello di Gioacchino Ersoch, architetto per Roma Capitale. A lui si devono, tra i molti interventi, l’ampliamento del Cimitero del Verano, la ristrutturazione interna del Teatro Argentina, ma soprattutto la realizzazione nel 1888 del Mattatoio di Testaccio, che doveva andare a sostituire il vecchio stabilimento di Campo Marzio. Il nuovo impianto si estendeva su una superficie enorme e la navigabilità del Tevere oltre alla vicinanza alla ferrovia per Civitavecchia, garantivano un rapido approvvigionamento dei materiali e lo smaltimento dei residui della macellazione. Molti i materiali utilizzati nella costruzione (mattoni, ghisa e ferro), ma fu la progettazione l’aspetto più interessante. Ersoch infatti distribuì i diversi edifici secondo moderni principi di funzionalità e igiene: area macellazione vicino alle stalle, ai bagni e agli stabilimenti per la lavorazione del sangue; pompe per la rete fognaria, sistema di binari sospesi per il trasporto delle bestie e ancora le prime apparecchiature generatrici di freddo per la conservazione delle carni.

 

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Sempre ad Ersoch si deve la realizzazione di un ampio corpo di fabbrica lungo via di San Teodoro (Rione Ripa) da utilizzare come sede per il Mercato del Pesce; nel 1930, entrati però in uso i nuovi Magazzini Generali, le strutture vennero trasformate per ospitare l’Autoparco del Governatorato.

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Le altre fabbriche: i Mulini Biondi e lo Stabilimento Mira

La vocazione industriale della zona continuò negli anni successi e l’area vide infatti l’apertura di numerose fabbriche, tra cui per esempio i Mulini Biondi e nel 1899 una società di prodotti chimici e concimi, poi un deposito di petrolio e benzina e nel 1917 lo Stabilimento Mira, produttore di candele e saponi. La materia prima usata fu inizialmente il grasso animale degli scarti del mattatoio, poi la sansa delle olive. Nel 1924 la fusione con la società Lanza che durò fino al 1955, anno di chiusura dello stabilimento (oggi divenuta struttura decentrata del Teatro India).

 

 

Il quartiere nei primi anni del 1900: Porto Fluviale, Magazzini Generali, Gazometro e Centrale Montemartini

La vera svolta avvenne però nei primi del 1900 con la giunta Nathan che cominciò a sviluppare un’articolata e strutturata politica produttivo-industriale per l’intero quartiere Ostiense. Vennero così creati il Porto Fluviale con gli annessi Magazzini Generali progettati dall’ingegnere Emilio Saffi con due comparti, uno per il mercato di frutta e verdura e un altro destinato alla vendita di pesce, carni e uova. A causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale però, i lavori si interruppero e si ripresero in tempo di pace, andando però a modificare largamente il progetto iniziale. Ma non solo. Si aggiunsero poi lo stabilimento del Gas (oggi Italgas) con il Gazometro e la Centrale Termoelettrica Montemartini.

 

 

 

Il tramonto del polo industriale Ostiense/Testaccio

Se è vero che la ferrovia, il Tevere (fondamentali vie di trasporto alla fine dell’Ottocento) e la vicinanza dei quartieri operai di Testaccio e Garbatella (sorti in parallelo), certamente favorirono la nascita dell’intera area industriale, di fatto furono fattori che segnarono il suo stesso rapido declino. Il costante e progressivo sviluppo urbanistico di Roma ha portato negli anni seguenti ad una delocalizzazione delle strutture industriali presenti in questo angolo della città, anche perché fu preferito il trasporto su gomme a quello fluviale o ferroviario  e di conseguenza tutti gli stabilimenti, anno dopo anno, iniziarono a chiudere per essere poi convertiti in strutture, fortunatamente spesso a carattere culturale. Controlla qui per vedere quando è in programma una visita guidata a Ostiense e Testaccio!

 

 

Le Basiliche del Celio

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Il Celio è uno dei mitici colli romani e vanta una storia lunghissima. In origine il nome doveva essere mons Querquetulanus per la quantità di querce che lo ricoprivano, mentre l’origine del nome Caelius viene concordemente fatta risalire all’etrusco Celio Vibenna, il cui aiuto si rivelò fondamentale per l’ascesa di Servio Tullio al comando di Roma. Luogo determinante durante tutto il periodo della Roma Imperiale, tra Medioevo e Rinascimento, il Celio si spopolò, ma non perse mai la sua importanza, poiché qui furono costruiti considerevoli luoghi di culto, tutti di antichissima fondazione, come le Chiese dei Santi Quattro Coronati e di San Gregorio e le Basiliche dei Santi Giovanni e Paolo, di Santa Maria in Domnica e di Santo Stefano Rotondo. Scopriamole insieme!

