Palazzo Altemps: dove l’arte diventa incanto

Tra i musei più straordinari di tutta la città, Palazzo Altemps merita indubbiamente un posto molto alto in classifica. Situato proprio alle spalle dell’incantevole piazza Navona, spesso passa quasi inosservato: sono infatti pochi i visitatori infatti che si spingono al suo interno. Il palazzo è una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano e ospita una serie di opere molto pregiate, pezzi appartenuti alle collezioni private di alcune delle più importanti famiglie romane: i Mattei, i Boncompagni Ludovisi, i del Drago e ovviamente i padroni di casa, gli Altemps.

 

Palazzo Altemps: un po’ di storia

La storia stessa del palazzo racconta tutta la sua antica importanza. Il nucleo originale risale infatti al XV secolo quando Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV della Rovere – pontefice che diede inizio alla costruzione della Cappella Sistina – incaricò Melozzo da Forlì della sua costruzione e decorazione.

 

Palazzo-Altemps-piattaia_lasinodoroDi questa più antica fase restano ancora oggi ben visibili alcuni affreschi, tra cui merita una particolare menzione la piattaia, posta in uno dei saloni del piano nobile. Un arazzo millefiori dipinto davanti a una credenza sulla quale sono disposti, su una delicata tovaglia, i doni per il matrimonio di Girolamo Riario e Caterina Sforza celebrato nel 1477. Oggi però lo conosciamo tutti come Palazzo Altemps perché effettivamente nel 1568 venne acquistato dal cardinale Marco Altemps, rimanendo poi di fatto possedimento della famiglia fino all’epoca moderna. Una delle ultime discendenti della famiglia che qui abitò fu Lucrezia Altemps la quale nel 1883 sposò proprio nella cappella privata interna Gabriele D’Annunzio. Il Palazzo poi nel 1982 fu acquistato dallo stato Italiano e nel 1997 trasformato in sede museale.

 

I capolavori di Palazzo Altemps

Un museo che tra le sale sontuosamente affrescate presenta al visitatore capolavori assoluti della storia dell’arte. Ecco quindi che proprio nella sala della Piattaia sono presenti il celebre Ares restaurato da Gian Lorenzo Bernini (sue sono infatti le integrazioni di naso, piede e spada) e il gruppo straziante di Oreste ed Elettra, stretti in un tenero abbraccio consolatorio dopo aver tagliato i capelli in segno di lutto per la morte del padre Agamennone.

 

 

Il Trono Ludovisi

Gioiello del museo è certamente il Trono Ludovisi, espressione più alta e poetica dell’arte magno-greca, pezzo più pregiato dell’intera collezione Boncompagni Ludovisi. I delicati rilievi raccontano la nascita di Afrodite, indicibile già per gli antichi – nasce infatti dalla spuma caduta in mare dai genitali di Urano evirato da Kronos – e per questo celata da un delicato velo che in origine era probabilmente dipinto come un cielo stellato.

 

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Trono Ludovisi

 

Il Galata Suicida

Altro importante pezzo è il Galata Suicida, rinvenuto negli Horti Sallustiani insieme al Galata Morente oggi ai Musei Capitolini. Sorpresa finale della visita è la Chiesa di Sant’Aniceto, la cappella privata di famiglia – di fatto una delle chiese più sontuose di Roma – che custodisce al suo interno le spoglie di Aniceto, uno dei primi pontefici e martiri cristiani.

 

 

Palazzo Altemps è tutto questo e molto altro ancora: vieni a visitarlo insieme a noi!

 

 

 

 

Michelangelo Merisi detto Caravaggio: genio ribelle

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Tra le figure più importanti della storia dell’arte italiana, impossibile è oggi non menzionare il “rivoluzionario” Michelangelo Merisi detto Caravaggio, dal nome del paesino bergamasco in cui nacquero i genitori. Trascorse la sua fanciullezza a Milano, dove iniziò a lavorare come apprendista, poco più che tredicenne,  presso il pittore Simone Peterzano. Nel 1592 però – poco più che ventenne – decise di dare una svolta alla propria vita, trasferendosi a Roma.

Qui fu indirizzato a “dipingere fiori e frutta” dal Cavalier d’Arpino, iniziando a lavorare presso la sua bottega situata in Campo Marzio. Qui conobbe i suoi primi importanti mecenati, il cardinale Del Monte e Vincenzo Giustiniani, i quali iniziarono ad acquistare le sue prime opere, introducendolo nel giro dei grandi collezionisti della città.