 

Basilica e Monastero dei Santi Quattro Coronati

Costruita nel IV secolo d.C., la basilica deve il suo nome alla tradizione del martirio di quattro soldati romani che si rifiutarono di adorare il dio Esculapio e di cinque scultori di Pannonia. L’insieme delle costruzioni conserva ancora oggi il severo carattere che aveva nel Medioevo, quando fungeva da bastione di difesa della vicina Basilica di San Giovanni in Laterano. Di straordinaria bellezza il chiostro del Duecento definito probabilmente il più suggestivo che i marmorari abbiano mai lasciato in Roma e l’Oratorio di San Silvestro, famoso per il ciclo di affreschi del XIII secolo.

 

 

Chiesa di San Gregorio al Celio

Fondata nel 575 d. C. da San Gregorio Magno all’interno della propria abitazione, fu inizialmente dedicata a Sant’Andrea Apostolo, salvo poi divenire nell’Alto Medioevo una chiesa dedicata al santo pontefice. Assunse il suo aspetto attuale tra fine Cinquecento e inizio Seicento, grazie agli interventi di Giovanni Battista Soria (per l’esterno) e di Francesco Ferrari (per l’interno). Gioielli assoluti della chiesa, commissionati dal cardinale Cesare Baronio all’inizio del XVII secolo, sono i tre oratori che custodiscono al loro interno opere straordinarie, come gli affreschi della Flagellazione di sant’Andrea del Domenichino, i Santi Pietro e Paolo e il Sant’Andrea al Tempio di Guido Reni e ancora una Vergine con i santi Andrea e Gregorio del Pomarancio.

 

 

Basilica dei Santi Giovanni e Paolo

La basilica fu edificata per volere del senatore Bizante nel V sec. d.C. sull’abitazione di Giovanni e Paolo, soldati romani del IV secolo d.C., che qui furono imprigionati, martirizzati e sepolti (guarda quando è in programma una visita guidata alle Case Romane del Celio). All’esterno il suo aspetto severo è caratterizzato dall’elegante portico del XII secolo, mentre l’interno venne più volte modificato durante i secoli e ancora oggi possiamo ammirare le numerose opere realizzate da grandi artisti, come per esempio Antoniazzo Romano e Nicolò Circignani, detto il Pomarancio.

 

 

Basilica di Santa Maria in Domnica alla Navicella

Antica diaconia, fu fondata probabilmente nel VII secolo sui resti di una costruzione romana: ricostruita da papa Pasquale I nel IX secolo, fu nuovamente rinnovata intorno al 1513 dal cardinale Giovanni de’ Medici, divenuto poi papa Leone X.  La semplice facciata rinascimentale non preannuncia la meraviglia custodita al suo interno: sotto il bel soffitto ligneo a cassettoni, un fregio rinascimentale affrescato da Perin del Vaga, su disegno di Giulio Romano, con i motivi araldici medicei, conduce il nostro sguardo verso l’abside, fino ai superbi mosaici di IX secolo, realizzati all’epoca di papa Pasquale I. 

 

 

Basilica di Santo Stefano Rotondo

Santo Stefano Rotondo, una delle chiese più antiche d’Italia a pianta circolare, fu eretta e consacrata al culto da papa Simplicio alla fine del V secolo. Straordinario al suo interno l’apparato decorativo: una serie di affreschi realizzati dal Pomarancio e dal Tempesta (insieme ad altri artisti) rivestono completamente le pareti dell’intera basilica e mostrano le impressionanti atrocità inflitte ai martiri cristiani. 

 

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Sono Michelangelo… Il Genio del Rinascimento

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Ve lo dico subito così almeno non partiamo con il piede sbagliato: quello che vi ha detto quello sbruffoncello di Raffaello non è affatto vero! Povero Michelangelo, povero me, tutti a dirmi che sono burbero, avaro, antipatico, sempre a darmi addosso, senza sapere nulla di me… cialtroni!

Certo devo ammettere che il giovane di Urbino, sì, Raffaello Sanzio, è molto bravo nel suo lavoro… ogni tanto infatti mi piace sbirciare le suo opere. Ad esempio una volta sono entrato di soppiatto in casa del potente banchiere Agostino Chigi per vedere cosa stesse dipingendo su una delle pareti della loggia al piano terreno e beh, che dire, il disegno di Galatea, la ninfa del mare sul suo cocchio trainato da delfini, era semplicemente “divino”…

 

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Michelangelo

 

 

Io non ho rivali

Ma io di certo non ho rivali, sin da quel giorno in cui tirai fuori, come per magia, da un grosso blocco di marmo bianco, la statua della Pietà (come di cosa parlo? La Pietà è il titolo di quella scultura che rappresenta Maria che abbraccia il corpo di Gesù morto ed oggi la potete vedere dentro la Basilica di San Pietro).

Avevo solo 24 anni e in un attimo mi trovai ad essere uno dei migliori artisti non solo di Firenze – ah dimenticavo di dirvi che sono un bel toscanaccio, nato a Caprese in provincia di Arezzo nel 1475 – la città dove ho studiato e ho iniziato a fare lo scultore, ma anche di Roma dove mi trovavo appunto per lavoro.

Ho sempre viaggiato molto perché so bene che bisogna farsi conoscere dai ricchi signori, vescovi e cardinali che si trovano in tutta Italia, ma mi è sempre piaciuto tornare a Firenze dove, tra le mie molte opere, si trova il David. Non avevo ancora 30 anni quando scolpì questa gigantesca statua di marmo bianco. Sì, un attimo, ora vi spiego chi è David… Però studiate un po’, pure voi! David è un personaggio della Bibbia, è il re dei Giudei, ma divenne famoso perché da adolescente riuscì con la sua mazzafionda a sconfiggere il gigante Golia! Ma che vi ridete… è nudo, sì, e con questo? Sciocchini, per me il corpo maschile nudo rappresenta la perfezione, la Bellezza con B maiuscola, proprio come per gli scultori dell’antica Grecia!

 

 

La Cappella Sistina

Comunque, tornando a noi, anzi a me, ho deciso di vivere la maggior parte del mio tempo a Roma, perché ovviamente sono stato scelto come uno degli artisti di fiducia del papa… a dir la verità pure troppa questa fiducia! A forza di lodarmi infatti mi sono “fregato” con le mie stesse mani, perché ad un certo punto papa Giulio II mi disse: “Ah senti Michelangelo mi piacerebbe ridipingere il soffitto della Cappella Sistina, che potresti per caso disegnarci su un po’ di scene ispirate all’Antico Testamento e in particolare al primo libro della Genesi, dove in soldoni si racconta la storia della creazione del mondo e del primo uomo Adamo e della prima donna Eva, del peccato originale, di Noè, ecc. ecc.???” COSAAAA??? Non sapete mi è preso un colpo… Io non sono un pittore, io sono uno scultore! Ho pianto, urlato, protestato, supplicato, ma non c’è stato nulla da fare, ho dovuto con mio sommo dispiacere prendere questo incarico per compiacere il papa.

 

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Le storie della Genesi…

Così, solo, per 4 lunghi anni, ho lavorato dall’alba fino a notte fonda grazie al lume delle candele, senza sosta, arrampicato sulle impalcature e con la schiena ricurva per poter meglio disegnare uno dei capolavori dell’arte mondiale: la Creazione di Adamo (sì esatto, quello con le dita che si toccano!)

 

… e il Giudizio Universale

Da quel momento in poi ricevetti un incarico dietro l’altro e lavorai da solo, raramente con qualche aiuto, a numerose opere, alcune delle quali mi fecero assai pensare, perché spesso venivo insultato e non capito da quei bifolchi.

Per fortuna a consolarmi c’era la mia amata poesia, le lettere che scambiavo quasi quotidianamente con alcuni amici, soprattutto con la mia più cara amica e musa ispiratrice, la principessa Vittoria Colonna. No che non ero innamorato di lei, io questo sentimento così sciocco come l’amore non credo di averlo mai provato per nessuno ed è per questo che non mi sono sposato, figuriamoci se mi fossi messo in casa una donnetta ficcanaso!

Tornando a me, sapete molti anni dopo tornai di nuovo nella Cappella Sistina, questa volta per affrescare sulla parete principale il Giudizio Universale (cioè quando Gesù tornerà di nuovo nel mondo per giudicare i cattivi e i buoni). Per questo capolavoro mi sono ispirato all’arte antica – come del resto per molti altri miei lavori anche di scultura e architettura – ma anche a tante storie medievali come ad esempio la Divina Commedia di Dante Alighieri (non mi dite che non ne avete mai sentito parlare?!?!).

 

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Una vita dedicata al “bello”

E’ davvero complicato riassumere i miei quasi 89 anni di vita in poche righe, basti pensare che come architetto ho progettato parte della Basilica di San Pietro e di piazza del Campidoglio a Roma solo per citarne alcune, ho decorato numerose chiese e vari altri edifici anche a Firenze, ho scolpito statue e monumenti funerari. Insomma una vita dedicata all’arte e al Bello, che ricercavo in ogni cosa che facevo.