 

Caravaggio in San Luigi dei Francesi e in Santa Maria del Popolo

La prima grande opera pubblica richiesta a Caravaggio arrivò nel 1599: le storie di San Matteo (la Vocazione, il Martirio e San Matteo e l’Angelo) per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi.

 

 

L’opera suscitò polemiche e scandalo, ma avviò l’artista alla celebrità, tanto che già nel 1600 gli furono richiesti la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo.

 

 

Caravaggio: gli altri capolavori

E da qui la realizzazione, negli anni successivi, di altri grandi capolavori come la Deposizione oggi alla Pinacoteca Vaticana, la Madonna dei Pellegrini in Sant’Agostino, la Madonna dei Palafrenieri per la Basilica di San Pietro (rifiutata dai committenti e oggi a Galleria Borghese),  la Morte della Vergine al Louvre, oltre alle due versioni della Cena di Emmaus (una alla National Gallery di Londra e l’altra alla Pinacoteca di Brera a Milano).

 

 

L’omicidio di Ranuccio Tomassoni

Nel 1606 vi fu un tragico episodio che cambiò radicalmente la vita del pittore: uccise, come l’esito di un banale alterco scoppiato durante una partita di pallacorda, tale Ranuccio Tomassoni. Non fu questa la prima volta che Caravaggio ebbe a che fare con la giustizia, anzi, numerosi furono i fermi e gli arresti avvenuti per risse, pestaggi e duelli, riuscendo però, in un modo o nell’altro, sempre a salvarsi, anche grazie all’aiuto dei facoltosi uomini che lo proteggevano. Ma con un omicidio poco si poteva fare: la pena di morte per decapitazione era la condanna! Ecco quindi la fuga. Prima si recò a Napoli, poi a Malta, poi in Sicilia e di nuovo a Napoli. In ogni città lasciò opere di immenso valore: a Napoli le Sette opere di Misericordia e la Flagellazione; a Malta la Decollazione di San Giovanni Battista ed il Ritratto di Alof de Wignacourt; a Messina il Seppellimento di Santa Lucia e la Resurrezione di Lazzaro.

 

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Decollazione di San Giovanni Battista (Malta)

 

L’amicizia con il cardinale Scipione Borghese

Fortuna di Caravaggio fu la grande passione che per i suoi lavori ebbe il nipote di papa Paolo V, il cardinale Scipione che a Galleria Borghese volle molti suoi capolavori (ben sei quelli oggi esposti). L’artista realizzò infatti per il cardinal nepote anche la celebre tela del David con la testa di Golia, probabilmente eseguito mentre si trovava in esilio a Napoli per l’accusa di omicidio.

 

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Davide con la testa di Golia

 

David non manifesta il consueto fiero atteggiamento di trionfo mentre regge e osserva il capo mozzato di Golia: la sua espressione è piuttosto di pietà verso quel “peccatore”, nel cui viso Caravaggio avrebbe raffigurato il proprio autoritratto. Inoltre, l’iscrizione che compare sulla spada “H.AS O S” è stata sciolta dalla critica con il motto agostiniano “Humilitas occidit superbiam” (l’umiltà uccise la superbia).  L’episodio biblico diventa quindi impressionante testimonianza degli ultimi mesi di vita di Caravaggio, rendendo assai plausibile l’ipotesi secondo la quale il pittore avrebbe inviato la tela al cardinale Borghese, come dono da recapitare proprio a Paolo V per ottenere il perdono e il ritorno in patria!

 

Il viaggio di ritorno e la morte

La grazia venne accordata e fu così che Caravaggio iniziò a intraprendere il viaggio di ritorno a Roma. Ma purtroppo ben sappiamo che la sua non è una storia a lieto fine. Si racconta infatti che durante il viaggio di ritorno, abbia smarrito alcune tele e cercando di recuperarle, abbia raggiunto Porto Ercole dove, colpito da una gravissima febbre – provocata da una ferita infetta – morì il 18 Luglio del 1610 a soli 39 anni di età.

 

 

 

Palazzo del Quirinale: il simbolo del potere di Roma

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Tra le imponenti e sontuose residenze che a partire del 1400 si vennero ad edificare sulla sommità del colle Quirinale, la più celebre di tutte divenne ben presto quella di proprietà del cardinale Oliviero Carafa, presa poi in affitto nel 1550 dal cardinale Ippolito d’Este – già proprietario di Villa d’Este a Tivoli – che trasformò la vigna in un elaborato giardino, arricchito da fontane, giochi d’acqua e sculture antiche.