 

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La mia morte

Si dice che sono morto solo e vecchio nella mia catapecchia a Macel de’ Corvi, una zona di Roma oggi scomparsa, nei pressi di piazza Venezia. Quando mio nipote venne ad occuparsi del mio funerale, trovò in casa un forziere pieno di ori e argenti: mi hanno sempre dato del tirchio, ma io ero solo un gran risparmiatore, perché da bambino ho patito gli stenti e la fame e so cosa vuol dire essere povero! Mi seppellirono una prima volta a Roma, ma poi il mio povero corpo fu rubato da quell’ingrato di mio nipote in combutta con la potente famiglia dei Medici e trasportato a Firenze, nella Chiesa di Santa Croce, dove ancora oggi si trova.

Cosa penso io? Penso che una parte di me sia in ciascuna delle mie opere, cosicché passati quasi cinquecento anni io ho ancora qualcosa da dire a ciascuno di voi…

 

 

 

Roma e i suoi obelischi

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Roma è la città che possiede il maggior numero di obelischi al mondo, persino più dell’Egitto, l’antica terra dei faraoni, dove questi monoliti iniziarono a diffondersi divenendo, insieme alle piramidi, il simbolo di questa gloriosa civiltà. Da loro chiamati “tekenu”, raggi di sole pietrificati, furono poi chiamati dai Greci “obeliskos”, diminutivo che significa “asta” o “ago”, nome poi adottato anche dai Romani. Dopo la Battaglia di Azio del 31 a.C., che vide il trionfo di Ottaviano su Marco Antonio e Cleopatra, l’Egitto divenne provincia romana, i rapporti con Roma si intensificarono insieme alle tracce lasciate dagli Egizi, tra cui appunto anche i celebri obelischi. Ve ne sono oggi molti ancora ben visibili in tutto il centro cittadino, ma non tutti sono proprio originali o così antichi. Scopriamo insieme le differenze…

Obelischi di epoca faraonica (con o senza geroglifici) trasportati dall’Egitto a Roma

Obelisco Lateranense. Con i suoi 32,18 metri, è il più alto al mondo! Di granito rosso, fu innalzato a Tebe ed è datato al 1450 a.C. circa: si trovava a Karnak quando Ottaviano lo vide, ma a portarlo a Roma fu il figlio dell’imperatore Costantino, Costanzo, che lo inaugurò nel 357 d.C., facendolo innalzare nel Circo Massimo.

Obelisco Vaticano. Secondo per altezza (m. 27,37), fu innalzato ad Eliopoli e giunse a Roma con Caligola nel 37 d.C. per essere innalzato nel Circo posto accanto all’attuale Basilica di San Pietro. 

Obelisco Flaminio. Terzo per altezza (m. 23,20), è il più antico dopo quello Lateranense. Sorgeva a Eliopoli e probabilmente fu il primo obelisco a giungere a Roma al tempo di Augusto per celebrare appositamente la vittoria sull’Egitto. 

Obelisco di Montecitorio. Quarto per altezza (m. 22), giunse a Roma da Eliopoli e fu utilizzato da Ottaviano Augusto come gnomone nella grande meridiana del Campo Marzio.

 

 

Obelisco Sallustiano. Giunto a Roma probabilmente all’epoca di Augusto (ma non tutti gli studiosi sono concordi), presenta geroglifici copiati dall’obelisco Flaminio, spesso però in maniera errata! Fu eretto nel Circo di Sallustio, posto tra Porta Salaria e Porta Pinciana, nell’area in cui poi sorse la chiesa luterana di via Sicilia.

Obelisco Esquilino e Obelisco del Quirinale. L’obelisco Esquilino è di ignota provenienza e si ritiene sia stato trasportato a Roma all’epoca dell’imperatore Claudio; quello del Quirinale invece arrivò per volere di Domiziano. I due obelischi, privi di geroglifici, ornavano l’ingresso del Mausoleo di Augusto. 

Obelisco della Minerva. Eretto dal faraone Apries nel VI secolo a.C., è tra i piccoli della città, misurando appena m. 5,47! Trasportato a Roma in epoca incerta, fu innalzato nell’Iseo Campense, santuario dedicato alla dea egizia Iside, nei pressi del Pantheon.

 

 

Obelisco della Rotonda e Obelisco di Villa Celimontana. Eretto probabilmente nella città di Eliopoli davanti al tempio del Sole, il primo era dedicato a Ramses II e concepito in coppia con quello oggi a Villa Celimontana. I due obelischi furono trasferiti poi a Roma (non si sa sotto quale imperatore) per essere poi innalzati nell’Iseo Campense.

Obelisco delle Terme di Diocleziano. Eretto a Eliopoli da Ramses II insieme all’obelisco oggi a Firenze (nel Giardino di Boboli), fu trasportato a Roma, dopo la conquista dell’Egitto, per ornare l’Iseo Campense.

 

 

Obelischi eretti dagli imperatori a Roma (con o senza geroglifici)

Obelisco di piazza Navona. In granito rosso e alto m. 16,54, risale all’epoca di Domiziano: nella parte superiore infatti sono incisi il nome e la figura dell’imperatore romano, riprodotto in costume egizio. Innalzato nell’Iseo Campense, fu poi fatto trasportare da Massenzio nel suo Circo sull’Appia Antica nel IV secolo a.C. 

Obelisco del Pincio. Eretto da Adriano davanti al monumento funerario di Antinoo nella villa di Tivoli, è l’unico obelisco che reca in geroglifico la trascrizione del nome di “Roma”, essendo la realizzazione appunto di fattura romana!

 

 

Cosa succede agli obelischi dopo la caduta dell’Impero Romano?

Con la caduta dell’impero romano, gli obelischi iniziarono a crollare e a rompersi in più parti, finendo quasi sempre per essere ricoperti da metri e metri di terra. Iniziarono poi ad essere riscoperti solo nel Cinquecento quando i pontefici, a partire da Sisto V, decisero di restaurarli per innalzarli nuovamente in città. Rappresentavano infatti ottimi punti di arrivo e di convergenza visiva nel nuovo assetto urbanistico dato alla città, diventando una caratteristica propria di Roma: posizionati nelle mappe cittadine, davano la possibilità a pellegrini e viaggiatori di raggiungere con estrema facilità le piazze e i luoghi più importanti. Non è un caso quindi che, ponendosi al centro dell’incrocio tra via del Quirinale e via delle Quattro Fontane, sia possibile vedere contemporaneamente tre obelischi: Quirinale, Sallustiano ed Esquilino!

 

Obelischi di epoca moderna

Obelischi di Villa Borghese. Desiderando ingrandire Villa Pinciana, il principe Camillo Borghese (sposato con la celebre Paolina Bonaparte), incaricò Luigi Canina di porre una porta di colore rossastro in stile egizio, fiancheggiata da due stele, che mettesse in comunicazione la parte antica della villa con la nuova.

Obelischi di Villa Torlonia. Il principe Alessandro Torlonia fece innalzare nei giardini della propria residenza due obelischi in granito rosa con geroglifici incisi su tutti i lati, dedicandoli alla memoria degli amati genitori. 

Obelisco Marconi. All’Eur, proprio al centro di piazza Guglielmo Marconi, svetta in tutta la sua imponenza l’obelisco realizzato da Arturo Dazzi, inaugurato nel 1959 e dedicato al celebre fisico italiano. I 92 pannelli che compongono il rivestimento raffigurano danze, canti, preghiere e animali: una sorta di ringraziamento dell’uomo e della natura per le straordinarie scoperte di Gugliemo Marconi. 

 

 

Controlla il programma mensile per vedere quando è prevista una visita guidata per andare insieme alla scoperta degli obelischi di Roma!

 

 

 

 

Mi presento son Raffaello… Il pittore del Bello!

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C’era una volta tanto tempo fa… Fermi tutti! Ma che noiaaaa!!! Questa è la mia storia e io non sono certo un tipo da favoletta noiosa o da cantilena. Mi presento signore e signori, anzi bambine e bambini, sono Raffaello Sanzio, di mestiere pittore e anche un po’ architetto.

 

Io sono il “divin pittore”

Come avrete capito non sono un tipo qualunque ed è per questo che tutti da più di 500 anni mi chiamano Raffaello il “divino”… Voi direte: CINQUECENTOANNI??? Come è possibile! Ebbene vi svelo un segreto: l’arte, quella vera, e il genio, quello vero, rendono immortali! Sì lo so, forse sono un po’ superbo, ma che volete farci, sin da bambino ho sempre ricevuto lodi e complimenti per i miei lavori.

 

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Eh sì, perché ho iniziato a disegnare che ero alto più o meno come un soldo di cacio, grazie al mio papà Giovanni, che era proprio un bravo artista e lavorava per il Duca Federico, signore di Urbino, la mia città di nascita. Purtroppo persi i miei genitori molto presto e così decisi di non perdere tempo e di darmi da fare per diventare il più bravo artista del mondo!

Cominciai dunque a lavorare per alcuni importanti pittori, come un signore di nome Pietro detto il Perugino, al tempo il migliore in circolazione. Mi insegnò molto, sapete, e in quel periodo mi divertii anche tanto perché ero giovane, allegro e pieno di voglia di fare! Conobbi un sacco di persone tra cui quello che potremmo considerare un buon amico, pittore anche lui, di nome Bernardino, che però essendo piccolino di statura tutti chiamavano Pinturicchio.