 

La storia del Palazzo del Quirinale

La sua storia e importanza però crebbero ulteriormente quando papa Gregorio XIII Boncompagni decise di effettuare, a proprie spese, ulteriori abbellimenti e ampliamenti, affidando l’incarico dei lavori all’architetto Ottaviano Mascarino. Questi realizzò, tra il 1583 e il 1585, una elegante villa con facciata a portico e loggia, collegata internamente da una splendida scala elicoidale: è al progetto del Mascarino che si deve anche il cosiddetto “torrino”, il belvedere che corona la palazzina e che è ancora oggi ben visibile in tutta la città!

 

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Cortile

 

Morto Gregorio XIII, il suo successore, papa Sisto V Peretti, acquistò nel 1587 dai Carafa la villa di Monte Cavallo per farne la sede estiva del pontificato. Da questo momento molti furono i papi che si spesero per ampliare, ingrandire, restaurare ed ovviamente impreziosire sempre di più la nuova residenza, chiamando di volta in volta gli artisti e gli architetti più importanti delle varie epoche.

 

Gli interventi di Paolo V Borghese

Particolarmente importanti e imponenti furono gli interventi voluti nel 1600 da Paolo V Borghese, che chiamò l’architetto Flaminio Ponzio per la realizzazione dell’ala verso il giardino, comprendente, tra l’altro, lo Scalone d’Onore, il grande Salone delle Feste – cuore del palazzo presidenziale – la Cappellina dell’Annunziata, affrescata da Guido Reni e l’elegante Sala degli Specchi.

 

 

La Sala dei Corazzieri e la Cappella Paolina

Alla morte di Ponzio subentrò Carlo Maderno, responsabile dell’intera ala sulla via del Quirinale, dove si trovano la straordinaria Sala dei Corazzieri – che presenta lungo le pareti l’originale fregio con le ambascerie giunte a Roma dai paesi più disparati e lontani – la portentosa Cappella Paolina – costruita ad imitazione della celebre Cappella Sistina in Vaticano – e gli appartamenti papali.

 

 

L’arrivo dei Francesi di Napoleone

Tra il 1700 e il 1800 la residenza continuò a subire importanti trasformazioni e le più significative furono quelle realizzate ai tempi di Napoleone. Nel 1809 infatti, le truppe francesi occuparono Roma, catturarono papa Pio VII e lo deportarono in Francia ed il Quirinale venne scelto dal governo napoleonico come residenza dell’Imperatore: da qui le imponenti trasformazioni, anche se poi di fatto Napoleone non venne mai a Roma. Chiusa la parentesi francese, il palazzo tornò per pochi anni nelle mani del papato.

 

Il Palazzo del Quirinale dall’Unità d’Italia ad oggi

Con l’Unità d’Italia infatti e la destinazione di Roma come capitale del nuovo Regno, il Palazzo del Quirinale divenne la residenza della famiglia reale, che attuò importanti cambiamenti per farlo divenire una vera e propria reggia: alcune sale furono completamente ristrutturate, adottando nella maggior parte dei casi uno sfarzoso e pomposo stile Luigi XV. Con il successivo cambio di governo e l’istituzione della Repubblica, a partire del 1946, il Quirinale divenne la “Casa degli Italiani”, in quanto residenza ufficiale del Presidente della Repubblica.

 

 

 

Villa Farnesina: la villa dell’amore

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Benvenuti a Palazzo! O per meglio dire benvenuti a Villa Farnesina, capolavoro architettonico del primo Rinascimento italiano, residenza suburbana, realizzata nella zona di Trastevere, agli inizi del Cinquecento da Baldassarre Peruzzi per volere del ricco banchiere senese Agostino Chigi. In questa zona infatti, al di là del fiume, già dalla fine del Quattrocento ricche famiglie comprarono appezzamenti di terreno dove poter edificare la loro villa dell’otium, inteso ovviamente alla maniera degli antichi e cioè come tempo libero da dedicare alle arti e ai piaceri.

 

Agostino Chigi e Francesca Ordeaschi

Agostino Chigi, grande uomo d’affari fortemente legato ai numerosi pontefici che si succedettero a inizio del 1500 sul soglio di Pietro, e soprattutto raffinato mecenate, amico e protettore dei più illustri artisti del tempo, volle creare una villa, modesta certo nelle dimensioni, ma di immenso fascino, come un vero e proprio simbolo della sua grandezza e dell’amore per la sua Francesca Ordeaschi. Infatti, sebbene Agostino abbia iniziato la costruzione della residenza prima di conoscere la sua futura moglie – una giovane veneziana in realtà di bassa estrazione sociale – trovò il modo di far decorare alcuni degli ambienti più importanti di Villa Farnesina con temi ispirati all’amore.