 

La mia vita tra Perugia e Firenze

Grazie ai miei maestri lavorai sia a Perugia che a Firenze: wow ragazzi un sogno! Firenze era la città dei grandi artisti, lì sì che avrei imparato tantissimo… C’era infatti una bottega di pittori proprio vicino alla piazza principale della città, dove spesso mi piaceva trascorrere del tempo insieme ad altri ragazzi come me, tutti innamorati dell’arte!

Certo non lo nego, tra questi c’era anche un giovane che mi è sempre stato profondamente antipatico: burbero, scontroso, avido… figurarsi mai un sorriso, mai una parola buona. Però devo ammetterlo: non ho mai ammirato nessuno come lui e forse in cuor mio l’ho sempre invidiato. Nessuno sapeva plasmare la pietra come lui! E non solo… anche con i pennelli non se la cavava affatto male… e va bene sapeva pure fare l’architetto… scriveva anche qualche poesiola di tanto in tanto… però era proprio odioso!!! Ah dimenticavo si chiamava Buonarroti, Michelangelo Buonarroti.

 

La mia vita a Roma

Tornando a me, ad un certo punto ho capito che per diventare il migliore dovevo andare a Roma, sì Roma, la Roma dei secoli antichi, la capitale dell’Impero, l’invincibile e oggi la sede della Chiesa e dei papi! Sapete sin da piccolo ho sempre amato la storia e in generale mi hanno sempre affascinato le opere antiche. Finalmente avrei potuto passeggiare ore e ore e vedere i vecchi monumenti di Roma: il Colosseo, il Pantheon, la Piramide!!!

Comunque amici miei arrivo a Roma e lì non ce n’è per nessuno!!! Grazie al mio compaesano Donato Bramante, architetto del papa, ricevo subito un lavoretto di quelli niente male: dipingere le stanze in Vaticano dove abita il papa in persona… che colpaccio, vero?

 

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Sala della Segnatura (Appartamento Giulio II della Rovere)

 

 

In generale furono anni frenetici, pieni di lavoro, tanto che ben presto dovetti assumere dei collaboratori per farmi dare una mano. Tutti volevano una mia opera, ricchi signori, cardinali, nobili dame, chiese e conventi… A un certo punto non sapevo più a chi dare i resti!

Volete sapere una mia giornata tipo? La mattina sveglia presto per fare il giro dei cantieri, poi passare nelle mie botteghe, subito dopo a pranzo con qualche importante personaggio e poi di nuovo a lavoro fino a sera. Per fortuna avevo una bella casa proprio vicino San Pietro!

 

Il mio grande amore

Va bene, a voi lo posso confidare, tanto non è un segreto per nessuno: la mia vita non è solo lavoro, ho sempre avuto un debole per le belle ragazze e per il divertimento con gli amici. Anche se da un po’ di tempo credo di essermi innamorato sul serio, sapete quella storia delle farfalle nello stomaco? Lei si chiama Margherita ed è la figlia del fornaio di Trastevere, per questo io la chiamo affettuosamente Fornarina. È così bella, talmente bella, che spesso le chiedo di posare come modella per i miei quadri. La mia vita è sempre stata al top!

 

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La Fornarina

 

 

La mia morte

Purtroppo però una brutta malattia mi ha colpito all’improvviso e così a soli 37 anni finisce la mia vita… se mi dispiace? Beh un po’ certo. Chissà cosa avrei potuto ancora fare. Però so di aver vissuto una vita piena e di aver avuto un funerale bellissimo: sono stato persino sepolto nel Pantheon con una scritta che tutte le volte che la leggo mi fa piangere: Qui giace Raffaello. Da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.” Bella vero? Ne vado proprio fiero!

 

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E poi alla fine ecco… Sono passati 500 anni, ma ancora tutti nel mondo si ricordano di me: basta pronunciare il mio nome, “Raffaello”, e nella mente di ciascuno si apre un’immagine di bellezza!

 

 

Terme di Diocleziano: ieri e oggi

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Tra i complessi termali più imponenti dell’antica Roma, vi sono certamente le terme edificate da Massimiano, inaugurate tra il 305 e il 306 d.C. e dedicate a Diocleziano, con cui l’imperatore condivideva il comando dell’impero. Estese su una superficie di ben 13 ettari, potevano contenere fino a 3.000 persone e riproducevano il tipico schema delle grandi terme imperiali, caratterizzato dalla disposizione delle sale principali (calidarium, tepidarium e frigidarium) lungo un asse centrale. Rimasero in uso fino alla metà del VI secolo, quando la guerra greco-gotica causò gravi danneggiamenti in tutta la città, tra cui anche l’interruzione dell’alimentazione idrica.