 

Raffaello a Villa Farnesina: Galatea e la Loggia di Amore e Psiche

Ecco spiegato il motivo per cui all’interno della loggia principale troviamo, sebbene non terminati, gli affreschi ispirati al mito di Amore e Psiche, opera di Raffaello e della sua bottega, tra cui spiccano Giulio Romano e Francesco Penni.

 

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Villa Farnesina

 

Ma Raffaello, che probabilmente preparò solo i cartoni per questa composizione – essendo in questi anni impegnato su molti fronti – dipinse invece certamente di sua mano la splendida Galatea, che trionfa nella seconda loggia del piano terreno. Qui infatti, sono rappresentate scene tratte dalla mitologia classica e composte in modo tale da divenire anche simboli astrali, legati all’oroscopo di Agostino, uomo molto intelligente ma altrettanto superstizioso.

 

 

Raffaello però anche questa volta si limitò alla Galatea, lasciando il resto delle decorazioni a Sebastiano del Piombo e allo stesso Baldassarre Peruzzi, che si occupò di decorare anche lo Studiolo del banchiere con scene tratte dalle vicende di Ercole.

 

La Stanza delle Prospettive: sala da pranzo illusionistica

Al piano superiore, cuore più intimo della casa, il Peruzzi si dedicò alla decorazione della lussuosa Sala da Pranzo, che ospitò il fastoso banchetto di nozze di Agostino e Francesca, avvenuto addirittura alla presenza del pontefice in persona! Questa stanza è chiamata anche “delle Prospettive” poiché su tutte le pareti, oltre a una serie di divinità classiche, è rappresentato anche uno straordinario paesaggio in prospettiva, a metà tra il reale e il fantasioso, che consente l’immersione totale nell’atmosfera del suburbio romano di cinquecento anni fa! Ma non solo.

 

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Osservando attentamente infatti, su alcune di queste pareti, è possibile scorgere la presenza di particolari graffiti: sono i segni e le scritte lasciate dai Lanzichenecchi nel 1527 quando invasero la città di Roma, distruggendo ogni cosa e mietendo numerose vittime. Infatti purtroppo Villa Farnesina, alla morte dei sui proprietari, conobbe una ben triste sorte venendo in parte abbandonata o data semplicemente in affitto. A nulla valse l’acquisto da parte della famiglia Farnese, di cui ancora oggi porta il nome, a migliorare la sua sorte. Solo in epoca più recente e precisamente ormai nel Novecento, con l’acquisizione da parte dello Stato Italiano e la concessione all’Accademia dei Lincei, ebbe inizio per la villa un periodo di restauri e rifacimenti, grazie ai quali è stata restituita ai visitatori in tutto il suo ben più antico splendore!

 

La Stanza delle Nozze: la camera da letto degli sposi

Ma le meraviglie della villa non finiscono qui. Tramite una piccola porta della sala delle Prospettive si accede alla Stanza delle Nozze, la camera da letto degli sposi. Agostino, sempre in omaggio alla sua bella Francesca, incaricò il Sodoma ed altri artisti di adornare le pareti con le scene salienti della vita di Alessandro Magno ed in particolare con il racconto della prima notte di nozze tra il grande condottiero e la moglie Roxane.

 

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Inoltre da qui – anche se solo in alcune particolari occasioni – è possibile accedere al bel corridoio di servizio da poco restaurato, che consente di vedere con quale finezza e delicatezza gli artisti del tempo fossero in grado di decorare sapientemente ogni tipo di superficie, compreso il legno! La volta del corridoio – in legno appunto – è interamente affrescata con scene tratte dalla tradizione delle grottesche, tanto in voga nel Rinascimento italiano, di cui questa villa è a buon diritto uno dei massimi esempi! Vieni a visitarla insieme a noi: controlla quando nel programma mensile!