 

 

 

Pio IV e Michelangelo: la trasformazione in Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri

Abbandonate e cadute in disuso, fu solo nel Cinquecento che tornarono ad essere protagoniste in città, quando papa Pio IV nel 1561 destinò l’area delle antiche Terme alla costruzione di una chiesa e di una certosa dedicate alla Madonna degli Angeli e dei Martiri, affidando il progetto a Michelangelo.

 

 

La genialità del progetto fu tutta nell’aver immediatamente compreso la potenza architettonica che le antiche strutture ancora possedevano: Michelangelo infatti realizzò la chiesa adattando al nuovo uso il frigidarium e parte della natatio (piscina scoperta) e per gli ambienti della certosa (i due chiostri e le abitazioni dei monaci) i vani situati nella parte settentrionale delle antiche terme. A questi poi Michelangelo aggiunse la creazione più imponente: il chiostro maggiore che con i suoi lati di 100 metri scanditi da 100 colonne monolitiche, è uno dei più grandi d’Italia!

 

 

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Piazza della Repubblica

E osservando poi il grandioso prospetto di piazza della Repubblica, si può avere un’idea dell’enormità delle Terme di Diocleziano. I palazzi che qui si affacciano, realizzati tra 1887 e 1898, sono opera di Gaetano Koch, architetto che decise di modellare il colonnato della piazza in forma semicircolare, seguendo esattamente il profilo dalla grande esedra delle terme romane. Per ricordare l’importanza dell’acqua nella zona, svetta oggi al centro della piazza la fontana delle Naiadi, opera del palermitano Mario Rutelli, che ha scolpito il gruppo artistico nel 1901.

 

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Le naiadi rappresentate sono la Ninfa dei Laghi, riconoscibile dal cigno; la Ninfa dei Fiumi, sdraiata su un mostro acquatico; la Ninfa degli Oceani, in sella ad un cavallo, simbolo del mare; e la Ninfa delle Acque Sotterranee, poggiata sopra un drago misterioso. Al centro si trova invece il gruppo del Glauco (aggiunto nel 1912), simbolo del dominio dell’uomo sulla forza naturale.

Scopri qui quando andremo insieme a visitare il complesso del museo delle Terme di Diocleziano!

 

 

Il Gianicolo Risorgimentale

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Il Gianicolo, colle celebre per le sue terrazze panoramiche, vanta una storia molto lunga. Pur non rientrando nella celebre rosa dei mitici sette colli, il suo nome sembra essere direttamente collegato al dio Giano che, secondo la tradizione, qui avrebbe fondato un centro abitato noto appunto con il nome di Ianiculum.

 

1849: la Repubblica Romana e Garibaldi

Ma la sua fama è certamente legata agli eventi che qui si svolsero nel 1849. Il 9 Febbraio 1849 venne proclamata la Repubblica Romana, che ebbe vita breve, nonostante l’intervento difensivo di Garibaldi. Il 24 Aprile infatti, un corpo di spedizione francese sbarcò a Civitavecchia con l’intento di restituire Roma a Pio IX, fuggito a Gaeta. Dopo una prima sconfitta a Porta San Pancrazio, ricevuti i rinforzi, i Francesi sferrarono, agli inizi di Giugno, l’attacco decisivo: il Gianicolo fu quindi bombardato e preso d’assalto e a nulla valsero le barricate difensive dei mazziniani e dei garibaldini.

 

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Attacco a Villa Pamphilj – 3 giugno 1849

 

Il Gianicolo Risorgimentale

Le vicende eroiche di quei valorosi combattenti furono ben presto prese come esempio massimo di lotta per la libertà e per la patria, divenendo epopea. Eroi come Luciano Manara e Goffredo Mameli trovarono la morte proprio qui, lontani dalle loro città d’origine, ma accomunati da quello spirito unitario comune a tutti gli eroi risorgimentali. Fu così quindi che nel 1883, le nuove istituzioni italiane, Stato e Comune di Roma, acquistarono l’area sul colle per trasformarla in passeggiata pubblica dedicata alla memoria della Difesa di Roma.

 

I monumenti celebrativi: Garibaldi, Anita e le erme dei garibaldini

Due le opere principali: il monumento a Garibaldi realizzato da Emilio Gallori (inaugurato nel 1895) e quello ad Anita ideato da Mario Rutelli (inaugurato nel 1932). Tra di loro, la lunga passeggiata in cui si stagliano, una dopo l’altra, le numerose erme e busti degli eroi garibaldini, realizzati da importanti scultori, come Ettore Ximenes, Ettore Ferrari ,Giovanni Prini, Giovanni Nicolini, Publio Morbiducci e Amleto Cataldi.