 

 

Roma Sparita: la Spina di Borgo

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Quanto Roma sia cambiata negli anni che vanno dal 1870 al 1950 è fatto certamente assai noto. Ma alcune trasformazioni, hanno di fatto mutato ben più di altre, l’aspetto attuale della città. Uno di questi interventi, un vero e proprio sventramento, fu quello intrapreso in epoca fascista nel rione Borgo. Dal 1936, sulla base del progetto sviluppato dagli architetti Piacentini e Spaccarelli, iniziò infatti la demolizione della cosiddetta Spina di Borgo – un nucleo urbano altamente popolato posto tra le due strade parallele di Borgo Vecchio e di Borgo Nuovo – che in meno di dodici mesi rese completamente libera la linea visiva che collegava Castel Sant’Angelo a piazza San Pietro.

 

Lo sventramento della Spina di Borgo

Il via ai lavori fu approvato sia dallo Stato che dalla Chiesa e il 29 Ottobre del 1936 Mussolini stesso, in piedi su un tetto della spina, diede il primo colpo di piccone. A causa dello scoppio della guerra, i lavori furono sospesi e di fatto il completamento del progetto si ebbe solo negli ’50 del secolo scorso, come da nuovi accordi tra lo Stato Italiano e la Santa Sede, creando così la nuova via della Conciliazione, la cui etimologia derivava appunto dagli accordi sottoscritti con i Patti Lateranensi nel 1929.

 

 

Due propilei furono così costruiti di fronte a piazza San Pietro ed in quello meridionale fu incastonata l’antica chiesa di San Lorenzo in Piscibus; due edifici monumentali furono invece eretti all’inizio della via sul lato opposto, verso Castel Sant’Angelo e lungo la strada furono innalzate due file di obelischi, che i romani battezzarono prontamente “le supposte”!

 

Gli edifici della Spina di Borgo

Cosa abbiamo perso invece? Praticamente un intero quartiere, tra i più antichi della Roma medioevale e rinascimentale, popolatissimo e gli sfollati, molto numerosi, furono tutti dislocati nella prima periferia di Roma.

 

 

Ciò accadde fra l’altro perché i nuovi edifici eretti ai lati della strada, non avevano funzione abitativa, ma ospitavano uffici, alcuni dei quali usati dal Vaticano. A livello artistico invece, con l’apertura di via della Conciliazione, si è decretata la perdita dell’idea prospettica che il Bernini voleva dare al visitatore, regalando la sorpresa di uscire dalla Spina di Borgo – una zona costituita da piccole vie e una serie di palazzi incastonati l’uno con l’altro – per giungere alla meraviglia dell’enorme piazza con il colonnato davanti alla Basilica!

 

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Degli edifici che qui erano presenti, la maggior parte fu completamente distrutta. Pochi furono quelli ad essere risparmiati, come per esempio la Chiesa di Santa Maria in Traspontina, Palazzo Torlonia e Palazzo dei Penitenzieri, ma solo perché si trovavano più o meno in asse con la nuova strada; e ancora meno quelli che furono spostati e ricostruiti, come per esempio Palazzo dei Convertendi.

 

La scomparsa di piazza Scossacavalli

Ciò che poi scomparve completamente fu anche piazza Scossacavalli, forse la più importante del rione su cui si affacciavano Palazzo dei Penitenzieri e la Chiesa di San Giacomo e che aveva nel suo centro la fontana opera di Carlo Maderno, risparmiata dalle distruzioni del secolo scorso e che oggi possiamo ammirare di fronte a Sant’Andrea della Valle.

 

 

La piazza si trovava esattamente a metà della Spina di Borgo: nel 1500 papa Alessandro VI Borgia, per risolvere il problema del traffico per il Giubileo imminente, fece costruire una nuova strada, la Via Alexandrina o Recta, quella che poi venne detta Borgo Nuovo. Non sono molte di più le informazioni di cui disponiamo perché in realtà non fu effettuato alcun rilievo dell’antico quartiere prima della sua distruzione. Ciò che resta oggi sono infatti solo alcuni disegni e stampe grazie ai quali però è comunque possibile riscoprire, anche se solo in parte, questo prezioso angolo della Roma che fu!

 

 

Galleria Borghese: gioiello artistico di Roma

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Tra tutte le meraviglie di Roma, Galleria Borghese rappresenta certamente uno scrigno prezioso, che racchiude al suo interno capolavori artistici dal valore inestimabile. Voluta dal cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, divenne fin da subito il “contenitore” ideale per esporre al fortunato pubblico di visitatori la sbalorditiva collezione della famiglia. Una piccola ma elegante residenza immersa nel parco della villa, che grazie a Scipione diventò punto di riferimento per studiosi, appassionati ed intellettuali: un vero e proprio museo e luogo di cultura. La grande sensibilità artistica del padrone di casa, fece qui confluire opere di vario genere, tutte però accomunate da un aspetto: la bellezza.