 

 

 

Il Mausoleo Ossario Garibaldino

La commemorazione degli eroi continua anche nel Mausoleo Ossario Garibaldino, progettato dall’architetto Giovanni Jacobucci e solennemente inaugurato il 3 Novembre 1941: qui sono accolti i resti dei caduti nelle battaglie per Roma Capitale dal 1849 al 1870. Al centro di un’area recintata, un austero quadriportico in travertino, costituito da tre archi a tutto sesto su ogni lato e in posizione elevata su una gradinata, racchiude il nucleo centrale del monumento: un’ara ricavata da un unico blocco di granito rosso di Baveno, arricchito da figurazioni allegoriche ispirate all’Antica Roma, tra cui la lupa, l’aquila imperiale, scudi e gladi.

 

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Porta San Pancrazio

Per comprendere al meglio questo pezzo importante della nostra storia, merita certamente una visita il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina ospitato all’interno di Porta San Pancrazio, aperto al pubblico nel 1976.

 

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Ti aspettiamo alla nostra visita guidata “Porta San Pancrazio e il Gianicolo Risorgimentale” per andare alla scoperta di tutta l’interessante storia “dell’ottavo” colle di Roma: scopri quando nel programma mensile!

 

 

Raffaello. La mostra alle Scuderie del Quirinale

A 500 anni dalla morte di Raffaello, la città di Roma celebra il grande artista del Rinascimento italiano con una mostra che si annuncia straordinaria! Il tributo più importante collegato all’Urbinate si celebra proprio a Roma, la città che lo ha reso il Raffaello conosciuto oggi in tutto il mondo, città dove morì all’età di soli 37 anni.

 

Raffaello 1520-1483: la mostra evento delle celebrazioni del quinto centenario dalla morte

La mostra si presenta eccezionale poiché per la prima volta sono esposte più di 100 lavori autografi o comunque riconducibili alla sua sfera, a cui si sommano altre numerose opere utili per confronti. Notevoli i prestiti e le collaborazioni internazionali: grazie al lavoro di esperti mondiali è stato infatti possibile organizzare l’intera mostra, considerata l’evento di punta delle celebrazioni del quinto centenario dalla morte.

 

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Il percorso espositivo

Fu a Roma che Raffaello riuscì a trovare la perfetta committenza, grazie ai papi, ai facoltosi nobili, agli umanisti e ai dotti letterati. Qui visse per ben 11 anni, dal 1509 al 1520 ed è qui che riuscì ad esprimere il suo talento in forme nuove e sperimentali che lo consacrarono, insieme a Michelangelo, come massimo artista del Rinascimento. Una mostra grazie alla quale sarà possibile conoscere tutta la sua opera pittorica romana, ma non solo.

Un percorso espositivo che esplora l’intera attività progettuale di Raffaello: dalle arti plastiche a quelle decorative, dall’antiquaria fino all’architettura e all’urbanistica: fu nel 1514 infatti che l’Urbinate divenne responsabile dell’importante Fabbrica di San Pietro. Non fu infatti solo artista: gli furono affidati compiti importantissimi come condurre scavi per riportare alla luce i capolavori dell’antichità; studiare e conservare le vestigia urbane; sovrintendere il cantiere della Basilica di San Pietro fino a perfezionare lo studio e il metodo della pittura.

Non stupisce quindi che la sua prematura scomparsa abbia gettato nello sconforto la maggior parte dei suoi contemporanei, soprattutto tra quella folta schiera di umanisti e mecenati che aveva così tanto ispirato e allietato con le proprie creazioni. E’ infatti lo stesso epitaffio in latino inciso sulla sua tomba all’interno del Pantheon a descrivere alla perfezione l’idea e lo stato d’animo di quel 6 Aprile 1520: “Qui sta quel Raffaello, mentre era vivo il quale, la Natura temette di essere vinta e, mentre moriva, di morire con lui”.

 

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Particolarità assoluta della mostra, è il suo essere articolata a ritroso, in un travolgente flash back. Si parte proprio dalla fine di tutto, per ripercorrere poi, sala dopo sala, l’intera vita dell’Urbinate: da Roma a Firenze, da Firenze all’Umbria, fino alle radici urbinate.

 

I capolavori in mostra

Ma cosa ci aspetta? Potremo ammirare opere dal valore immenso come per esempio la Madonna del Granduca e la Velata dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze; la Pala di Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna; opere mai tornate in Italia dopo la loro dipartita come per esempio la Madonna Alba dalla National Gallery di Washington; e ancora il Ritratto di Baldassare Castiglione e l’Autoritratto con amico dal Louvre. Bellissimo poi poter vedere, per la prima volta nella stessa esposizione, i due ritratti che Raffaello realizzò per i pontefici che lo consacrarono all’immortalità, Giulio II della Rovere e Leone X de’ Medici. Non mancano le opere più celebri, come la Fornarina o la Madonna della Rosa.