 

La nascita della collezione Borghese

Una importante serie di opere del mondo greco e romano andarono infatti a formare una vasta collezione archeologica, a cui si aggiunsero ben presto gli straordinari gruppi scultorei e le opere dei più grandi artisti dell’intera storia dell’arte mondiale, tanto che l’esposizione vanta opere databili dal XV al XVIII secolo. Una galleria che regala continue ed infinite sorprese al visitatore e che desta puro incanto.

Il nucleo più importante delle sculture e delle pitture di Galleria Borghese risale quindi al collezionismo del cardinale Scipione, ma notevoli furono le aggiunte riferibili agli altri membri della famiglia, durante almeno i successivi tre secoli, nonostante qualche perdita ragguardevole (gran parte della collezione archeologica fu infatti venduta a Napoleone e costituisce oggi il Fondo Borghese al Museo del Louvre).

 

I grandi capolavori pittorici: Raffaello, Tiziano e gli altri

Scipione decise di avere nella propria residenza tutte le espressioni di arte antica, rinascimentale e contemporanea, atte a rievocare una nuova età dell’oro: ecco quindi che possiamo ammirare, l’uno accanto all’altro, opere di artisti quali Raffaello con la Deposizione o la misteriosa Dama con Liocorno, Tiziano con l’Amor Sacro e Amor Profano o con Venere che benda Amore, Domenichino con La Caccia di Diana o ancora le due Veneri a confronto di Cranach e Brescianino, esattamente esposte ancora oggi così come volute da Scipione.

 

 

Caravaggio a Galleria Borghese

E poi le opere più celebri forse, le sei tele del Caravaggio grazie alle quali è possibile ripercorre tutta la vita artistica e non del grande artista, dalle realizzazioni giovanili (Ragazzo con il cesto di frutta e il Bacchino Malato) a quelle della fase matura (San Girolamo in atto di scrivere, la Madonna dei Palafrenieri) fino alle ultime realizzazioni (San Giovannino e Davide con la testa di Golia).

 

 

Gian Lorenzo Bernini: i gruppi scultorei

Se poi l’arte scultorea è ciò che colpisce maggiormente la vostra sensibilità artistica, Galleria Borghese diventa il Museo per eccellenza: Scipione infatti amò particolarmente Gian Lorenzo Bernini, colui che nel 1600 seppe forse modellare il marmo con la mano più raffinata e sapiente di tutti. La curiosità è che la maggior parte dei gruppi scultorei di Bernini qui presenti, sono da considerarsi opere giovanili, visto che furono realizzate dall’artista appena ventenne! Incanta per la carica di passione che trasmette il gruppo di Pluto e Proserpina, dove la sola mano del dio che affonda nelle teneri carni della fanciulla, vale da sola l’intera visita alla Galleria! Altro mito pagano carico di pathos è certamente il gruppo di Apollo e Dafne, talmente passionale da aver fatto suggerire al cardinale Maffeo Barberini (futuro papa Urbano VIII) il distico morale in latino inciso nella base della statua: “chi ama seguire le fuggenti forme dei divertimenti, alla fine si trova foglie e bacche amare nella mano”.

 

 

E sempre il cardinale Barberini fu colui che resse lo specchio al Bernini per aiutarlo con l’autoritratto: suo è infatti il volto piegato dallo sforzo nel lavorare il marmo, esattamente come doveva essere quello del David mentre affrontava il gigante Golia. Ma imperdibili sono anche il gruppo di Enea e Anchise, i doppi busti di Scipione o ancora l’opera forse più intima dell’artista, La Verità, purtroppo non completata dal Bernini.

 

 

Paolina Borghese e Antonio Canova

E poi il gioiello della casa: il ritratto di Paolina Borghese sapientemente modellato nel bianco e candido marmo da Antonio Canova per volere di Camillo Borghese. Ritratta come la “Venere Vincitrice” del Giudizio di Paride, con tanto di pomo in mano, nuda e adagiata su un soffice divano, l’opera destò non pochi scandali perché era un fatto eccezionale per l’epoca ritrarre senza veli un personaggio di alto rango!

 

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Insomma… Galleria Borghese è veramente un luogo magico, uno scrigno prezioso che custodisce immensi capolavori artistici tutti da ammirare! Quando visitarli insieme? Controlla nel programma mensile!